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CAUTI ALLA META
17/06/2026 09:30

Dopo l’arrembante prova di forza offerta quasi all’unisono lunedì dai principali indici, ieri mi aspettavo un’altra incornata del toro ai massimi storici, in modo da completare la risalita generalizzata dai minimi della correzione e il suggello del record storico in grado di archiviare per un altro po’ le preoccupazioni di guerra e di bolle speculative.

Ma solo alcuni indici europei hanno imitato il giapponese Nikkei nella caccia al record storico: quello italiano Ftsemib e quello spagnolo Ibex, che hanno lucrato sul risiko bancario italiano ed europeo per alzare ancora l’asticella del loro record. Ci è riuscito anche un indice americano: il vecchio Dow Jones, pieno di titoli dell’economia tradizionale e con poca tecnologia.

Gli indici USA paladini della modernità hanno invece marcato visita proprio nell’ultimo miglio della rincorsa. La battuta d’arresto è stata ben visibile per il Nasdaq100 (-1,89%, cioè oltre metà del rialzo di lunedì), perché proprio sulla tecnologia, che lunedì è stata comprata senza badare a spese, ieri si sono scatenatele le prese di beneficio di chi ha ritenuto forse un po’ eccessivo l’ampio gap rialzista apertosi lunedì. E, siccome la tecnologia ormai pesa anche su SP500, ecco che pure l’indice principale è stato trascinato in negativo, anche se in modo meno eclatante (-0,57%).

Perciò gli indici principali di Wall Street si sono allontanati dal massimo storico, invece di provare ad attaccarlo.

Va notato però che la rotazione avvenuta ieri, in uscita dalla tecnologia e in ingresso sui titoli dell’economia tradizionale, è riuscita a mantenere a galla il mercato azionario e ad impedire drammatiche e generalizzate crisi di nervi.

Siccome il petrolio ieri ha fatto un altro lungo passo in discesa verso i prezzi che si vedevano prima della guerra, viene da pensare che la scivolata di ieri dei due indici principali di Wall Street, più che essere un ripensamento, sia soltanto un passo indietro per prendere meglio la rincorsa e superare l’ostacolo del massimo storico entro la fine della settimana.

A meno che l’abitudine dei mercati di scontare sempre il futuro, che correttamente ha puntato da settimane sulla fine della guerra e sulla ripresa della speculazione sull’intelligenza artificiale, abbia ora intravisto criticità nascoste nei negoziati che si avvieranno dopo venerdì tra USA e Iran per risolvere definitivamente la guerra del Golfo. Oppure che stimi un aumento del rischio di scoppio della bolla tecnologica.

Personalmente credo che sia troppo presto per la resa dei conti con la speculazione. La storia ci ha mostrato che le bolle scoppiano, ma lanciano molti allarmi prematuri prima di lanciare quello definitivo. L’euforia è ancora molta e si vede la sua ingombrante presenza nell’avventura di SpaceX, la macchina dei sogni spaziali di Elon Musk, che è stata quotata venerdì scorso sul listino del Nasdaq con prezzo iniziale di IPO di 135 dollari e ieri, dopo sole 3 sedute, è arrivata fino ad un massimo di 225 $ (+66,7% in 3 sedute) per poi chiudere la giornata relativamente in retromarcia a quota 201,8 $ (che fa comunque circa il 50% di guadagno, scusate se è poco).

Se pensiamo che già il prezzo di sottoscrizione di 135 $ rappresentava una generosa valutazione, che dire dell’impennata dei primi tre giorni di storia borsistica di questo titolo?

E pensare che una volta la borsa premiava la capacità di fare utili. Oggi, dato che SpaceX ha presentato nell’ultima trimestrale una perdita di quasi 5 miliardi di $, sembra premiare solo il sogno di grandezza di un futuro tutto da scrivere.

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