Se giugno si è chiuso con un allungo finale che ha salvato o migliorato le performance mensili di molti indici, non altrettanto si può dire dell’esordio del mese di luglio. Diciamo che la prima seduta del nuovo mese è stata vissuta col freno tirato sia dagli indici europei che da quelli americani.
In Europa non sono bastati a spingere gli indici i buoni dati sull’inflazione di giugno, registrata dappertutto in calo anche più delle attese degli analisti, il che potrebbe anche far tornare sui propri passi la BCE e convincerla a non alzare ulteriormente i tassi di interesse.
Gli indici azionari non hanno festeggiato. Anzi, con l’avvicinamento dei massimi storici da parte di Eurostoxx50, sono partite prese di beneficio che si sono intensificate nel pomeriggio, quando anche Wall Street ha iniziato maluccio e con parecchia indecisione il mese di luglio, che la stagionalità pronostica come positivo.
Le indecisioni americane sono dovute alla ormai lunga diatriba sul futuro dell’intelligenza artificiale e sulla sopravvalutazione dei fornitori di hardware, memorie ed energia, che servono a costruire ed alimentare i data center. Sta anche prendendo corpo il dubbio che i forti investimenti, annunciati dai grossi calibri del Nasdaq per estendere l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, debbano essere presto ridimensionati per difficoltà a finanziarsi a costi sostenibili. E’ chiaro che l’ipotesi di uno sgonfiamento degli investimenti rianima le magnifiche 7, assai penalizzate in giugno dallo switch che il mercato ha fatto per continuare il rally dei semiconduttori. Ma al contempo sgonfia anche la bolla speculativa esistente sui venditori di chip e di hardware, che debbono scontare un ridimensionamento della loro pacchia.
Insomma, il mercato non premia più tutto quel che fa rima, direttamente o indirettamente, con l’Intelligenza Artificiale, ma comincia considerare che non tutti saranno avvantaggiati allo stesso modo e comincia a ridurre le valutazioni esagerate.
Tutto questo non c’entra molto con le valutazioni degli indici europei, che sono molto più interessati ai temi dell’economia tradizionale, ma vedere Wall Street scendere crea sempre un effetto imitativo che frena anche gli indici europei.
Ieri, perciò, in Eurozona si sono viste lievi ma diffuse perdite, con la sola eccezione dell’indice tedesco Dax, rimasto indietro in giugno, che ieri è riuscito a strappare un leggero segno positivo.
Dopo la chiusura europea a Wall Street hanno continuato a prevalere le vendite sui fornitori di chip e di hardware, cosicché l’indice Nasdaq100 (-1,54%) ha chiuso sui minimi una seduta che si è rimangiata per intero il rialzo di martedì 30 giugno. E, si badi bene, nonostante i rialzi di ben 6 magnifiche su 7 (tutte tranne Nvidia). Anche SP500 non ha potuto evitare una seduta negativa, ma di ampiezza ben diversa (-0,22%), che rende il suo calo assimilabile a quello visto in Europa.
La seduta odierna non è di facile interpretazione. Nella notte le paure ipertecnologiche americane hanno contagiato gli indici asiatici, particolarmente quello coreano, che è stato nuovamente sospeso al ribasso ed ha chiuso la seduta con quasi -8% di perdita. Cali sensibili, anche se non così devastanti, ma superiori ai due punti percentuali, si sono visti anche sugli indici cinesi e su quello giapponese.
L’Europa direttamente non ha molto da perdere dalle fibrillazioni tecnologiche. Solo l’effetto imitativo di una colossale crisi di nervi americana potrebbe fare implodere gli indici europei. Non è un’ipotesi da sottovalutare, ma neppure da sopravvalutare troppo.
Anzi, non sarebbe poi così strampalato pensare che una parte dei denari tolti dalla super-tecnologia per evitare super-crolli possano prendere la via della tranquilla Europa, dove dominano il risiko bancario e le spese per gli armamenti. Dove l’inflazione scende, e con essa anche i rendimenti.
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