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WALL STREET TIENE, L'EUROPA VACILLA, L'ITALIA CROLLA
15/07/2022 08:15

La seduta di ieri doveva fornire qualche conferma alla dimostrazione di tenuta che Wall Street aveva dato il giorno precedente, rimbalzando con vigore sul supporto.

Ma la successione degli eventi non ha certo favorito l’andamento della seduta di ieri, su cui si sono abbattute diverse notizie e tutte negative. Comincerei con la revisione al ribasso delle stime economiche da parte della Commissione Europea, che ha limato la previsione di crescita per il 2022 e falciato quelle per il prossimo anno. Ha pure rivisto al rialzo quelle sull’inflazione. Ovviamente il ruolo politico della commissione non ha permesso di parlare di recessione, per non spaventare il popolo, ma i dati sulla crescita del prossimo anno, +1,4% per l’area euro, oltre ad essere striminziti, sono stati accompagnati dalla avvertenza che la difficile situazione della guerra di Ucraina e la crisi energetica sul gas russo comportano notevoli rischi che i risultati siano peggiori.

Nel pomeriggio è arrivato il dato dei prezzi alla produzione USA di giugno, che gli analisti si attendevano in calo dal 10,8% annuale di maggio ed invece è risultato in rialzo al 11,3%.

Chi si aspettava un aiuto dalle trimestrali USA, all’inizio della stagione dei conti del secondo trimestre, è rimasto a bocca asciutta. Entrambe le prime due grandi banche (JP Morgan e Morgan Stanley) hanno presentato conti peggiori delle attese, valorizzando anche parecchi accantonamenti prudenziali sulle possibili sofferenze provocate da una eventuale recessione.

E, per finire, anche i sussidi alla disoccupazione settimanali in USA sono saliti più del previsto.

Su questo contesto, a dir poco traballante, si è poi abbattuta la minaccia di crisi di governo italiana, diventata sempre più probabile durante la giornata e deflagrata con le dimissioni di Draghi. I bizantinismi della politica italiana hanno indotto il presidente Mattarella a respingerle, rimandando Draghi in Parlamento la settimana prossima a verificare ancora una volta la fiducia. Non penso che sia facile rimediare senza che qualcuno perda la faccia, alla frittata fatta dal Movimento 5 Stelle, che non ha partecipato al voto di fiducia sul governo, uscendo di fatto dalla maggioranza.

Non ci sono molte parole per commentare la crisi politica italiana. Forse ne basta una: suicidio.

Non riesco a considerare diversamente da un suicidio politico la scelta del Movimento 5 Stelle e del suo leader non molto riconosciuto Giuseppe Conte.

Nel momento peggiore della situazione geopolitica ed economica si è impuntato per raccattare qualche voto di protesta, uscendo dalla maggioranza, ben sapendo che l’esito più probabile della caduta del governo potrebbe (e dovrebbe, a rigore di democrazia) essere le elezioni anticipate in autunno. Ovvero il modo più rapido per arrivare all’estinzione definitiva del Movimento fondato da Beppe Grillo, che sarà ricordato dagli storici come la meteora in grado di raccogliere il 30% dei voti degli italiani e disperderli completamente in meno di una sola legislatura.

Suicidio rischia di diventare una parola da applicare al destino dell’Italia nel suo insieme, dato che la fine della legislatura si abbatterebbe sul groviglio di problemi che attanagliano la vita degli italiani ed invierebbe all’Europa un chiaro messaggio di inaffidabilità, che già si è visto nello spread BTP-Bund, schizzato a quota 223.

Con questo quadro a tinte fosche gli indici azionari europei sono scesi praticamente per tutta la seduta. Eurostoxx50 ha sintetizzato il calo medio dell’azionario di Eurozona in -1,66%, avvicinandosi all’orlo del baratro rappresentato dai minimi di giugno. Minimi che sono invece stati abbattuti dall’indice italiano FtseMib, che ha perso oltre il doppio di Eurostoxx50 (-3,44%), anticipando la crisi di governo che si è ufficializzata in serata.

Wall Street ha aperto in deciso ribasso e l’indice guida SP500 è tornato subito a testare il supporto di 3.745, questa volta penetrandolo di qualche punto, fino a 3.722 di minimo, e per qualche minuto. Ma anche ieri gli acquirenti sono tornati e nella seconda parte della seduta il rimbalzo è stato cospicuo, riportando l’indice a chiudere a 3.790 (-0,30%). Il Nasdaq100, che ha ricominciato a performare meglio di SP500, ha addirittura chiuso in positivo (+0,34%).

La situazione dell’azionario globale si sta così divaricando, con gli indici USA che, a dispetto dei dati negativi, mostrano una buona tenuta dei supporti, e se arrivassero dati positivi dalle trimestrali odierne, potrebbero anche tentare di ridurre la negatività di questa settimana e riavvicinarsi almeno un po’ alla resistenza rappresentata dal massimo della scorsa settimana.

In Europa invece l’azionario sta vacillando, a causa di una serie di sventure peggiori di quelle americane: la possibile crisi energetica per la chiusura dei rubinetti del gas russo, la guerra d’Ucraina, le prospettive di inflazione peggiori di quelle USA, ed ora anche la crisi politica in Italia, che potrebbe presto diventare crisi dello spread. Per oggi non può pretendere più di una onorevole difesa dei minimi della seduta di ieri e, tuttalpiù, un rimbalzino.

Vi è poi l’estremo pericolo di avvitamento negativo per il mercato italiano, che con l’indice FtseMib ha infranto il supporto di 20.700 ed ora potrebbe puntare al prossimo obiettivo ribassista in area 19.300.

Per questa settimana basta e avanza.

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