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CAOS ECONOMY: TUTTO PUO' SUCCEDERE
06/06/2022 09:00

La mega correzione non vuole finire. Iniziata il 4 gennaio scorso dal massimo storico di 4.818 punti dell’indice USA SP500, si è protratta finora per 5 mesi ed ha lasciato sul terreno fino a poco più di 1.000 punti. Il 20 maggio l’indice guida dell’azionario mondiale è entrato ufficialmente nel mercato ribassista di lungo termine, in base ad una convenzione assai discutibile (la perdita di oltre -20% dall’ultimo massimo storico) ma molto osservata negli ambienti di Wall Street.

Per arrivare a questo risultato l’indice è sceso per ben 7 settimane consecutive dall’area dei 4.600 punti, che aveva fermato l’ultimo tentativo di rimbalzo attuato a marzo. Così l’intero mese di aprile (quello che secondo le statistiche è tradizionalmente un mese favorevole agli investimenti) e gran parte del mese di maggio (quello che invece ha una brutta reputazione: sell in may and go away) sono trascorsi in discesa. Il mese di maggio è stato però salvato da un nuovo impetuoso tentativo di rimbalzo in extremis, nella quarta settimana del mese, che ha posto fine alla serie di settimane negative che non ha eguali nel nuovo millennio.

Chi si aspettava un inizio di giugno sfavillante, dopo che finalmente l’indice è riuscito a superare l’ostacolo dei 4.090 punti, ha però dovuto accontentarsi di una transizione nel mese di giugno piuttosto incerta. La settimana appena passata ha nuovamente mostrato un saldo negativo (-1,2%). Non è un tonfo, ma la dimostrazione di difficoltà a proseguire il rimbalzo con sicurezza. Il tentennamento americano ha contagiato anche gli indici europei, con Eurostoxx50 che ha perso in settimana -0,66%, mentre gli indici periferici di Italia e Spagna hanno lasciato sul terreno intorno ai due punti percentuali.

Come considerare la pausa della scorsa settimana? L’impressione è che l’inerzia del rimbalzo di fine maggio non sia completamente sfumata e, al momento, si possa ancora classificare il calo come un pullback correttivo dell’impulso rialzista precedente. Un pullback atteso e, se vogliamo, anche salutare.

Infatti, nell’ultimo commento pubblicato prima della breve interruzione di giovedì e venerdì scorso, ipotizzai che i giorni seguenti sarebbero probabilmente trascorsi con un consolidamento nell’area compresa tra il supporto di 4.090 e 4.200 di SP500. Così è stato, anche se le sedute di giovedì e venerdì hanno mostrato saliscendi intraday abbastanza marcati.

La colpa è della condizione di confusione che ha assalito gli operatori, strattonati dalle parole dei banchieri centrali, da quelle di importanti “opinion leader” finanziari, oltre che da dati macroeconomici di difficile lettura.

I componenti del FOMC della Federal Reserve hanno generalmente mostrato parecchia aggressività nei confronti dell’inflazione, vista come il pericolo pubblico n. 1. Hanno tutti previsto e richiesto aumenti dei tassi da mezzo punto percentuale nelle prossime due riunioni di giugno e di luglio. Qualcuno ha ritenuto appropriato mezzo punto di rialzo perfino per la riunione di settembre.

Tra i grandi guru hanno fatto scalpore le parole di Dimon, capo di Morgan Stanley, che ha evocato niente meno che un uragano in arrivo nei prossimi mesi, dovuto non solo all’aumento dei tassi, ma anche all’effetto restrittivo del Quantitative Tightening, cioè la riduzione dei titoli presenti nel portafoglio FED, che parte nel mese di giugno con drenaggio di liquidità da 45 mld$, che sarà esteso fino a 95 mld$ al mese da luglio in poi. È una sottrazione monetaria all’economia mai vista prima, che potrebbe avere effetti devastanti su un contesto molto indebitato e che già vede assottigliarsi la capacità di risparmio degli americani. Il tightening si aggiungerà all’aumento dei tassi ufficiali ed agli effetti inflazionistici sui prezzi di energia e materie prime provocati dalla guerra d’Ucraina, che nessuna delle parti in causa ha fretta di concludere. Anzi, l’impressione è che si vada in direzione di una ulteriore escalation.

Un altro scossone alla fiducia degli operatori è arrivato dal principe dei social Elon Musk, che ha twittato di avere “una sensazione davvero negativa sull’economia” e così ha annunciato il licenziamento del 10% del personale della sua Tesla.

Ma anche i dati economici non aiutano a decodificare quel che ci attende in futuro. Mentre in Europa il rallentamento della crescita si fa abbastanza evidente e si cominciano a contare i mesi che separano dalla prossima recessione, in USA arrivano indicazioni contrastanti e, insieme a segnali di rallentamento, soprattutto dal settore immobiliare, arrivano anche buone notizie dal mercato del lavoro, che fanno pensare ad una economia americana ancora in grado di sopportare la pressione dell’inflazione senza cadere in recessione. Dovrebbe essere una notizia incoraggiante, secondo la logica macroeconomica.

Invece no, perché i mercati azionari ed obbligazionari sono ossessionati dall’aggressività della FED. Ogni notizia macroeconomica viene interpretata esclusivamente alla luce di quale effetto avrà sulle prossime decisioni della FED. Paradossalmente, indicazioni di forza dall’economia spaventano i mercati, perché fanno pensare ad una FED con le mani libere di esprimere maggior aggressività contro l’inflazione, che Biden vuole assolutamente stroncare prima delle elezioni mid term di novembre.  

Venerdì si è assistito ad un dato sulla creazione di posti di lavoro in maggio piuttosto robusto e migliore delle attese, che però ha prodotto un fuggi fuggi degli investitori dall’azionario e dall’obbligazionario, con conseguente risalita dei rendimenti.

È la classica interpretazione da “mondo rovesciato”, indotta dal terrore che i tassi salgano troppo.

Meglio una recessione che fermi la mano della FED e magari la convinca ad innaffiare nuovamente i mercati di liquidità gratuita, che un’economia solida, ma aggredita dall’inflazione, che potrebbe spingere una FED, in grave e colpevole ritardo, ad esagerare con l’aumento dei tassi, provocando una crisi finanziaria simile a quella del 2008.

In mezzo ad un simile caos riuscire a resistere al di sopra dei supporti è il massimo che si può chiedere ai mercati.

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