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IL PREVEDIBILE IMPREVISTO
08/03/2023 09:15

A volte accade che si pecchi di imprudenza, tanto da non vedere un possibile pericolo. Alcune volte addirittura non si riesce proprio ad immaginare la possibilità di situazioni spiacevoli, che il nostro cervello rimuove dalla nostra consapevolezza. Accade così che, quando l’evento spiacevole si verifica, si viene colti di sorpresa, come se fosse capitato un imprevisto, e si prova una sensazione di acuta sofferenza ed ingiustizia.

E’ quel che ai mercati sembra sia capitato ieri, quando il presidente della FED Jerome Powell ha tenuto la prima delle due audizioni previste questa settimana davanti ai due rami del Congresso USA, dove legge una relazione sullo stato dell’economia e sulle azioni di politica monetaria della Federal Reserve e risponde alle domande dei rappresentanti del popolo degli Stati Uniti.

La posizione della FED riguardo alla sua missione di combattere l’inflazione è stata ribadita nei mesi scorsi più volte. È una posizione dura ma lineare ed ampiamente nota ai mercati.

In sintesi, il messaggio, annunciato per la prima volta il 16 marzo dello scorso anno, era che la FED avrebbe alzato in modo aggressivo e continuativo i tassi di interesse fino a quando l’inflazione non avesse dato ampi e stabili segnali di rientro, convergendo inequivocabilmente verso l’obiettivo della FED, appena superiore al 2%.

La durezza dell’azione di contrasto all’aumento dei prezzi, mediante un continuo e forte aumento dei tassi di interesse ufficiali, è dovuta al ritardo con cui la FED ha accettato di combattere l’inflazione, ritenuta fino alla fine del 2021 dapprima inesistente e poi transitoria, sebbene a fine 2021 avesse già raggiunto il livello annuale del 7%. Solo il 16 marzo dello scorso anno, quando l’inflazione annuale era arrivata al 8,5%, la FED ammise il ritardo di percezione ed iniziò la manovra monetaria restrittiva. Siccome chi parte in ritardo deve camminare veloce, lo ha fatto con 8 mosse consecutive di rialzo dei tassi, in tutte le riunioni del FOMC che ha tenuto da allora, portandoli da 0,25%, in vigore dal marzo 2020 al 16 marzo 2022, fino all’attuale 4,75%. La guerra all’inflazione ha fatto leva anche sulla manovra di Quantitative Tightening, cioè la riduzione dell’ammontare di titoli di stato stipati attraverso varie e prolungate manovre di Quantitative Easing nella pancia di una obesa Federal Reserve. L’ammontare di tali titoli, a cui ha corrisposto una analoga emissione di moneta per pagarli, lievitò, dal settembre 2019 al marzo 2022, da poco meno di 3.800 miliardi di $ a poco meno di 9.000 mld$. Più che raddoppiato in due anni e mezzo!

Per molti osservatori, tra cui il sottoscritto, questa fu la condizione finanziaria che permise all’inflazione di esplodere appena le restrizioni anti-covid vennero del tutto rimosse.

Dal marzo 2022 ad oggi la montagna di titoli di stato è scesa un po’ ed ora è a poco meno di 8.400 mld$. Non è molto, ma la discesa è continua e sottrae carburante monetario all’inflazione, poiché drena e distrugge almeno una parte della moneta improvvidamente creata nell’epoca della pandemia.

Dal marzo dello scorso anno la FED ha sempre ribadito la linea dura, anche se a dicembre ha rallentato un po’ l’ampiezza dei rialzi, riducendo il ritocco a 25 punti base. Ma ha sempre avvisato che se l’inflazione avesse rialzato la testa o l’economia avesse mantenuto una robustezza superiore alle attese, i rialzi avrebbero potuto riprendere vigore. E comunque per tutto il 2023 non si sarebbe valutato alcun taglio dei tassi.

I mercati non hanno mai creduto che la FED fosse in grado di mantenere quel ritmo così intenso e continuo di rialzi. Tentarono più volte di scontare imminenti pause e ribassi non troppo lontani. Si pensi che ad inizio febbraio (poco più di un mese fa!) l’attesa dei mercati era ancora quella che la FED avrebbe fermato i rialzi prima di arrivare al 5% e a giugno o luglio avrebbe cominciato a tagliarli. Così i mercati azionari si portarono ad estendere il rimbalzo dal minimo del 13 ottobre 2022 fino quasi a quota 4.200 dell’indice SP500.

Ma intanto l’inflazione a gennaio rialzò la testa e i dati dell’economia rivelarono debolezza solo nel mercato immobiliare, ma robustezza nei consumi e nel mercato del lavoro.

Pertanto, il messaggio che Powell avrebbe lanciato ieri al Congresso USA non poteva che essere severo e ribadire un’aggressività ormai trita e ritrita.

Ma i mercati lo hanno snobbato anche la scorsa settimana, accumulando un rimbalzo basato solo sulla speranza che la FED vedesse quel che sognano i mercati.

E ieri, quando Powell alle ore 16 europee ha effettivamente ripetuto il solito ritornello, che la logica avrebbe dovuto facilmente consentire di prevedere, hanno preso le parole di Powell come un ceffone imprevisto.

Tutti gli indici sono vistosamente arretrati. Poche volte mi è capitato di assistere ad una reazione così vistosa di fronte ad un “nulla di nuovo”.

Quelli europei hanno perso meno di un punto percentuale (Eurostoxx50 -0,81%) un po’ perché l’azionario europeo possiede da qualche mese una forza che fa invidia agli indici americani, un po’ perché avevano solo un’ora e mezzo di tempo per scendere.

SP500 invece ha accelerato la discesa dopo le ore 18 europee ed è scivolato assai di più (-1,53%). E’ scivolato anche il Nasdaq100, ma un po’ meno (-1,22%) perché ultimamente anche lui è più forte di SP500.

Oggi i mercati dovranno digerire il bis di Powell, che magari preciserà qualcosa ma è difficile che smentisca se stesso dalla sera alla mattina. Inoltre, parlerà anche Lagarde, che ieri ha ricevuto la linea da Powell e dovrebbe aver capito molto bene che se non vuole vedere rotolare l’Euro, che ieri, grazie al messaggio di Powell, è nuovamente sceso ben sotto quota 1,06 contro il dollaro, dovrà eguagliare la FED in aggressività.

Non mi stupirei se oggi anche l’azionario europeo cominciasse a perdere un po’ di forza.

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