Quelli europei hanno chiuso la settimana con variazioni rispetto al venerdì precedente inferiori al punto percentuale. Eurostoxx50, che li sintetizza, ha limitato il calo settimanale al -0,74%, dimezzandolo grazie al rimbalzo di venerdì. La stessa cosa hanno fatto, più o meno, gli altri indici di Eurozona, tra cui hanno performato meglio quello italiano, sostanzialmente agli stessi livelli del venerdì precedente, e quello spagnolo, che ha addirittura guadagnato un pochino di terreno.
Wall Street ha invece stupito tutti con un rialzo di venerdì assai significativo (+1,89% SP500 e addirittura +2,86% per il tecnologico Nasdaq100), grazie ai risultati molto ben accolti delle trimestrali di Alphabet e Netflix. Cosi anche in USA la settimana ha fatto assai meno male di quanto si temesse (solo -0,66% per SP500 rispetto al venerdì precedente). Nasdaq100 è riuscito addirittura a cambiare segno alla settimana con +0,67%.
Anche in Asia le cose sono andate bene, con Shanghai che ha incassato un rimbalzo settimanale del +2,18% e fino a lunedì 30 gennaio chiuderà i battenti per il Capodanno cinese. Piuttosto bene anche il giapponese Nikkei (+1,66% settimanale) che ha beneficiato della conferma della politica monetaria di tassi sottozero da parte della BOJ, che non si cura dell’inflazione, che ha raggiunto anche in Giappone livelli preoccupanti a dicembre (+4% annuale).
Il rimbalzo di venerdì da parte di Wall Street è abbastanza clamoroso, poiché nega la precedente rottura della media mobile a 50 sedute da parte di SP500 e riporta il principale indice azionario USA a contatto con la media a 200 sedute, fragorosamente abbandonata mercoledì scorso. La trendline ribassista è stata nuovamente avvicinata ed ora dista soltanto una ventina di punti.
Praticamente Wall Street è tornata nella situazione in cui era il 12 gennaio e potrebbe ritentare questa settimana la spallata rialzista alla trendline, per portarsi a verificare il livello di area 4.100, che a dicembre l’indice azionario non è riuscito a superare, nonostante i due tentativi del 1° e del 12 dicembre.
Del resto, quello che il grafico ci mostra è un ampio triangolo che ha come lato discendente la fatidica trendline dei massimi discendenti dal 4 gennaio in poi e come lato ascendente quella rialzista che unisce il minimo del 13 ottobre scorso e ben 4 minimi ascendenti, segnati nel periodo dal 22 dicembre al 4 gennaio.
Pare evidente, a questo punto, l’ostinazione del mercato a pretendere la svolta da parte della FED, nonostante le continue e ripetute intenzioni delle banche centrali di alzare ancora i tassi, fino a quando l’inflazione non sarà saldamente sotto controllo, e comunque di non abbassarli in questo 2023. Le proiezioni mediane dei membri FED, fatte a dicembre, rappresentano un percorso che vede i tassi ufficiali superiori al 5% a fine anno (oggi sono al 4,50%). Invece il mercato dei futures prezza i tassi al 4,4% a fine anno. È uno scostamento molto significativo, circa 75 punti base, cioè tre ribassi da 0,25%, che il mercato pretende e la FED nega. Una visione del futuro ancora diametralmente opposta, con i mercati che ostinatamente continuano a puntare su un abbastanza rapido e consistente cambio di politica monetaria da parte della FED. Pare anche una evidente mozione di sfiducia nei confronti della FED, che viene vista come incapace di leggere i segnali dell’economia ed il rallentamento dell’inflazione, così come un anno fa non ne vedeva l’incremento.
E’ evidente che una simile divergenza non può continuare a lungo. O la FED cambierà rapidamente visione, oppure i mercati dovranno scendere significativamente.
Una cosa che deve comunque essere chiara. I mercati non possono obbligare la FED al cambio di passo. La FED invece può obbligare i mercati a ridimensionare le loro pretese.
Basta che li ignori e vada avanti per la sua strada.
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