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SETTE SETTIMANE POSSONO BASTARE?
23/05/2022 10:30

Dopo averci mostrato la settimana precedente la non invidiabile performance di sei settimane consecutive di ribasso, gli indici principali di Wall Street (SP500 e Nasdaq100) hanno proseguito la serie nera anche nella settimana appena trascorsa, portando il record negativo a sette settimane.

Si tratta di un record che per l’incide SP500 non trova eguali nella storia di questo secolo, mentre il più volatile Nasdaq100 ha avuto ben 8 settimane consecutive di calo durante i due feroci “crolli” del millennio, nel 2001 e nel 2008.

Come ciliegina marcia sulla torta rancida, nell’ultima seduta della settimana l’indice USA SP500 ha superato anche i mille punti di ribasso e persino la soglia di ingresso ufficiale nel “bear market” (mercato orso).

Questa soglia è fissata dagli “usi e costumi” di Wall Street nel -20% di calo rispetto ad un precedente massimo stabilito dal “bull market” rialzista precedente. In questo caso dal massimo realizzato il 4 gennaio scorso. Ebbene, venerdì scorso è stata oltrepassata questa misura di calo, anche se il rimbalzo finale ha fissato in chiusura di seduta un calo dal massimo del -19%.

Il Nasdaq100 aveva già da tempo suonato la campana del bear market, la prima volta il giorno dell’inizio della guerra d’Ucraina, il 24 febbraio. Venerdì è riuscito a portare la perdita dal massimo storico a -31%, cioè leggermente peggio di quel che perse nel più rapido ribasso pandemico del 2020. Allora il minimo si fermò a -30%. SP500 invece, allora perse -35%, cioè assai più di quel che ha perso in questa circostanza. Segno della diversa origine di questo calo rispetto al calo pandemico. Allora fu l’economia reale a venire bastonata, mentre quella virtuale del Nasdaq100 accentuò con i lockdown il suo dominio. Questa volta invece è il timore di rialzo dei tassi a spaventare. E tassi più alti costringono ad abbassare le valutazioni di chi ha pochi utili e tanti debiti, cioè la prassi di molte società tecnologiche.

Perché i media finanziari danno così tanta importanza al numero magico -20%? Non c’è nessun motivo preciso. Anzi, non è nemmeno ben chiaro perché si sia affermata questa usanza, che porta alla strana conseguenza che fino a -19% non ci si deve allarmare, mentre a -20% chissà cosa mai potrà succedere…

Eppure, i media nel week-end ci hanno letteralmente rintronato con questa “notizia”, il cui valore, per me, è pari a zero.

Ci sarebbero molte altre cose strane da notare. Lo spazio mi impone di sceglierne oggi solo una e di rinviare le altre ai prossimi commenti.

Se questo è un bear market, non capisco perché, questa volta, colpisca quasi solo Wall Street, lasciando decisamente meno ferite su altri importanti centri nevralgici dell’azionario globale.

Nella settimana in cui SP500 ha perso oltre -3% ed ha raggiunto il bear market, Eurostoxx50 se l’è cavata con -1,25%, confermando un momento di sovraperformance rispetto all’indice USA che dura da oltre un mese. È rimasto ancora ben lontano dal bear market, col suo -14,9% da inizio anno. In Europa le Cenerentole di una volta, cioè il FtseMib italiano e l’Ibex spagnolo, fanno da inizio anno addirittura assai meglio (meno peggio, per la precisione), con circa -12% per il primo e -2,6% del secondo.

E che dire degli indici cinesi che, annusando la fine del lockdown ed il ritorno alla normalità sanitaria, la scorsa settimana hanno segnato una performance addirittura positiva (+2% quello di Shanghai) ed hanno disegnato un modello di inversione rialzista dal baratro in cui sembravano caduti. A spiegare questa svolta pare logico scomodare il taglio dei tassi attuato dalla banca centrale cinese.

Sì, proprio il taglio dei tassi, che stride con gli allarmi della FED (e da qualche settimana anche della BCE), terrorizzata dall’inflazione e votate ad una sfida all’ultimo sangue con l’indice dei prezzi al consumo, a suon di rialzi dei tassi ed a spese dei mercati. Soprattutto di quello azionario, perché quello obbligazionario comincia ad annusare che la sfida si concluderà con Powell che dovrà fare un’altra capriola, quando la recessione si affaccerà ufficialmente e la devastazione dei fallimenti societari lo obbligherà a cambiare nuovamente la direzione della politica monetaria.

Suggerisco già un nome con il quale si potrà tramandare alla storia la strategia adottata della FED in questo scorcio di XXI secolo: la strategia dell’ubriaco.

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