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Le prime crepe sulla coltre di ottimismo
08/01/2013 08:59

Tutti i mercati principali del mondo ieri hanno messo in mostra una seduta di prese di beneficio. E’ un fenomeno fisiologico e, se vogliamo, anche benefico, dato il notevole eccesso rialzista accumulato con lo strappo speculativo messo a segno nel periodo tra Capodanno e l’Epifania.
Anche la nostra borsa ha ceduto terreno, dopo una mattinata positiva e l’attacco alla resistenza di area 17.150, grazie alla verve delle banche, che hanno approfittato tutte, ma specialmente le peggiori, della notizia che le norme di Basilea 3 sui nuovi requisiti di liquidità richiesti per fronteggiare le crisi dovranno essere raggiunti più gradualmente del previsto.
Con l’arresti di ieri sembra proprio che la fase importante della spinta propulsiva sia stata bruciata in pochi giorni e lasci ora spazio a riflessioni meno ostinatamente rialziste sul futuro.
Il grido d’allarme di Obama nel week-end (“Se non alzeremo in fretta il tetto del debito avremo conseguenze disastrose per l’economia mondiale”) ha seminato anche nel vasto pubblico dei non addetti ai lavori qualche perplessità rispetto alla cantilena osannante dei mass media, che a Capodanno hanno presentato l’accordo sul Fiscal Cliff americano come la soluzione del problema ed il trionfo del super-eroe Barak. “Ma… come sarebbe?” – ha pensato il cittadino medio USA e del resto del mondo. “Non avevano risolto il problema?”.
Invece no. A fine dicembre l’impresa era quella di risolvere un gigantesco problema immediato: il Fiscal Cliff, cioè la valanga di norme automatiche (aumenti di tasse e tagli di spesa) che sarebbero scattate col nuovo anno.
Il drammone messo in atto dai politici americani a fine anno ha partorito il classico topolino. Soluzione del 10% del problema con una spolveratina di maggiori tasse, ma solo per i più ricchi,  e rinvio a fine febbraio del 90% delle norme restanti. Ma nel frattempo il debito americano ha raggiunto il tetto fissato solo un anno e mezzo fa e ritenuto dai repubblicani l’ultima concessione alle mani bucate di Obama. Perciò gli accordi da trovare entro febbraio diventano due: che fare del fiscal cliff, che riapparirà in tutto il suo splendore, e che fare del tetto contro cui il debito USA sta sbattendo la capoccia, che, se sfondato, porterebbe all’inevitabile default. Non è perciò affatto vero che le cose si siano semplificate, come ci hanno colpevolmente raccontato i mass media compiacenti.
Questa realtà sta emergendo lentamente. I mercati non la stanno ancora vivendo come una preoccupazione, ma come un’occasione prudenziale di alleggerire qualche posizione su cui magari si sta guadagnando.
Non si vede ancora un aumento significativo della volatilità. Anzi. Dopo l’impennata del VIX (l’indice che misura la volatilità implicita sulle opzioni sull’indice SP500) che si è vista a fine anno, questo indice “della paura” è colato a picco dopo capodanno ed sceso anche ieri, benchè SP500 abbia chiuso con un modesto segno negativo. Non avremo correzioni importanti fino a quando il VIX si manterrà sui valori attuali, sotto 14, assai vicino ai minimi dello scorso anno.
Pertanto pare presto per considerare finito l’impulso rialzista originato dal rally di Capodanno. Ma non per aumentare la cautela, in vista delle turbolenze che dovrebbero affiorare le prossime settimane, quando il bluff dei politici americani sarà noto anche ai mass media.

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