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LE INCERTEZZE NON MANCANO, MA NEMMENO GLI ECCESSI
21/11/2022 09:00

La settimana del giro di boa di metà mese non ha fatto molta chiarezza circa le intenzioni dei mercati, che sembrano disorientati dalle molte contraddizioni che incidono sulle loro valutazioni.

Ne faccio un breve elenco, sicuramente non esaustivo.

La guerra in Ucraina sta entrando in una fase difficile da decodificare. Gli USA cercano di premere sull’Ucraina per intavolare una sorta di trattativa per cristallizzare i progressi bellici ucraini e porre fine ad una guerra che, con la presa della Camera da parte dei repubblicani, sarà dal prossimo anno sempre più difficile da finanziare. La maggior parte dei repubblicani, un gruppo nutrito di democratici ed ultimamente anche larghe fette di opinione pubblica, non paiono più disposti a fornire armi “alla carta” all’Ucraina, secondo le continue richieste di Zelensky e premono per indurre Zelensky ad abbassare il prezzo negoziale per sedersi al tavolo delle trattative con Putin. Il quale appare sempre meno stabile al potere, dopo gli insuccessi bellici culminati con la perdita di Kherson, poche settimane dopo averla annessa alla Russia in seguito ai referendum-farsa. Ma per ora la posizione dell’Ucraina è fossilizzata sulla pregiudiziale irrealistica che i russi abbandonino tutti i territori occupati.

La seconda incertezza è la politica monetaria futura. I mercati azionari (che in novembre, pur tra impulsi e correzioni, stanno comunque salendo) e valutari (con il dollaro che dal 3 novembre in poi si è svalutato di circa il 6%) continuano a sperare che la tanto desiderata pausa nell’aumento dei tassi da parte della FED sia ormai vicina. Non riescono a credere che la FED ignori i segnali sempre più numerosi di recessione imminente che si susseguono, sebbene un dato non certo secondario, come quello delle vendite al dettaglio, continui a mostrare molta voglia di spendere da parte dei consumatori USA. E i consumi pesano il 70% del PIL.

Però le intenzioni dei numerosi membri della FED che hanno parlato negli ultimi giorni confermano la linea dell’aggressività monetaria contro l’inflazione, anche a costo di una moderata recessione.

Così i mercati obbligazionari sono stati costretti ad una settimana con rendimenti in salita sulla parte più breve della curva, anche se la parte più lunga è stata stabile (il decennale) o in calo (i Treasury a 20 e 30 anni). Così la curva dei rendimenti appare sempre più invertita e testimonia l’inesorabilità della recessione, in arrivo probabilmente nel prossimo trimestre.

La terza grande incognita globale viene dalla Cina, che ha lanciato segnali di alleggerimento della sua politica zero-covid, ma vede la curva delle nuove infezioni alzarsi assai rapidamente e persino due morti, registrati ieri, dopo mesi che non se ne verificavano. La voglia di allargare le misure sanitarie potrebbe subire un drastico dietro-front, mentre la crisi dell’immobiliare mette alla prova la forza dell’economia cinese e la capacità di manovra delle autorità politiche e monetarie.

Così la settimana passata ha prodotto in USA ed in Asia risultati scarsi sull’azionario. Gli indici USA e quasi tutti quelli asiatici hanno collezionato performance settimanali negative. Non drammatiche, in genere intorno al punto percentuale. Ma in grado di testimoniare la perdita di slancio ed un andamento lateral-ribassista nelle ultime sedute, che obbliga a rimuovere il termine “rally” dall’analisi del movimento in atto.

E’ L’Europa? Sta incredibilmente vivendo un momento di grazia che sembra non voler finire mai. La scorsa settimana, grazie all’ennesimo balzo attuato venerdì scorso dagli indici azionari europei, ha visto Eurostoxx50, che li sintetizza, portare il suo record a 7 settimane consecutive di rialzo, con un risultato settimanale di +1,46%.

Una performance “imbarazzante”, se si confronta con tutti gli scenari degli uffici studi, che ci parlano invariabilmente di una Eurozona prossima alla recessione se non già con i piedi entrambi dentro.

Se dovessi attribuire una motivazione a questo bizzarro e solitario comportamento europeo, utilizzerei la convinzione che i mercati hanno che la BCE smetterà ben presto di alzare i tassi e non commetterà l’errore della FED di stringere troppo la corda dei tassi intorno alla gola dell’economia. Mi pare un ragionamento piuttosto azzardato. L’inflazione in Europa è assai più incardinata e difficile da estirpare che in USA. I falchi tedeschi stanno urlando a gran voce che la BCE deve accelerare, e non ridurre, l’aumento dei tassi. Non vedo nella Lagarde la capacità di tenere testa a queste voci. Non credo che la BCE abbia molte scelte, essendo partita nella lotta all’inflazione in ritardo addirittura rispetto alla già troppo lenta FED. E se consideriamo che la Fed non ha intenzione di fermarsi non vedo come possa farlo la BCE.

Temo che la frittata sia fatta e che in Europa avremo quella stagflazione che in USA potrebbe forse essere evitata.

I mercati europei snobbano questa eventualità, ma temo che prima o poi dovranno accorgersene anche loro e finiranno di esultare.  

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