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FINE DI UN MATRIMONIO DI INTERESSE
13/06/2022 09:00

Dopo ben 8 sedute di nervosismo inconcludente, in attesa dei due eventi clou della prima parte di giugno, le due sedute di giovedì e venerdì hanno portato a compimento la crisi matrimoniale tra le banche centrali e i mercati. Piatti e stoviglie sono volati in una delle peggiori coppie di sedute borsistiche del millennio.

A scatenare la lite è stata la BCE, che in un colpo solo è riuscita a mandare all’aria il matrimonio con  la speculazione rialzista dei mercati, che il Presidente Draghi aveva celebrato con il memorabile “Whatever it Takes” ed un intero mandato passato ad azzerare i tassi di interesse e pompare liquidità con il Quantitative Easing.

La gestione Lagarde ha per qualche mese tentato di scimmiottare la seducente narrazione dell’italiano, nel frattempo “premiato” con la patata bollente della Presidenza del Governo italiano in mezzo alla pandemia e con il PNRR da progettare e realizzare per prendere i fondi europei.

Finché la pandemia lo ha concesso, la distribuzione di denaro gratis a copertura dei debiti governativi europei ha mantenuto in piedi il matrimonio di interesse, sebbene a più riprese la goffa e spesso ambigua comunicazione della presidente francese ha fatto rimpiangere la sicurezza di Draghi e la sua capacità di tenere a bada i falchi della BCE.

L’arrivo dell’inflazione che, alimentata dai pluriennali pompaggi monetari, ha assunto un anno fa le sembianze di un fiume in piena, è stato ignorato ben oltre il comune sentimento del pudore da tutte le principali banche centrali, che sono state svegliate solo dal frastuono dei missili russi che bombardavano l’Ucraina. È allora partita la lotta all’inflazione, diventata il pericolo pubblico a cui tutto sacrificare. I falchi hanno preso il comando e i mercati si sono ritrovati umiliati ed offesi da politiche monetarie che sono diventate velocemente piuttosto restrittive. La BCE ha mantenuto la politica monetaria accomodante finché ha potuto negare l’evidenza. Ma gli ultimi mesi hanno mostrato il rapido raggiungimento di livelli di inflazione simili a quelli degli USA, dove la FED, sebbene anch’essa in ritardo, si era già mossa ad alzare i tassi a marzo. Giovedì scorso è così arrivato l’annuncio della fine del QE anche in Eurolandia e del primo rialzo dei tassi da 0,25%, che sarà attuato nella riunione di luglio, dopo oltre 6 anni di tassi ufficiali a zero.

Era tutto previsto, ma non era prevista una BCE sull’orlo di una crisi di nervi, che ha previsto un’inflazione superiore al 2% anche nel 2023 e nel 2024, e promesso un "graduale ma sostenuto percorso di rialzo dei tassi". Inoltre, ha fatto capire che non c’è un piano condiviso contro l’aumento dello spread dei paesi più indebitati, che si ritrovano di punto in bianco senza paracadute.

Così il panico ha colto già giovedì i mercati finanziari, abbandonati al proprio destino. Il giorno successivo è arrivata la ciliegina marcia su questa torta già rancida. L’inflazione complessiva americana, che gli analisti prevedevano in calo, ha invece sorpreso tutti ed è salita a maggio al nuovo record di 8,6%, un valore mai visto dopo il 1981. Si è così scatenato il terrore che la FED aumenti la sua furia restrittiva ancor più del parecchio già previsto.

La settimana, sulle borse occidentali, è stata coì devastata da vendite su tutti gli asset, come raramente accade. Il mercato obbligazionario ha subito perdite sui titoli sovrani intorno al 2% nella settimana ed i rendimenti sui Treasury USA si sono portati nuovamente sui massimi di maggio, intorno al 3,2% per le scadenze tra i 2 e i 10 anni. In Europa, a fronte di un bund tedesco decennale che ha aumentato il rendimento per 9 delle ultime 10 sedute ed ha raggiunto quota 1,50%, il decennale italiano ha toccato quota 3,89%, quello greco il 4,37%. Non c’è da stupirsi che sui quotidiani del week-end l’aumento dello spread, l’antico spauracchio degli anni del Bunga-Bunga, sia tornato a prendersi il titolo di prima pagina.

L’azionario ha mostrato saldi settimanali brutti come quelli di inizio guerra d’Ucraina.

In Europa Eurostoxx50 ha segnato -4,88%, ma l’italiano FtseMib, piegato dalla disfatta del settore bancario, ha lasciato sul terreno un -6,7% settimanale. In USA SP500 ha ceduto -5,05% e il tecnologico Nasdaq100 -5,70%.

Solo Cina (+2,80% l’indice di Shanghai) e Giappone (+0,23% l’indice Nikkei) hanno avuto saldi settimanali positivi. Non è un caso. Laggiù l’inflazione non c’è e le banche centrali stanno ancora attuando politiche monetarie accomodanti.

Ma in occidente i mercati sono terrorizzati da inflazione galoppante e banche centrali che, dopo aver snobbato il pericolo ora cercano di metterci una pezza con misure che possono portare alla recessione e rischiano di scatenare crisi finanziarie per la marea di società e governi iper-indebitati, che non possono sostenere oneri finanziari a lungo superiori al 3%.

Temo che la toppa sarà peggiore del buco.

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