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Innescata la Bomba
20/10/2011 08:45

Il volo improvviso ed imprevisto a Francoforte di Sarkozy ferma il volo delle borse. Il Presidente francese anziché assistere alla nascita della sua bambina, ha incontrato Draghi, Lagarde, Barroso, Van Rompuy e soprattutto la signora Merkel in una riunione d’emergenza per cercare di risolvere lo stallo in cui si trovano le trattative per non far fallire il Consiglio Europeo dei 27 capi di stato e di governo previsto domenica prossima, che dovrebbe risolvere la crisi dell’euro-debito. Il vertice di Bruxelles è stato caricato nei giorni scorsi di aspettative enormi da parte dei mercati. Il rally che sui listini europei ed americani si protrae da oltre due settimane, è stato motivato proprio dalle attese di “soluzione finale” alla crisi delle banche europee, schiacciate dalla morsa delle perdite sui titoli dei PIGS e delle sofferenze sui prestiti ad una economia che sta ricadendo in recessione. Negli ultimi giorni si sono sovrapposte, nelle notizie di agenzia, le dichiarazioni allarmate di chi sottolinea la gravità della situazione attuale ed avvisa di fare in fretta, a quelle di chi prospetta soluzioni definitive per domenica prossima, al fine di creare una pressione psicologica sui capi di governo che parteciperanno alla riunione.
In effetti la paura che qualche grande banca da un giorno all’altro alzi bandiera bianca, come abbiamo visto fare qualche giorno fa alla franco-belga Dexia, ha letteralmente bloccato il mercato interbancario e spinto la BCE ad essere ormai quasi l’unico fornitore di liquidità al mercato.
E’ una situazione che assomiglia a quella che abbiamo già vissuto prima del fallimento di Lehman, con la variante che allora nell’occhio del ciclone c’erano soprattutto le banche americane, mentre questa volta sono prese di mira le banche europee, che necessitano di una ricapitalizzazione decisa, nell’ordine di almeno 300 miliardi di euro (qualcuno ipotizza addirittura cifre intorno ai 1.000) per assorbire le perdite implicite sui crediti in loro possesso.
Dato che il mercato non è assolutamente in grado di fornire tutta questa liquidità, non resta che affidarsi agli stati, che ovviamente, salvo forse la Germania, non hanno alcuna possibilità di fronteggiare in ordine sparso la situazione. Allora si è pensato di ricorrere al Fondo ESFS, che era nato per aiutare gli stati in difficoltà ed ha ancora 300 miliardi a sua disposizione, che non bastano certo per salvare stati e banche. Anzi. Non bastano nemmeno per salvare gli stati se oltre a Grecia e Portogallo, dovessero chiedere aiuto anche Spagna o Italia.
La soluzione sarebbe un potenziamento della dotazione del Fondo ad un livello che basti a garantire tutti. Gli esperti parlano di portare la capacità di garanzia del fondo ad una cifra tra i 2.000 ed i 3.000 miliardi di euro. Il nodo è: chi mette i soldi?
Nessuno può pensare che siano gli stati a fornire tutta la cifra. Allora occorre trovare dei meccanismi di leva finanziaria che consentano al fondo di garantire assai più di quanto non abbia nel suo capitale. Insomma: occorrerebbe trasformarlo in una sorta di Banca degli stati europei in grado di finanziarsi presso la BCE e presso il mercato (emettendo i famosi Eurobond) e fornire garanzie per un multiplo dei soldi raccolti, sfruttando l’affidabilità dell’intera UE presa nel suo insieme.
Un simile meccanismo per funzionare dovrebbe accompagnarsi alla visibilità di una UE che parli una sola ed autorevole voce. Insomma: tutto il contrario di quanto avviene oggi, dove l’ordine sparso è la miglior organizzazione che si riesce ad attuare. Ci vorrebbe allora l’istituzione di una vera e propria autorità politica comune in grado di commissariare gli stati membri indisciplinati e fornire così credibilità all’Europa. E, sia chiaro, a capo di questa autorità non può essere messo l’insulso Van Rompuy, ma un tedesco. Punto e basta.
Fin che non si arriverà a questo i mercati continueranno a non fidarsi, poiché i primi a non fidarsi sono proprio i tedeschi, e tra qualche mese ci potremmo ritrovare a discutere su come salvare il fondo ESFS.
Per fare tutto ciò non basta un vertice Merkel-Sarkozy, ma occorre rivedere i Trattati europei affidando, volenti o nolenti, il controllo di fatto a Germania e Francia. Per tutti gli altri stati significherà perdere la sovranità nella redazione dei bilanci pubblici e della politica economica. Per la stessa Germania significherà assumere ufficialmente la guida dell’ Europa rinunciando per sempre ai sogni di ritorno al marco e farsi carico delle debolezze altrui. Dovrà cambiare profondamente, assumendo un ruolo più paternalistico che poliziesco  per guidare gli altri paesi, specialmente quelli mediterranei, a diventare un po’ più tedeschi.
Il passaggio è incredibilmente difficile. Sussistono fortissimi dubbi che una nuova revisione dei trattati in senso più “europeista” venga accettata da tutti i capi di stato presenti domenica e soprattutto ratificata senza problemi da tutti i parlamenti nazionali e dai referendum popolari (negli stati dove è prevista questa forma di ratifica). Personalmente non sono affatto sicuro che l’opinione pubblica tedesca ed anche quella francese (ricordiamo ancora lo scherzetto sulla ratifica della costituzione europea?), accetteranno questa svolta epocale, per non parlare degli altri paesi minori (Finlandia, Slovacchia, Olanda, Austria …).
Ecco perché domenica potrebbe finire con l’ennesimo rinvio, come continua a ripetere la Merkel.
L’aver caricato di aspettative fin troppo facili ed aver drammatizzato la situazione, per forzare i paesi riluttanti ad accettare il piano franco-tedesco e le opinioni pubbliche a fidarsi, rischia di innescare una bomba che potrebbe deflagrare lunedì sui mercati di tutto il mondo.
In questi giorni analizzare i grafici non serve assolutamente a nulla. Servirebbe molto più fare la psicoanalisi ai politici europei.

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