La settimana scorsa ed il mese di febbraio si sono conclusi venerdì con il presentimento che in pentola stesse bollendo un’altra guerra. Sarebbe stata la seconda nella settimana, dopo lo scoppio delle ostilità che hanno iniziato la guerra “minore” tra Pakistan e Afghanistan. Molti investitori hanno portato a casa i guadagni mentre i cosiddetti beni rifugio (oro, e preziosi) ed il petrolio sono stati acquistati alla grande.
L’effetto sull’azionario è stato il seguente: gli indici americani hanno proseguito la retromarcia già in corso e quelli europei hanno fermato l’arrampicata a suon di massimi storici e pluriennali mostrata nella prima parte della settimana. Sia la settimana che il mese di febbraio si sono chiusi con un saldo positivo per gli indici europei, ma negativo per quelli americani. Una nuova conferma di sovraperformance europea rispetto a Wall Street.
Ma tutte queste riflessioni sono improvvisamente invecchiate già nella prima mattinata di sabato, quando le news hanno cominciato a diffondere la notizia che è stato lanciato da Israele e USA un attacco congiunto contro l’Iran, nonostante le trattative per un accordo che evitasse la guerra fossero ancora in corso e riconvocate per oggi.
Evidentemente il gatto americano e la volpe israeliana si sono stufati in fretta di perdere tempo con gli iraniani ed hanno avviato l’operazione “ruggito del leone”, per eliminare definitivamente il regime sciita con una pioggia di bombe su Teheran e sulle installazioni militari e di arricchimento dell’uranio iraniane. Già sabato è stato raso al suolo il bunker che ospitava l’Ayatollah Khamenei e sono stati annientati molti personaggi ai vertici del governo e dell’intelligence iraniana, mentre altri missili hanno colpito la capacità di risposta iraniana. Però l’organizzazione militare dello stato sciita si è rivelata forse migliore delle aspettative, riuscendo a rispondere con il lancio di numerosi missili e dei temibili droni già utilizzati dalla Russia nella guerra d’Ucraina. Così il weekend è passato tutto con un fitto scambio di bombardamenti. Oltre al territorio iraniano, colpito dai missili di USA e Israele, è stato colpito pesantemente Israele dalla risposta iraniana, oltre ad alcune basi militari americane negli stati del Golfo e una britannica a Cipro, ed alle celeberrime cattedrali della ricchezza petrolifera Dubai e Abu Dhabi.
Non mi dilungo sulla cronaca degli eventi, che viene fatta egregiamente e molto meglio di me dalle principali tv “all news” di tutto il mondo. Rilevo solo quello che a mio parere è l’aspetto di principale interesse per i mercati finanziari: il blocco di fatto del passaggio delle navi nello stretto di Hormuz.
Da ieri, quando gli iraniani hanno considerato chiuso lo stretto, non passano più petroliere né navi che trasportano il gas liquefatto. Siccome ogni giorno da lì passa il 20% del trasporto globale di petrolio e gas, la strozzatura degli approvvigionamenti è in grado di far salire direttamente ed in modo ampio e scarsamente controllabile, il prezzo dell’energia. Indirettamente tutto ciò eserciterà una pressione sugli indici globali dei i prezzi al consumo in grado di rinfocolare l’inflazione, che già sta mostrando segni di crescita per colpa dei dazi.
Si tratta di problemi che si intensificheranno proporzionalmente alla durata delle operazioni belliche. Trump ha già promesso che le operazioni americane dovrebbero durare almeno un mese. Se così avverrà, molti analisti proiettano il prezzo del petrolio verso i 100 $ al barile, dai 63 $ di venerdì scorso.
L’azionario oggi dovrebbe iniziare il mese di marzo con ribassi importanti, mentre i metalli preziosi dovrebbero approfittare del loro ruolo di beni rifugio per continuare il loro viaggio verso i massimi storici di fine gennaio.
Prepariamoci a tempi duri e speriamo che siano brevi.
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