Il fiducioso rimbalzo europeo e quello più travagliato di Wall Street che si sono visti nelle prime tre sedute della settimana sono stati spazzati via ieri dal vento gelido delle trimestrali, ma soprattutto dall’acuirsi della tensione in Medioriente, dove stanno rigogliosamente crescendo i guai che sembravano essere stati fugati dal nebuloso Memorandum, ma soprattutto dalla voglia di levare le tende dalla zona, che Trump sembrava manifestare in giugno e ad inizio luglio.
Invece l’ondivago inquilino della Casa Bianca, aizzato forse dal suo compagno di merende Netanyahu, e per evitare lo scherno che gli avrebbe procurato una ritirata senza obiettivi raggiunti, ha deciso di intestardirsi per eliminare il pericolo nucleare iraniano. Ha così cestinato la tregua ed aperto una serie di campagne notturne di bombardamento di obiettivi militari e di infrastrutture civili iraniane, che stanotte è arrivata al tredicesimo episodio.
L’Iran ha risposto bombardando le basi militari dislocate nei paesi del Golfo alleati degli USA e da un paio di giorni ha trascinato attivamente nel conflitto anche i miliziani ribelli yemeniti Hhouthi, che hanno proclamato il blocco navale contro le navi provenienti dall’Arabia Saudita e ne hanno colpite alcune che attraversavano lo Stretto di Bab el-Mandeb. Gli operatori dei mercati in cui si negozia il petrolio, che avevano creduto in giugno alla fine della guerra, riportando il prezzo del greggio sui valori che aveva a fine febbraio, prima dello scoppio della guerra, sono stati colti di sorpresa dall’escalation. Hanno dovuto rifare precipitosamente i calcoli per incorporare il rischio, sempre più ampio, che vengano bloccati entrambi gli stretti che fino a febbraio consentivano all’Arabia Saudita il passaggio delle navi che trasportano verso le raffinerie asiatiche il petrolio estratto dalle viscere della Penisola Arabica. Hormuz di fatto è già bloccato dall’inizio della guerra ed ha avuto un parziale sblocco solo durante la tregua. Ora gli Houthi stanno bloccando anche Bab el-Mandeb.
Perciò la risalita del prezzo del petrolio è culminata ieri con il superamento di quota 100 $ al barile per il petrolio più pregiato Brent e di 92 $ per il WTI Crude Oil. E’ stata così ripercorsa al rialzo oltre metà della strada che, forse con eccessivo ottimismo, venne fatta in discesa dal picco di fine aprile ai minimi del 2 luglio.
Puntuali ieri, a margine della riunione della BCE che ha lasciato invariati i tassi di interesse, sono riecheggiate parecchie preoccupazioni sull’inflazione futura, troppo presto accantonate dopo il memorandum. Lagarde ha messo le mani avanti, non escludendo un rialzo dei tassi a settembre.
Tutto ciò è bastato a mandare in profondo rosso gli indici europei, che hanno dimenticato il rimbalzo precedente e sono rientrati nella parte bassa della loro congestione, con perdite che a fine seduta sono state certificate tra il -1,56% dell’indice tedesco Dax, e il -2,8% dell’indice italiano Ftsemib.
Ma il problema guerra-petrolio non è stato l’unico, perché l’apertura pesante di Wall Street ha incorporato anche il forte calo di Tesla e l’ampia scivolata di Alphabet, colpevoli di non aver accontentato con le loro trimestrali i palati degli operatori, che a questo giro di rendiconti sembrano essere diventati piuttosto esigenti con la tecnologia.
Infine, ciliegina amara sulla torta rancida, Trump ha pure comunicato la ripresa della guerra dei Dazi, appioppando tariffe dal 10% al 12,5% a 59 paesi più tutti quelli dell’Unione Europea, e del 50% al Canada. Queste tariffe entrano in vigore in sostituzione di quelli al 10% che un Tribunale USA ha dichiarato illegittimi. Pare particolarmente ridicola la motivazione che è stata usata per giustificarli: l’insufficiente lotta al lavoro forzato da parte di tutti quegli stati. Giuro che non è uno scherzo. Il vecchio narcisista è arrivato a questo livello di involontaria comicità.
Per questa serie di sventure Wall Street non ha potuto esimersi dal percorrere a passo di gambero tutta la strada fatta nei primi tre giorni della settimana ed è tornata a testare, sia con SP500 che con Nasdaq100, il lato inferiore dei rispettivi triangoli di indecisione che li contengono da una trentina di sedute. Entrambi hanno tenuto e generato un piccolo rimbalzo nella parte conclusiva della seduta, che è riuscito a limitare i danni a -1,21% per SP500 e a -1,87% per Nasdaq100.
Come abbiamo già visto una rottura ribassista della figura proporrebbe come obiettivo il ritorno dei due indici dove ora passano le loro medie di lungo periodo a 200 giorni. Quelle che un mercato toro non rompe mai.
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