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LA FINE DELL'ERA DRAGHI
22/07/2022 09:00

Ieri non si è celebrata ufficialmente solo la caduta del governo Draghi in Italia, ma anche la fine dell’era Draghi in campo monetario europeo. Allo scadere del decimo anno, ieri è stata archiviata dalla BCE anche la famosa teoria lanciata dall’ex banchiere centrale italiano con la celebre frase (Whatever it takes…) pronunciata il 26 luglio 2012 a Londra. E’ finita l’era dei tassi a zero e dell’acquisto massiccio di titoli di stato per finanziare gratis (o quasi) l’indebitamento degli stati europei e per stimolare la crescita attraverso l’aumento dell’inflazione, da portare stabilmente al 2%.

Dieci anni dopo, la BCE ha alzato per la prima volta i tassi, dopo aver fermato già a giugno gli acquisti di titoli. E lo ha fatto per combattere un’inflazione che da oltre un anno è scappata di mano e potrebbe, nei prossimi mesi, portarsi in alto fino alla doppia cifra. La teoria Draghi è ribaltata. Nulla è per sempre.

Forse non sapremo mai quale dei due schiaffi gli avrà fatto più male, ma certo si tratta di un doppio sgambetto che dovrebbe decretare l’uscita di scena e l’auto-pensionamento del geniale banchiere centrale (si ritiene ancora tale, come ha dichiarato ieri, commosso dagli applausi della Camera e dalle lacrime da coccodrillo dei deputati italiani).

Ieri la seduta europea è iniziata con il tonfo dell’azionario italiano, a scontare le dimissioni ufficiali del Governo Draghi, lo scioglimento anticipato del Parlamento e l’apertura di una breve quanto confusa campagna elettorale, che precederà il voto fissato al prossimo 25 settembre. Il FtseMib azionario è sceso fino a -2,7%, mentre lo spread ha aperto a 243 punti base, in rialzo di 24 punti.

La volatilità ha occupato l’attesa della riunione BCE, che alle 14,15 ha emesso il suo tanto atteso comunicato sui tassi. È arrivato il previsto primo rialzo dei tassi ufficiali dopo undici anni di soli cali e dopo oltre 6 anni di tassi a zero. Contrariamente a quanto anticipato nella precedente riunione, in cui si annunciò che il primo rialzo sarebbe stato di 0,25%, ieri è stato varato un rialzo da +0,50%, il doppio. Di altrettanto (da -0,50% a zero) è stato alzato il livello dei tassi pagati (per modo di dire) alle banche ordinarie sui depositi di liquidità in eccesso presso la BCE.

A cosa serve anticipare ai mercati una decisione se poi se ne prende una diversa? A confondere le idee. La BCE forse lo ha capito ed ha eliminato per il futuro la comunicazione anticipata delle mosse future (tecnicamente la chiamano “forward guidance”), comunicando più genericamente che in futuro si procederà con altri rialzi verso la normalizzazione dei tassi, ma sarà fatto in base ai dati che arriveranno. La mia sensazione è che la BCE sia terrorizzata che l’inflazione continui a salire parecchio ed abbia avuto fretta di alzare i tassi il massimo tollerabile, prima che arrivino dati congiunturali di recessione, che brucino tutte le cartucce future.

La BCE aveva promesso anche di varare il nuovo scudo anti-spread. La mania di creare nuovi acronimi lo ha battezzato “Transmission Protection Instrument” (TPI), e si aggiunge ai parecchi già esistenti (PEPP, APP, OMT). Dovrebbe essere uno strumento del tutto discrezionale, adottato a giudizio del direttivo BCE ed applicabile con acquisti senza limiti di titoli di stato a protezione del debito di qualunque stato dell’eurozona, quando si verificassero “allargamenti ingiustificati” dello spread. Chi decide se il livello di spread è ingiustificato? Sempre la BCE, accertando che lo Stato colpito dalla speculazione rispetti una lunga fila di requisiti: che non sia soggetto ad una procedura di infrazione per deficit eccessivo; che non abbia severi squilibri macroeconomici; che abbia rispettato le raccomandazioni europee; che abbia un debito sostenibile; abbia adottato sane politiche economiche, comprese quelle previste dal PNRR.

Insomma: si proteggono solo gli stati che hanno fatto tutti i compiti a casa e sono in equilibrio.

Non capisco per quale motivo questi stati dovrebbero essere attaccati dalla speculazione.

Mi sembra il classico strumento a base di aria fritta, fatto per non essere applicato mai. E, se per caso si dovesse arrivare a deciderne l’eventuale l’applicazione a vantaggio di qualcuno, la scelta sarà del tutto politica e sarà preceduta dal solito braccio di ferro tra falchi e colombe BCE.

Da una BCE guidata da Lagarde non mi aspettavo molto di più, ma qualcosa di leggermente più significativo sì.

I mercati azionari ci hanno capito poco come me e, nel dubbio, hanno recuperato quasi tutti la parità ovviamente eccetto l’Italia, che comunque ha ridotto la perdita a -0,71%. Eurostoxx50 ha sintetizzato il recupero in +0,31%, che le consente di chiudere a quota 3.996, leggermente sopra la media mobile a 50 sedute ed esattamente in coincidenza con la resistenza costituita dal massimo del 27 giugno. Chiara voglia di rinviare ad oggi la battaglia con la resistenza, in attesa di capire meglio i messaggi contradditori della BCE.

In USA invece si è esteso il rimbalzo a prescindere dalle beghe europee. Proseguendo quel che si vede da parecchi giorni, il Nasdaq100 (+1,44%, quinto rialzo nelle ultime sei sedute) ha trascinato anche SP500 (+0,99%), che ha confermato il modello di inversione rialzista ed ha chiuso la seduta a 3.999, ad un soffio dal livello psicologico dei 4.000 punti e a soli 18 punti dalla completa chiusura del gap lasciato aperto dal 10 giugno scorso a quota 4.017 (chiedo scusa, nel commento di ieri per errore ho scritto 4.120). Inoltre, ha finalmente scavalcato il bordo inferiore del canale rialzista di lungo periodo, rientrando al suo interno.

Ora SP500, per mettere la ciliegina sulla torta, dovrà trasformare i minimi di ieri, 3.928 punti, in un supporto e trovare la forza per un nuovo strappo rialzista, in modo da chiudere in gloria un mese di riscossa.

Chiediamo troppo? Chissà?

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