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Caos Calmo
10/04/2017

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La prima settimana lavorativa di aprile è stata densa di eventi di grande impatto politico e mediatico su tutto il panorama globale, ma ha prodotto scarsissimi spunti operativi.

Attentati a gogò in varie parti del pianeta, bombardamenti chimici in Siria e risposta missilistica americana, con relativo sconvolgimento degli scenari bellici medio-orientali e apparente fine della love story tra Trump e Putin, aumento della minacce di intervento per stroncare il pericolo nucleare rappresentato dalla Nord-Corea e prove di trattative tra Cina e USA sul commercio mondiale, hanno provocato una vampata di caos geopolitico, che i mercati per ora non sono riusciti a decodificare e a sintetizzare in chiare prospettive future per l’economia globale. La forte agitazione geopolitica ha paradossalmente ingessato i mercati, che hanno passato la settimana a studiare quel che sta succedendo, senza riuscire a generare un movimento di risposta che li tolga dalla situazione di indecisione della settimana precedente.

La difficoltà dei mercati a capire è più che giustificata. Se gli attentati già da tempo non hanno più alcun impatto sui mercati, almeno fino a che permangono nell’alveo delle modalità già conosciute e non interessano il territorio statunitense, gli eventi bellici vissuti in settimana avrebbero dovuto in qualche modo provocare la reazione dei mercati, poiché potenzialmente in grado di mutare gli scenari geopolitici nello scacchiere siriano e modificare profondamente i rapporti USA-Russia, mettendo in crisi lo schema, rassicurante per i mercati, che Trump sembrava voler perseguire, attraverso un lenta normalizzazione dei rapporti ed il ritorno al dialogo tra le due superpotenze nucleari, con corollario la fine delle sanzioni economiche occidentali.

Ma i mercati non riescono, giustamente, a capire la logica degli eventi politici. Non si capisce perché Assad abbia gettato qualche bomba chimica sui civili siriani, gettando alle ortiche il capitale di credibilità che la Russia era riuscita faticosamente a fargli recuperare, alla vigilia di trattative di pace, ovviamente interrotte, che lo avrebbero mantenuto al potere di una Siria pacificata in lotta contro l’ISIS col beneplacito di Russia e USA. In tal modo ha anche minato la credibilità della Russia, che nel recente passato aveva garantito di aver provveduto a ritirare e distruggere tutte le armi chimiche in possesso del dittatore siriano. O Assad è fuori di senno, oppure sono credibili le ipotesi di un normale bombardamento (mi si perdoni il termine normale per definire un bombardamento) che abbia colpito un deposito segreto di armi chimiche dei ribelli. O, in alternativa, che il bombardamento sia opera di generali che hanno voluto tentare di sbarazzarsi di Assad.

Sta di fatto che sulla verità assurda di un folle gesto di Assad, Trump ha violentemente virato la sua politica verso le posizioni che furono di Obama, a lungo accusato di incapacità, ma poi imitato, anzi, superato a tempo scaduto, con una scarica di missili priva di alcun significato militare e a solo scopo dimostrativo. Il risultato è puramente mediatico ed a uso interno.

All’uso presunto siriano di armi di distruzione di massa ha risposto con l’uso di armi di “distrazione” dei media. E’ la strumentalizzazione a scopo di consenso interno della morte tra gli spasmi chimici di decine di bambini. Dichiarando solennemente “nessun figlio di Dio dovrebbe vivere un simile orrore” ha sparato 59 missili contro la base siriana da cui sono partiti i caccia responsabili del bombardamento chimico, senza pensare minimamente di chi sono figli i morti che avrebbero potuto provocare i suoi missili, ma preoccupandosi di avvisare i russi affinché evacuassero i loro soldati.

Immediatamente negli USA è scattato il riflesso condizionato verso il “commander in chief”. Tutti in piedi, inno nazionale e “God bless America!”.

Con 59 missili Trump ha ottenuto in un sol colpo parecchi obiettivi di immagine. Ha neutralizzato, svuotandole di significato, le indagini sui suoi rapporti pre-elettorali con gli agenti segreti russi. Ha mostrato al mondo i muscoli dell’America, che nell’era Obama si erano rammolliti. Ha fatto capire ai leader mondiali che lui il grilletto lo sa schiacciare senza pensarci due volte. E questo serve anche per indurre i cinesi a risolvere il problema nord-coreano prima che ci pensi lui con i medesimi sistemi appena usati. Una portaerei piena di missili si sta già dirigendo verso la penisola coreana.

Soprattutto ha tolto l’attenzione dai fallimenti in politica economica interna, con l’incapacità di far approvare dal Congresso in 70 giorni la sia pur minima legge di attuazione del suo programma elettorale, mentre incombe la fine della disponibilità di fondi per le spese federali, dopo il raggiungimento del tetto del debito. Una soluzione col Congresso va trovata entro fine aprile.

Cosa c’è di meglio che recuperare consenso con il lancio di qualche missile alla modica spesa di una quarantina di milioni di dollari? Ancora una volta è stata una strage a salvare il dilettantismo di un Presidente americano. Ricordiamo George W. Bush, che naufragava verso una fine ingloriosa da incapace, improvvisamente rianimato fino all’80% di popolarità dall’attentato dell’11 settembre 2001 e dalla decisione di invadere prima l’Afghanistan e poi l’Iraq.

Trump, dotato di discutibili capacità, ma di grande fiuto, ha colto al volo l’opportunità di rianimare i suoi consensi in patria con una mossa bellica fuori dai confini, che tradizionalmente gli americani apprezzano, anche se che non cambierà nulla in Sira, perché non ha alternative da proporre. Anzi, forse complicherà la pacificazione già difficile e rianimerà un po’ l’ISIS, di cui Assad è uno dei più convinti nemici.

Poco importa se smentisce il cuore del suo programma elettorale: America First significava disinteresse progressivo per quel che capita nel mondo e concentrazione sui problemi interni degli americani.

Il vero slogan pare diventato “Trump First”, anche a costo di America After.

Tutto questo scombussolamento ha lasciato i mercati praticamente immobili. Forse per l’incapacità di distinguere la realtà dalle bugie. Quanto è credibile la svolta trumpiana contro il suo sponsor elettorale? Che cosa ci riserverà la prossima emozione notturna di Trump? Che succederà veramente con la Cina, con cui si è aperta una trattativa commerciale?

Sono domande di difficile risposta.

Ma, tutto sommato, i mercati sembrano confidare, ancora una volta, che questo rimescolamento di carte consentirà al pokerista USA un’altra mano favorevole, consentendogli di giustificare con le priorità belliche i ritardi economici e di reiterare le promesse di fenomenali provvedimenti, che tanto piacciono alla speculazione rialzista. Se poi un altro raid riuscisse anche a distruggere i missili nordcoreani recentemente testati, prima che Kim Jong Un li usi contro gli alleati sudcoreani o giapponesi, le Borse festeggerebbero una Scala Reale.

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