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LA CORTE DEI MERCATI ALLE BANCHE CENTRALI
08/11/2022 09:00

La seconda settimana di novembre è partita con i mercati che forse si sono già rimessi a fare la corte alle banche centrali. E’ vero che quelli americani hanno ricevuto la scorsa settimana un sonoro ceffone dalla FED, che per bocca di Powell ha respinto le avances dei mercati per ripristinare quel rapporto affettivo durato 14 anni, dal 2008 al 2021, celebrato attraverso la lunga fase della politica monetaria generosa verso i debitori, che in USA hanno chiamato ZIRP (Zero Interest Rate Policy). Questa lunga storia d’amore ha consentito sia ai mercati obbligazionari che a quelli azionari (nonostante lo spavento-lockdown del primo semestre 2020) un periodo prolungato di crescita esponenziale delle quotazioni e la crescita dei colossi tecnologici, lievitati grazie al credito gratis (o quasi) ed alle valutazioni generose che hanno scontato eterna felicità per gli investitori.

Il rapporto d’amore tra mercati e banchieri centrali si è spezzato all’inizio di quest’anno, quando il mostro dell’inflazione si è risvegliato ed ha cominciato velocemente a distruggere il potere d’acquisto delle fasce più povere della popolazione. Le banche centrali ne hanno negato prima l’esistenza, poi la persistenza. Ma da marzo di quest’anno sono state costrette a fare della battaglia all’inflazione la loro missione primaria, anche a costo di provocare un po’ di recessione ed un calo dei mercati finanziari.

Il calo dei mercati finanziari è diventato così una componente necessaria per stringere le condizioni di accesso al credito e ridurre la domanda globale, nella speranza che questa minore domanda conduca a prezzi più moderati senza deprimere troppo la produzione di beni e servizi.

Questa scelta, aggravata dal ritardo con cui la FED e le altre banche centrali hanno preso atto dell’inflazione, ha portato uno tsunami sui tassi ufficiali, cresciuti ad un livello e soprattutto con una velocità che non si vedeva da oltre 40 anni. Si è così rotto il rapporto affettivo con i mercati, che hanno stanno vivendo un lungo periodo dominato dall’orso, che dura ormai da oltre 10 mesi ed ha prodotto devastazioni nelle quotazioni di molte grandi imprese, che solo lo scorso anno sembravano in grado di dominare per sempre l’economia globalizzata.

Le borse hanno tentato più volte di convincere la FED che era ormai tempo di alzare il piede dall’acceleratore dell’aggressività monetaria. L’hanno fatto quest’estate, ricevendo a Jackson Hole   il primo sonoro ceffone da Powell, che ha detto chiaramente che i tassi sarebbero saliti ancora per parecchi mesi e comunque fino a quando non si fossero visti rallentamenti non episodici dell’inflazione. I mercati hanno così ripiegato velocemente segnando minimi annuali più profondi a metà ottobre. Da lì hanno tentato un nuovo approccio, ricevendo la scorsa settimana un nuovo diniego da Powell, che ha confermato la sostanza di quel che aveva affermato in estate, aggiungendo che il tasso terminale della manovra di rialzo sarà più alto di quanto si pensava in precedenza e che il tempo che manca per arrivare alla fatidica pausa è ancora parecchio.

Perciò le borse USA la scorsa settimana hanno rimesso la coda tra le gambe ed hanno ripiegato.

Però questa volta, a differenza di quanto capitato a settembre ed ottobre, la delusione non ha portato i mercati azionari a raggiungere nuovi minimi, almeno per ora. Sia venerdì che ieri gli indici azionari USA hanno imbastito un rimbalzo ben prima di arrivare a testare i minimi di ottobre. SP500 (ieri +0,96% a quota 3.807) sembrerebbe persino voler disegnare un trend rialzista di breve periodo, mostrando tre minimi ascendenti (13.10, 21.10 e 3.11). Il rimbalzo partito il 3 novembre ha incontrato ieri la media mobile a 50 sedute poco sopra quota 3.800 e non ne è stato respinto. Se oggi riuscirà ad inanellare il terzo rialzo consecutivo potrà dirigersi verso quella a 100 sedute, che passa poco sotto 3.900 e poi tentare nuovamente di scalare il muro in area 3.910, contro cui ha sbattuto più volte la testa dopo la metà di settembre e l’ultima volta il primo giorno di novembre.

A infondere un po’ di fiducia a questo ennesimo tentativo rialzista sono diversi fattori. Il Vix, l’indice della paura, ha mostrato molta tranquillità nelle sedute negative di novembre. L’indice europeo Eurostoxx50 (ieri +0,56% a quota 3.708) sta vivendo un momento magico, con 15 sedute positive delle ultime 18 e sembra del tutto ignorare preoccupazioni di recessione e di aumento dei tassi.

Infine, oggi avremo le elezioni Midterm americane, con Biden che dovrebbe essere messo in seria difficoltà dalla riscossa dei repubblicani. I risultati arriveranno nella mattinata di domani.

Le elezioni Midterm, chiunque vinca, hanno una tradizione positiva per i mercati azionari. Quasi sempre sono state seguite da rally azionari nei mesi seguenti, che coincidono anche con la stagionalità positiva tipica del periodo cha va da novembre a gennaio.

Le borse hanno già voglia di tentare così presto un alto approccio amoroso verso le banche centrali?

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