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L'ultimo Euro-Pastrocchio
11/06/2012 16:23

Una settimana di significativo rimbalzo, specialmente per le borse azionarie dei paesi europei ora nell’occhio del ciclone, ha fatto presagire che nel week-end qualcosa sarebbe successo per salvare le banche spagnole.
Infatti è stato concordato un piano di salvataggio consistente nell’esborso di circa 100 miliardi di finanziamento da parte del fondo salva-stati ESFS ad un organismo pubblico spagnolo che potrà intervenire per salvare la pletora di banche locali che stanno boccheggiando.
La soluzione adottata ed il modo in cui è stata presentata è l’ennesimo escamotage per aggirare i trattati europei facendo sottobanco quel che non si ha il coraggio di fare alla luce del sole e chiamare col proprio nome. In questo modo nessuno è stato umiliato (eccetto la serietà) e Rajoy ha potuto affermare che la Spagna non è stata salvata. E noi che in Italia ci lamentiamo dei nostri politici che raccontano bugie…
La realtà comunque dimostra ancora una volta quanto i principi di equità e di solidarietà tra i paesi dell’eurozona vengano stiracchiati secondo le convenienze del momento. Alcuni fatti incontestabili debbono essere messi in luce, poiché sui giornali, oggi impegnati ad applaudire l’ennesimo spreco di risorse a favore di quel pozzo senza fondo che è il sistema bancario, sarà difficile trovarli.
1)           La Spagna ha avuto un trattamento che la Grecia non si è nemmeno potuta sognare. Il prestito viene erogato senza nulla chiedere in cambio, se non una generica riforma del sistema creditizio. Le lacrime e sangue che i greci hanno dovuto versare, e che ancora dovranno, per avere le successive tranches del prestito, non si addicono agli spagnoli, che sono stati tranquillamente graziati. Anche la proroga di un anno sul fiscal compact accordata alla Spagna non è stata affatto messa in discussione.
2)           Perché la Germania ha accettato questa volta così di buon grado il salvataggio spagnolo dopo aver fatto sempre la schizzinosa nelle precedenti circostanze? La risposta si trova in qualche numero pubblicato ieri da La Stampa, relativo all’esposizione delle banche tedesche al sistema spagnolo, che ammonta a circa 78 miliardi (53 verso le banche e quasi 25 verso il debito pubblico spagnolo). Versarne una trentina al fondo ESFS, che magari un giorno verrà anche rimborsato, è decisamente meglio che rischiare l’esplosione delle proprie banche e dover salvare poi quelle..
3)           Che cosa ci guadagna il nostro paese? A fronte di un’esposizione complessiva delle nostre banche per 11,6 miliardi ai debiti delle banche e dello stato spagnolo, noi dovremo versare circa 20 miliardi al fondo ESFS, vanificando così per intero il gettito della tanto contestata IMU. Pertanto dovremo fare un’altra manovra, che Monti chiamerà salva-Spagna, oppure mancheremo i tanto sbandierati obiettivi del pareggio di bilancio. Mentre la Germania paga metà del suo rischio, noi paghiamo il doppio del nostro. E lo dobbiamo fare col sorriso sulle labbra, ringraziando l’Europa di averci dato una mano a fronteggiare il contagio, cosicchè forse si ridurrà un po’ il nostro spread.
4)           La manovra salva-Spagna si incardina perfettamente nel filone dei precedenti interventi. Anche questo intervento è un tappabuchi. Anche questa volta le banche non possono fallire e la collettività salda a piè di lista le sciocchezze dei manager. Anche questa volta l’aver atteso l’ultimo minuto prima dello schianto ha fatto lievitare il prezzo che i cittadini europei pagheranno. Anche questa volta l’intervento non risolve nulla e consiste nell’ennesimo rinvio della resa dei conti.
I mercati sembrano quasi essersene accorti a scoppio ritardato. Infatti la mattinata è cominciata con un rally che nel pomeriggio si è ammosciato e sul nostro indice si è addirittura trasformato in un calo significativo, a conferma delle necessità di essere molto cauti e non dare nulla per scontato, anche perché il provvedimento salva-Spagna prende in giro Grecia, Portogallo ed Irlanda e getta benzina sul fuoco delle elezioni greche di domenica prossima, dalle quali dipende ancora parecchio del futuro dell’euro.

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