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PROVE DI RALLY, NONOSTANTE LE BANCHE CENTRALI
09/09/2022 09:15

Il giorno dei banchieri, tanto temuto, anziché partorire nuovi ribassi, alla fine ha visto prevalere un ritorno di fiducia sufficiente a confermare la voglia di rimbalzo di Wall Street.

A dire il vero la seduta è stata agitata da qualche cambio di direzione dei listini in reazione alle parole pronunciate da Lagarde, per conto della BCE, dopo la riunione ufficiale del Direttorio, e da Powell, poco dopo, in un dibattito pubblico a Washington.

Anche se l’aggressività delle banche centrali era già stata scontata con il calo abbastanza pronunciato dei listini azionari occidentali dopo Ferragosto, apprendere alle ore 14,15 dal comunicato ufficiale della BCE che per la prima volta nella storia di questa istituzione è stato deciso un rialzo dei tassi di 3 scalini (cioè 0,75%), portandoli a 1,25% dopo molti anni di tassi a zero, un brivido lo ha dato agli operatori. Un’altra scossa l’hanno poi consegnata le parole imbarazzate di una Lagarde che ha dimostrato di essere ostaggio dei falchi teutonici, ed ha giustificato la linea dura con parole completamente diverse da quelle sempre piuttosto caute e rassicuranti delle precedenti conferenze stampa. L’affermazione che la BCE abbandona la lunga fase di politica monetaria accomodante per “anticipare la fase di normalizzazione della politica monetaria” e “assicurare un tempestivo ritorno dell’inflazione verso l’obiettivo di medio periodo del 2%” procura in chi ascolta una duplice sensazione: la prima è quella della classica presa in giro, dato che chi ora ci dice che l’inflazione per essere contrastata richiede dosi da cavallo di strette monetarie è il medesimo che ha atteso che l’inflazione arrivasse a superare l’8% prima di accorgersi che non era un fenomeno transitorio. La seconda è quel misto di preoccupazione e di rassegnazione di chi si trova su un autobus guidato da un autista che non conosce la strada.

Chi ci assicura che, dopo aver tardato un anno a riconoscere l’inflazione, che qualunque massaia vedeva nel carrello della spesa, la signora Lagarde ed i suoi prestigiosi colleghi del Direttorio BCE ora non ci portino dalla padella dell’inflazione alla brace della recessione? Una recessione magari indotta dalla crisi energetica e dalle sanzioni reciproche tra Europa e Russia, ma poi esacerbata dalla politica tardivamente ed eccessivamente restrittiva avviata a giugno. Anzi, dato che Lagarde ha promesso che il maxi aumento dei tassi ufficiali è il primo di una serie che sarà compresa tra un minimo di altri due fino ad un massimo di altri cinque, il finale di questa storia sembra oscillare tra due ipotesi: quella che in cambio della riduzione dell’inflazione si debba digerire una marcata recessione nell’eurozona a partire dal 2023, oppure, peggio, quella che la maldestra gestione Lagarde ci procuri la recessione senza riuscire ad ammansire i prezzi come avrebbe voluto. Questa ipotesi ha un nome: stagflazione, già vista negli anni ‘80.

Perciò un impulso ribassista ha colpito a caldo i listini, che sono scesi in territorio negativo ad attendere le parole di Powell, nella speranza che fossero meno ostili di quelle pronunciate a Jackson Hole. Powell non brilla certo per generosità comunicativa. Dopo il breve ma aggressivo discorso del 26 agosto ieri si è limitato a confermare che le sue parole volevano proprio indurre i mercati a scontare la determinazione della FED a combattere aggressivamente l’inflazione. Chi si aspettava che concedesse la possibilità che nella prossima riunione del FOMC il rialzo potrebbe anche essere di “solo” mezzo punto è stato frustrato. Dopo le parole di Powell una mossa da 0,75%, che i mercati già ritenevano probabile, è diventata pressoché certa e porterà i tassi ufficiali USA al 3,25%. Powell ha ribadito che non vuole ripetere l’esperienza degli anni ’80, quando una affrettata interruzione della stretta portò ad un secondo rigurgito dei prezzi, che costrinse a una seconda fase di restrizione.

Però nei mercati USA il rimbalzo di mercoledì deve aver impressionato e, passata la prima reazione di stizza, chi non ha osato comprare prima delle parole dei banchieri centrali, si è unito al coro dei rialzisti poco dopo.

Così, se l’azionario dell’Eurozona non ha gradito a caldo il messaggio BCE, gli indici europei sono stati salvati dal forte balzo del settore bancario, a cui, a sorpresa, è stata portata a 1,25% la remunerazione della liquidità in eccesso depositata presso la BCE. Ricordo che per alcuni anni e fino al giugno scorso, tale remunerazione aveva un tasso negativo (-0,5%). Ora arriva una bella boccata d’ossigeno per i bilanci bancari, irrobustita dall’ovvio ritocco verso l’alto di tutti i vari tassi su mutui e finanziamenti bancari.

Eurostoxx50 ha chiuso la seduta in modesto rialzo (+0,29%) e anche la parte finale della seduta americana ha portato SP500 (+0,66%) e Nasdaq100 (+0,50%) ad estendere il rialzo del giorno precedente.

SP500 ha superato quota 4.000 e si prepara ad attaccare oggi l’area compresa tra 4020 e 4.040, dove transitano la media a 50 e quella a 100 sedute.

La settimana si concluderà con un saldo positivo, soprattutto in USA. Ma c’è ancora del lavoro da fare per i rialzisti, se vogliono trasformare il rimbalzo in una inversione di tendenza.

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