Dal 2000 aiutiamo a
fare trading con metodo,
con newsletter e corsi
in tutta Italia.
GRATIS per te Le Newsletter I Corsi
 

Trump frusta il Toro ma Yellen stringe il morso
06/03/2017

Ti piacerebbe guadagnare in borsa in 5 minuti al giorno?
Il nostro report GOLD ti propone un metodo chiaro, semplice e facilmente replicabile!
Clicca qui per provarlo GRATIS per un mese!

La prima settimana di marzo non ha privato i mercati USA dell’ennesimo massimo storico, realizzato con un balzo imponente proprio nella seduta centrale di mercoledì, mentre nei due giorni precedenti e nei due seguenti ha prevalso la cautela. Cautela motivata, fino a martedì, dall’attesa per quel che Donad Trump in serata avrebbe detto (e come lo avrebbe detto) davanti al Congresso, nella sua prima importante esibizione istituzionale. Il tono usato è molto piaciuto. Gli americani hanno assistito con indubbio sollievo alla sua camaleontica abilità oratoria, che gli ha permesso di trasformarsi d’incanto, da becero insultatore seriale di tutti quelli che non lo adorano, in un accomodante e dialogante padre della patria, prodigo di inviti all’unità ed al “volemose bene”. La piacevole sorpresa per l’imprevista conversione al galateo politico ha messo in ombra il fatto che i contenuti esposti così bene non hanno fornito alcun nuovo dettaglio concreto alle vecchie promesse di portare il Paradiso in USA, più volte ribadite fin dalla campagna elettorale senza mai precisare dove avrebbe trovato i soldi da regalare così abbondantemente agli americani.

Perciò mercoledì i mercati hanno festeggiato con un applauso che ha frantumato i precedenti record storici ed ha permesso a Dow Jones e SP500 di raggiungere due obiettivi psicologici epocali: quota 21.000 per il vecchio Dow e i 2.400 punti per il più moderno e comprensivo SP500. Dopo aver centrato questo obiettivo, negli ultimi due giorni della settimana, gli indici hanno cominciato, per la verità senza molta fretta, a rallentare la marcia con i primi timidi cenni di correzione dei fortissimi eccessi ulteriormente dilatati dai fuochi artificiali di mercoledì.

Se a Trump dobbiamo attribuire il merito dell’accelerazione di mercoledì, la colpa della pausa di riflessione vista giovedì e venerdì va senza dubbio alla Federal Reserve, che ha passato tutta la settimana ad avvisare che molto è cambiato nei suoi scenari futuri sull’economia americana. I pochi mesi successivi all’elezione di Trump hanno obbligato i mercati a valutare le conseguenze che la realizzazione di tutto o almeno parte del suo programma elettorale provocherebbe nell’economia USA e globale. Per quasi 9 anni, e fino a pochi mesi fa, la FED ha dovuto lottare per stimolare la crescita USA, che dopo la grande crisi e nonostante l’ingente lievitazione del debito pubblico (arrivato al 105% del PIL), ha avuto una velocità media annua di appena il 2%, circa un punto in meno rispetto a quel che si è visto nel decennio precedente. La battaglia monetaria della FED ha avuto come obiettivi anche la riduzione del tasso di disoccupazione e persino l’aumento dell’inflazione, con l’obiettivo di portarla al 2% annuo. L’arma utilizzata è stata la più colossale immissione di moneta mai avvenuta nella sua storia attraverso l’acquisto di titoli pubblici, che ha portato i rendimenti a schiacciarsi su livelli poco superiori allo 0%.

La FED ha così svolto un ruolo di supplenza all’impossibilità del Governo Obama di aumentare ancora il debito pubblico, per combattere l’insufficiente domanda di beni che il rallentamento dell’economia mondiale ha provocato, il calo di produttività che in questi anni ha frenato l’aumento dei redditi e dei profitti e l’effetto boomerang della rivoluzione tecnologica in atto che, più che aumentare la produttività, distrugge posti di lavoro e concentra la ricchezza nelle mani di poche decine di super-miliardari.

Ma l’avvento di Trump ha rappresentato una variabile nuova ed imprevista sullo scacchiere economico USA, Il suo programma ignora completamente gli equilibri di bilancio pubblico e, se realizzato, potrebbe far esplodere ulteriormente il debito pubblico e provocare un aumento assai rilevante dell’inflazione. Quel che Obama non ha fatto, anche perché il partito repubblicano glielo ha sempre impedito, Trump lo propone con insistenza attraverso dosi massicce di stimolo fiscale, eliminando in un sol colpo la necessità dello stimolo monetario. La mia sensazione, che ricavo dall’urgenza comunicativa mostrata da numerosi membri FED nel corso della settimana, e venerdì autorevolmente confermata dalle parole del Governatore Janet Yellen, è che la FED sia rimasta spiazzata dall’esito elettorale. Si aspettava la vittoria di Hillary che aveva un programma fiscale molto cauto. Così, dopo aver usato i primi mesi per verificare le reali intenzioni di Trump di realizzare il suo programma, ora sta adattando  in modo drastico la sua visione alla nuova realtà politica. L’aumento dell’inflazione, da obiettivo da raggiungere, sta diventando rapidamente una minaccia da contrastare. L’evidenza che i prezzi stiano rialzando la testa ancor prima che Trump inizi a prendere provvedimenti concreti, segnala che le aspettative stanno già incorporando aumenti futuri molto significativi. L’inflazione al consumo in USA è già arrivata al 2,5% a gennaio (2,3% il dato “core”, cioè al netto dei prezzi dei generi ortofrutticoli e dell’energia), ben oltre l’obiettivo FED. Ma anche il tasso di disoccupazione è da quasi un anno stabilmente al di sotto del 5%, che è l’obiettivo decretato dal predecessore di Yellen al timone della FED, Ben Bernanke, per giustificare l’imponente manovra di allagamento monetario, quando la disoccupazione viaggiava a doppia cifra.

In questo condizioni, così diverse dalla fotografia economica di solo un anno fa, quando si temeva ancora la deflazione globale, il compito della FED cessa di essere quello di stimolare l’economia, perché pare che questo compito lo voglia svolgere con grande intensità e piacere lo stesso Trump, così diverso da prudente Obama, ma diventa quello opposto di calmare i bollenti spiriti dell’economia che si stagliano improvvisamente all’orizzonte e sono, in un certo senso, confermati anche dalla spasmodica ricerca di nuovi massimi che le borse attuano dal giorno seguente la vittoria di Trump.

Le banche centrali hanno un solo modo per frenare gli eccessi: alzare i tassi.

Perciò si comprende bene l’urgenza di far capire bene che già nella prossima riunione del FOMC, il 15 marzo prossimo, i tassi ufficiali verranno portati all’1%. E che per impedire almeno altri due rialzi entro quest’anno dovranno capitare imprevisti rallentamenti nella congiuntura.

Dato che la FED è evidentemente in ritardo, temo che 3 rialzi nel 2017 non bastino. E che dovremo tutti quanti cambiare impostazione mentale e prepararci ad una nuova stagione di rialzi dei tassi piuttosto prolungata, che dovrà necessariamente accompagnare la rinascita dell’inflazione. Lo stesso Draghi avrà sempre maggiori difficoltà a giustificare in seno al Direttorio BCE la sua convinzione che il rialzo dell’inflazione anche in Europa (gli ultimi freschi dati ci parlano di un tasso del 2% in Eurozona, 2,2% in Germania e 1,5% in Italia) sia un fenomeno ancora transitorio.

Gli echi della battaglia che si combatte nelle riunioni BCE tra Draghi e la componente tedesca, che chiede con voce sempre più insistente di interrompere il QE, ci giungeranno questa settimana. Giovedì si terrà la consueta riunione mensile BCE e la fortuna di Draghi è che avviene una settimana prima del FOMC della Federal Reserve. Potrà così combattere senza che i tedeschi gli possano opporre che l’America si è già mossa, perché formalmente lo farà la settimana seguente. Draghi potrà perciò avere davanti ancora un mese prima della battaglia campale che potrebbe decretare, se non la fine anticipata del QE europeo, almeno la preparazione del mercato a non attendersi a fine anno ulteriori proroghe.

I mercati azionari, soprattutto quelli USA, secondo buon senso dovrebbero effettuare quella tanto attesa correzione che gli eccessi raggiunti chiamano invano da alcuni giorni. Le cifre tonde sono state raggiunte. Trump è tornato politicamente scorretto, dato che nel week-end ha chiesto al Congresso di mettere sotto inchiesta il predecessore Obama, accusandolo di averlo intercettato durante la campagna elettorale. La circostanza è stata smentita dal direttore dell’FBI, ma quel che conta è che il Trump sdolcinato è ormai un flebile ricordo. La Cina ha comunicato che quest’anno crescerà di meno (6,5% dal 6,7% del 2016). La Corea del Nord ha lanciato altri 4 missili di prova. La stretta FED si avvicina. Aggiungiamo infine la notizia che Deutsche Bank sta preparando un aumento di capitale, che potrebbe fermare l’entusiasmo che in settimana si è respirato sui bancari europei.

Sono tutte notizie che non spingono a continuare allegramente a comprare. Se poi neanche queste basteranno a far riflettere le borse sugli eccessi accumulati … beh, è il mercato, bellezza!

____________________________________________________________________________________________________
BORSAPROF.IT s.a.s. di Pierluigi Gerbino & c. - P. Iva e C.F.: 02980970046
V. Torino 81 - 12048 Sommariva Bosco (CN)

I contenuti, le analisi e le opinioni pubblicati in questo sito sono realizzati da Pierluigi Gerbino, che se ne assume la responsabilità a tutti gli effetti. Tutti i diritti di utilizzo, riproduzione e divulgazione sono riservati. Nessuna parte del sito potrà essere prelevata, trasmessa, tradotta, pubblicamente esposta, distribuita o incorporata in altre opere d'ingegno.

UN AIUTO PER LA TUA OPERATIVITA'

Le nostre NEWSLETTER ti aiutano a guadagnare in borsa con un metodo chiaro, semplice, efficace e, soprattutto, replicabile!
 

GOLD, Report Quotidiano sul Mercato Azionario, fornisce ogni giorno indicazioni di acquisto e vendita sul azioni italiane, sulle blue chips  europee e sui principali ETF-ETC quotati.     >>>  Provalo GRATIS per un mese!  <<<

GAP, Report settimanale per investire con ottica di medio periodo su Fondi ed ETF.  >>>  Provalo GRATIS per un mese!  <<<