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Accarezzare i massimi.... E poi?
08/10/2012 11:10

Venerdì è successo proprio quanto avevo scritto nel commento del mattino, quando ho ipotizzato un andamento migliore dei listini azionari in Europa rispetto a quello dei cugini americani. In effetti l’Europa è riuscita a chiudere in buona progressione la settimana, sfruttando meglio degli indici americani il dato sorprendentemente positivo sul tasso di disoccupazione americano, sceso a 7,8%, ben al di sotto del precedente 8,1%. Gli indici europei hanno colto la palla al balzo per estendere i guadagni di una giornata che è stata positiva fin dall’inizio, trascinati dai bancari e dalla riduzione del famigerato spread, grazie alle notizie provenienti dalla Spagna, relative ad una minor necessità di finanziamento del sistema bancario e ad una minore urgenza di chiedere l’aiuto salva spread.
In USA invece, dopo l’entusiasmo iniziale, che è riuscito a far salire l’indice SP500 fino ad un soffio (1.471) dal precedente massimo raggiunto a settembre (1474,5), sono cominciate le riflessioni e le prese di beneficio tipiche del venerdì e la chiusura ha sancito il ritorno ai livelli del giorno precedente (1.460).
In effetti il tasso di disoccupazione, tra tutti quelli che si pubblicano sul mercato del lavoro, è certamente il più noto e “politico”, ma anche il più ambiguo.
E’ l’indice a cui guardano i giornali per fotografare sinteticamente la situazione del lavoro e su cui si accapigliano i politici al governo e all’opposizione. Infatti la Casa Bianca ha subito esultato, perché si ritiene che nessun Presidente USA possa essere rieletto con un tasso di disoccupazione superiore all’8%. Il prossimo dato uscirà il giorno prima delle elezioni e se continuerà a scendere l’effetto favorevole sulle intenzioni degli elettori è assicurato.
Per questi motivi il clan dei repubblicani è arrivato persino ad ipotizzare una sorta di “taroccamento” dei dati, constatando la divergenza tra la discesa del tasso di disoccupazione e la scarsa creazione di posti di lavoro (solo 114.000 nel mese di settembre nei settori non agricoli). In effetti parecchie perplessità risultano da una lettura non politicizzata del mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione non riflette necessariamente un miglioramento della situazione quando cala. Occorre vedere perché cala. Se la riduzione è accompagnata dalla creazione di un significativo numero di nuove buste paga, allora è un calo virtuoso. Ma se avviene, come in questo caso, per merito della trasformazione di parecchi posti di lavoro da tempo determinato a part-time, o a causa dell’abbandono delle ricerche da parte dei disoccupati demotivati, che pertanto vengono depennati dall’elenco dei disoccupati, allora è un altro brutto paio di maniche. Sono infatti queste due anomalie statistiche (contare come buono un posto di lavoro a prescindere da quante ore preveda, e cancellare dall’elenco dei disoccupati coloro che per almeno due settimane non abbiano manifestato una esplicita volontà di ricerca del lavoro) a rendere molto dubbia la natura del calo del tasso di disoccupazione e a far pensare che il mercato del lavoro rimane fiacco, nonostante il tasso di disoccupazione ufficiale.
Il listino USA ha perciò mostrato il fiato corto alle prese con l’importate resistenza da superare. Aver fallito il primo attacco non significa ancora l’accensione di alcuna spia di allarme. Occorre però che questa settimana si completi il lavoro. Riuscire a bloccare l’accenno di correzione ribassista della seconda parte di settembre, tornare ad accarezzare i massimi precedenti e non riuscire a superarli avrebbe il sapore amaro delle imprese che falliscono ad un passo dal traguardo. In questo caso la reazione dei venditori sarebbe probabilmente molto dura.

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