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Cari yankee, benvenuti in Europa!
12/11/2012 09:00

I mercati hanno chiuso una settimana da dimenticare, se guardiamo al risultato ottenuto dalle principali borse occidentali, tutte piuttosto pesantemente in calo.
In realtà credo che invece sarà una settimana da ricordare, poiché non solo è stata quella che ha decretato la conferma di Obama alla presidenza americana per altri 4 anni, ma in quanto ha fatto venire alla luce la presa di coscienza da parte dei mercati e dell’opinione pubblica della profonda svolta di prospettiva che attende l’America.
Finchè si è potuto, si è cercato di non vedere quel che sta emergendo chiaramente agli occhi degli osservatori, una volta ripuliti della sabbia di quell’ottimismo di maniera, che si accontenta di un tasso di disoccupazione sceso al 7,9% per parlare di ripresa, del QE3 di Bernanke per parlare di Bazooka e della fine della campagna elettorale per affermare “il meglio deve ancora venire”.
Quel che ora si vede è che anche il peggio deve ancora arrivare, dato che sembra sul viale del tramonto l’illusione americana di poter continuare a vivere a debito e scaricare sugli altri le loro magagne.
I numeri del 2012 sono impietosi. Gli osservatori se ne accorgono ora, ma lo erano anche qualche settimana fa, quando i mercati cavalcavano l’ennesima illusione monetaria di Bernanke. Il rapporto debito/PIL degli USA è a 102%. Quello deficit/PIL è circa il 10%. Detto per inciso, il deficit della tanto vituperata Italia, a cui tutti nel mondo danno lezioni di austerità, è meno del 4% del PIL.
Con questi numeri, ce lo dice la matematica, dato il tasso di crescita reale del PIL intorno al 2% e l’inflazione intorno al 3%, come sono ora, per non peggiorare il Debito/PIL, gli USA debbono realizzare un taglio del deficit di circa 5 punti percentuali di PIL. La cifra ammonta a circa 700 miliardi di dollari tra tagli alle spese ed aumenti alle tasse.
Comunque si voglia agire per evitare il drastico precipizio fiscale, i numeri sono lì, impietosi.
Ci dicono che anche gli americani dovranno entrare presto nel tritacarne, a loro sconosciuto, del rigore.
Ci dicono che, se anche saranno più bravi di noi italiani, spagnoli, portoghesi, irlandesi e greci, e sebbene partano da una situazione debitoria un po’ migliore, la strada che dovranno percorrere è fatta di tagli, tasse e molto probabilmente anche di recessione, come sta da tempo sperimentando parte consistente dell’Europa ed ormai anche quella più virtuosa.
L’ottimismo americano potrà attenuare la spallata recessiva del rigore, ma difficilmente potrà evitarla nel 2013. Se si sceglierà un percorso meno drastico del fiscal cliff, accettando il peggioramento del debito ancora per qualche anno (cosa difficile da far digerire ai repubblicani, che controllano ancora la Camera dei Deputati americana) si scambierà la recessione con una stagnazione più lunga (l’effetto Giappone…), che non so se sia un’idea migliore.
Credo che il secondo mandato di Obama sarà molto duro, come il futuro dei mercati azionari e forse anche del mercati obbligazionario USA. Il meglio arriverà, ma chissà se sarà Obama a gustarlo?
Finti miracoli o ulteriori dosi di illusionismo sono sempre possibili. Serviranno a dare un calcio al barattolo e spostare un pochino avanti la resa dei conti, come è stato fatto finora. Ma fino a quando i creditori degli Stati Uniti continueranno a credere ai giochi di prestigio?

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