Ieri i mercati azionari USA ci hanno provato ancora a testare la trendline che il giorno prima ha fermato l’indice SP500, senza però farlo arretrare in modo significativo. E questa volta è andata peggio.
Per tutta la mattinata europea e fino all’apertura di Wall Street gli indici azionari di Eurozona hanno preparato con molta buona volontà la strada dell’ottimismo agli operatori americani. L’indice Eurostoxx50 è ancora salito fino a superare i massimi del giorno prima e a lambire la soglia psicologica dei 4.200 punti. A gonfiare le vele dell’entusiasmo sono stati ancora gli strascichi delle indiscrezioni anonime pubblicate da Bloomberg su un presunto ammorbidimento della BCE, che magari regalasse la sorpresa di un aumento dei tassi ufficiali nella prossima riunione del Direttivo di febbraio di soli 25 punti base, contro le precedenti aspettative e smentendo le chiare parole di Lagarde pronunciate a dicembre, quando disse che gli aumenti di 50 punti base sarebbero continuati ancora un po’.
Ma ad infondere ottimismo è stata ancor più la decisione non attesa della Banca Centrale giapponese di mantenere immutata la politica monetaria super-accomodante, con il tasso ufficiale di interesse ancora fermo a -0,1%, fregandosene dell’aumento dell’inflazione e della costante vendita di bond giapponesi, che vengono comprati a piene mani dalla stessa BOJ, l’unica rimasta a fare il Quantitative Easing, per evitare che i rendimenti si alzino. La decisione ha prodotto un bel rimbalzo del +2,6% dell’indice azionario Nikkei e mantenuto il buonumore su quelle europee, anche se qualche dichiarazione di membri BCE ha praticamente smentito l’indiscrezione di Bloomberg.
Ma nel pomeriggio è uscita una batteria di dati macroeconomici americani, relativi a dicembre, che hanno rivelato un marcato rallentamento dell’attività economica, mancando pesantemente le stime degli analisti. I prezzi alla produzione sono scesi più delle attese (-0,5% contro -0,1%). Lo stesso hanno fatto le vendite al dettaglio (-1,1% contro -0,8% e dopo il -1% di novembre). Male anche la produzione industriale (-0,7% contro attese di -0,1% e dopo il -0,6% di novembre).
Istintivamente l’indice SP500 in apertura ha interpretato questi dati con il consueto paradigma “quel che è male per la crescita è bene per i tassi”, salendo ad attaccare nuovamente il forte ostacolo da abbattere. Ma la salita è riuscita solo a ripetere il massimo del giorno prima e dalle 16 in poi è arrivato il dietrofront. Evidentemente un bel numero di operatori comincia a prendere in considerazione che la situazione non è affatto rosea se l’economia rallenta in modo sensibile, poiché gli utili ne porteranno le conseguenze.
Sarà questo, sarà il doppio massimo a quota 4.015, sta di fatto che la discesa è proseguita sino alla 19 e qui si è stabilizzata in attesa del Beige Book, che misura l’attività economica nei vari distretti USA. Intanto l’Europa ha ripiegato anch’essa, sebbene l’inerzia rialzista accumulata in gennaio abbia impedito a Eurostoxx50 di chiudere in ribasso, fermando il valore finale allo stesso livello del giorno prima (4.174).
Il Beige Book alle 20 ha ulteriormente complicato le cose, poiché ha rappresentato un’economia USA ancora abbastanza robusta. Cosa che ha fatto subito pensare che la FED, che lo osserva, possa continuare a ritenere che non sia affatto il caso di abbassare la guardia sui tassi. Così crescono le probabilità che i rialzi dei tassi non si fermino ed accentuino la stessa recessione.
Risultato: SP500 ha chiuso in netto storno (-1,56%) a quota 3.929, bruciando i rialzi della 4 precedenti sedute. La trendline l’ha respinto con perdite ed è sceso nuovamente sotto la media a 200 sedute, arrivando quasi a raggiungere quella a 50 sedute. Le conseguenze possono essere dolorose, dato che le volte precedenti alla candela di fallimento del breakout sono sempre seguite altre sedute di ribasso.
Oggi se Eurostoxx50 riuscirà a salire ancora sarò molto sorpreso.
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