Tre settimane di guerra hanno prodotto tre settimane di calo dei mercati, con la terza che è stata peggiore della seconda, quando si sperava ancora in una conclusione rapida della guerra.
Le speranze di rapida vittoria del duo Donald-Biby hanno lasciato il posto ad una crescente sfiducia sull’esito del conflitto e sulle conseguenze della crisi petrolifera che la guerra sta scatenando, dopo che da giovedì in poi sono state attaccate anche infrastrutture petrolifere in Iran da parte di Israele e, come ritorsione, dall’Iran nei paesi del golfo alleati degli USA.
Ora la confusione regna sovrana nella testa di Trump, che sta ricevendo le conseguenze di una sconsiderata operazione bellica, fatta senza obiettivi ben definiti, senza adeguata preparazione, senza la conoscenza delle specificità di un regime teocratico, che non può essere facilmente rovesciato eliminando il capo supremo, come è stato fatto in Venezuela e come pensava di poter fare anche in Iran.
Così stiamo scoprendo che l’attacco devastante a suon di bombardamenti, anziché indebolire il regime degli Ayatollah, lo ha rafforzato e che la capacità iraniana di risposta ai bombardamenti è ancora molto forte e in grado di resistere all’escalation forse per parecchie settimane. Abbiamo anche scoperto che gli iraniani hanno missili a lunga gittata in grado di colpire Roma e Parigi.
Intanto il petrolio si è stabilizzato intorno ai 100 $ al barile e la benzina vede impennare il suo prezzo sia in Europa che anche negli States.
Mentre gli esperti di geopolitica sentenziano che Trump si è cacciato in trappola e che questa trappola non è stata tesa dall’Iran, ma da Netanyahu, che ha bisogno della guerra per evitare il processo per corruzione e per portare a compimento il sogno di dominio israeliano in Medioriente, i mercati sono stati costretti ad incorporare nei prezzi le crescenti probabilità di stagflazione che questa guerra sta alimentando.
La narrazione sulla guerra e sulla stagflazione ha scalzato quella sull’Intelligenza Artificiale dal primo posto nella classifica dei temi caldi.
Ogni settimana che passa tra bombardamenti e blocco dello Stretto di Hormuz le aspettative di inflazione si radicano nell’economia e vengono incorporate nei rendimenti in rialzo sui mercati obbligazionari, mentre l’aumento dei costi di produzione e dei prezzi sottrae potere d’acquisto ai consumatori e indebolisce un ciclo economico che già i dati dei primi mesi del 2026 (cioè prima dello scoppio della guerra) avevano certificato in rallentamento.
Se questo è lo scenario che abbiamo davanti non può stupire che gli operatori facciano gara a chi si disfa per primo di titoli che solo un mese fa tutti continuavano a strapparsi di mano.
Così i mercati azionari si sono avvitati per la terza settimana consecutiva, fornendo segnali di una correzione assai più ampia e generalizzata delle precedenti che abbiamo visto dal 9 aprile dello scorso anno in poi. Così ampia da generare il dubbio che possa essere la prima gamba di un mercato orso di medio-lungo termine.
La seduta di venerdì scorso, molto negativa per tutti i mercati occidentali, ha visto tutti i principali indici confermare la rottura della media mobile a 200 sedute. Normalmente le semplici correzioni dei mercati rialzisti non riescono a raggiungere questa media né, tantomeno, ad infrangerla in modo ampio e duraturo.
L’ultima volta che capitò fu tra fine marzo e inizio aprile dello scorso anno. Chi ha un po’ di memoria ricorda certamente che a scatenare il ribasso fu un’altra guerra di Trump, quella commerciale combattuta con i dazi al posto dei missili. La ferita fu ampia, ma fu rimarginata dalla mossa TACO di Trump, quando si accorse che Wall Street stava soffrendo e che non si mantiene il consenso contro Wall Street. Allora fu relativamente facile ripristinare condizioni di euforia rialzista, perché abbassati i dazi, fu cancellato il problema.
Ora sembra che anche questa guerra stia producendo un analogo guasto al morale degli investitori.
Questi sperano che anche questa volta Trump impari in fretta che se vuole salvare la maggioranza almeno in uno dei rami del Congresso nelle elezioni Midterm del novembre prossimo, deve fare in fretta un’altra mossa TACO anche su questa guerra, dichiarando una vittoria inesistente, ma utile come pretesto per smettere le ostilità prima che l’allargamento ulteriore della guerra alle installazioni petrolifere di molti paesi del Golfo produca un disastro economico globale.
Lo farà? Tutti sperano. E sperano che lo faccia mentre c’è ancora qualcosa da salvare dalla distruzione.
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