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SGRADITE SORPRESE FERMANO L'EUFORIA
31/01/2023 09:00

I mercati hanno iniziato la settimana con due ipotesi ad alta probabilità ben stampate nella mente degli operatori.

La prima riguardava la Cina. Dopo la settimana di vacanza per il Capodanno lunare i mercati si aspettavano una ripartenza del mercato azionario a spron battuto. Lo si percepiva dall’entusiasmo per la riapertura della mobilità e delle fabbriche dopo il cambio di politica sanitaria e l’eliminazione delle forti restrizioni imposte dalla precedente politica zero-Covid e dagli indici PMI tornati a scontare ripresa economica per la Cina.

Durante la settimana scorsa, con i mercati cinesi chiusi, ho osservato gli ETF sugli indici cinesi, quotati in occidente, salire come se il sottostante cavalcasse il medesimo rally del Nasdaq. La stessa cosa si è vista sull’indice coreano, che ha riaperto mercoledì scorso e su quello di Hong Kong, che ha riaperto giovedì.

Ovvio quindi che i mercati attendessero il botto dagli indici cinesi. Invece così non è stato, perché l’indice di Shanghai ha inaspettatamente fatto solo +0,14% e quello di Shenzhen +0,98%.

La seconda sorpresa, che ha rotto un po’ di uova nel paniere degli operatori, è stato un paio di dati sull’inflazione piuttosto deludenti: la stima preliminare dei prezzi spagnoli ha mostrato l’indice dei prezzi al consumo annuale salire in gennaio al 5,8%, dal 5,7% di dicembre, interrompendo una serie di 5 mesi di ribasso. Quella core è salita ai massimi dal 1986, al 7,5% dal 7% di dicembre.

Altra sorpresa negativa è arrivata dai prezzi alla produzione italiani di dicembre, che sono saliti su base annua dal 29,4% di novembre al 31,7%.

Ad insospettire c’è stato pure il rinvio di una settimana del dato tedesco, originariamente previsto per oggi, che rende il dato europeo di domani un po’ meno affidabile, poiché orfano del contributo tedesco.

Naturale chiedersi se il mercato non avesse messo il carro un po’ troppo davanti ai buoi, nell’aspettarsi anche in Europa un’inflazione ormai domata, che invece si sta mostrando ancora ostinatamente vischiosa.

Così qualcuno ha cominciato a chiedersi se, per caso, la stessa cosa potesse succedere anche in USA, e magari è andato a vedersi i prezzi delle materie prime in gennaio, scoprendo che molte (rame, alluminio e metalli industriali in genere) sono aumentati in modo consistente, così come quelli di varie materie prime agricole (caffè, zucchero, farina di soia). Il legname, che è molto usato nell’edilizia, è addirittura salito del 40% in gennaio e compensa il forte e simmetrico calo del gas naturale della stessa entità.

Perciò la possibilità che i prezzi in USA scendano anche in gennaio è tutt’altro che elevata, e comunque è da presumere che la FED non abbia affatto voglia di dichiarare vinta la battaglia contro l’inflazione proprio quando i prezzi potrebbero magari rialzare la testa.

Così hanno ripreso quota i timori che la FED e la BCE possano proseguire la narrazione aggressiva, rifiutando ancora una volta l’invito ad abbassare la guardia, rivolto loro per tutto il mese dai mercati.

Aggiungiamo poi che molti indici mostravano eccessi rialzisti e divergenze ribassiste, ed otteniamo la miscela perfetta per un bel calo.

Chi voleva vedere anche qualche disturbo geopolitico per prendere profitto, nel week-end è stato accontentato. Oltre all’escalation minacciata dai russi in risposta alla fornitura di carri armati all’Ucraina da parte della NATO, abbiamo avuto anche la ripresa della guerra infinita tra Israele e estremisti palestinesi, e, ciliegina sulla torta dei problemi, anche un attacco con droni, probabilmente israeliano, ad impianti militari iraniani dove si arricchisce l’uranio

SP500 (-1,3%) e soprattutto Nasdaq100 (-2,09%) sono stati gli indici che hanno subito maggiori prese di beneficio. SP500 è tornato sul supporto di 4.010, rinunciando per ora ad attaccare la forte resistenza di 4.100.

Ha resistito meglio l’azionario europeo, limitando i danni a -0,46% sull’indice sintetico Eurostoxx50. La forza relativa europea ha dell’incredibile, se consideriamo che nel vecchio continente l’inflazione sembra assai più vivace che in USA e la BCE è indietro nella manovra di rialzo dei tassi rispetto alla FED. Il risultato è che mentre i rendimenti reali in USA sono ormai leggermente positivi, quelli di Eurolandia sono ancora pesantemente negativi. La grande fiducia che i prezzi del gas e del petrolio avrebbero continuato ad implodere ha indotto all’euforia del terzo trimestre e di gennaio, che, comunque vada oggi, sarà un mese da incorniciare per l’azionario europeo.

La mia impressione è però che si stia correndo un po’ troppo e non si prendano sul serio, come invece si dovrebbero, le conseguenze future di una aggressività monetaria della BCE che porti i tassi ufficiali a livelli paragonabili a quelli già raggiunti dalla FED.

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