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L'INFLAZIONE COME PUTIN
22/03/2022 09:00

Abbiamo detto più volte che quel che leggiamo sui media, che commentano l’andamento dei mercati giustificandolo con motivazioni fondamentali o macroeconomiche, è una chiave di lettura inadeguata a farci capire le probabili intenzioni future dei mercati.

Nelle ultime sedute abbiamo avuto la riprova che le logiche della massa degli operatori sono diverse da quelle dei commentatori main stream.

Le ultime sedute di borsa ed il weekend non hanno visto notizie positive. Dal fronte bellico ucraino, dopo l’impantanamento della strategia bellica di Putin di fronte alla strenua resistenza ucraina, che ha trasformato la guerra-lampo dei sogni Putiniani in una logorante guerra di posizione, combattuta sempre più sulla pelle dei civili, è arrivato anche lo stallo nelle trattative di pace, che in realtà non sono mai decollate oltre il livello di incontri ormai solo virtuali tra le seconde linee, per concordare i corridoi umanitari, mentre le mediazioni di grosso calibro hanno tirato i remi in barca (Israele), stanno per tirarli (Turchia), o non li hanno ancora messi in acqua (Cina).

L’alleanza occidentale, che sostiene l’Ucraina con parole ed armi, sente che la strategia della guerra commerciale darà frutti solo nel lungo periodo, se non verrà vanificata dall’aiuto alla Russia degli altri BRICS (Cina, India e Sudafrica, tutti astenuti all’ONU, nel celebre voto di condanna dell’invasione russa). Però sanno anche che oltre alle sanzioni non possono andare, se vogliono evitare a Putin la tentazione di premere il grilletto nucleare. Perciò si avviano ad un nuovo giro di vite sanzionatorio, che dovrebbe mettere l’embargo alle importazioni di petrolio russo.

Le parole delle varie autorità governative e monetarie allarmano sempre più sulle conseguenze che questo conflitto avrà anche per le economie occidentali, in termini di prolungamento dell’inflazione e di contrazione della crescita. Ieri sia Lagarde, che Powell hanno sottolineato questi concetti. Il secondo ha anche corretto in senso piuttosto “hawkish” (da falco), le sue parole espresse durante la conferenza stampa FED la scorsa settimana. Ha dichiarato che verranno presi tutti i provvedimenti necessari a fermare l’inflazione, anche rialzi superiori al quarto di punto percentuale, ed anche se questa maggiore aggressività dovesse rallentare l’economia. Ma ha poi aggiunto che l’economia USA è ancora forte e non vede elevate possibilità di recessione nel prossimo anno.

Parola di Powell, che lo scorso anno, di questi tempi, ci parlava di inflazione transitoria e non preoccupante. Urgono abbondanti scongiuri.

Ma l’azionario, che la scorsa settimana, con un rally euforico, ha recuperato metà della scivolata di questa prima parte del 2021, ha preso tutte queste notizie, oggettivamente brutte, come se si riferissero al passato.

Anziché retrocedere con vigore, gli indici europei ed americani si sono semplicemente riposati, appena sotto i valori toccati la scorsa settimana, mostrando di non volersi impressionare più di tanto. Eurostoxx50 ha chiuso a -0,53%, mentre in USA il tecnologico Nasdaq100 ha perso anche meno (-0,30%) e SP500 (-0,04%) ha addirittura azzerato in chiusura di seduta il piccolo calo segnato durante l’intervento di Powell.

Considerati gli eccessi rialzisti accumulati nella scorsa settimana, si tratta di un comportamento decisamente fiducioso sul futuro prossimo.

L’obbligazionario, sempre più sensibile dell’azionario alle parole dei banchieri centrali, ha invece accusato un po’ di più il colpo inferto da Powell in tenuta da falco. I futures sui tassi hanno incorporato almeno un rialzo da 0,5% nelle sei future riunioni del FOMC (le probabilità lo indicano a maggio), mentre tutti gli altri saranno da 0,25%. Le attese per fine anno si sono dunque portate ad un livello di tassi ufficiali compreso tra il 2% e il 2,25%. Tutta la curva dei tassi sui Treasury bond si è spostata un po’ verso l’alto e quelli a breve sono saliti di più di quelli a lungo termine, causando così un ulteriore appiattimento della curva dei rendimenti, che appare già invertita per le durate 3, 5 e 7 anni rispetto al decennale. Lo spread più seguito come anticipatore di recessione, cioè il differenziale   tra il biennale e il decennale, ha ridotto a 20 punti base il suo valore, ancora positivo. La strada sembra comunque tracciata per vedere tra qualche settimana l’inversione anche su questo spread, che farà partire il conto alla rovescia per la prossima recessione.

A chi si stupisce per questo differente comportamento di azionario euforico ed obbligazionario depresso, ricordo che non è la prima volta che si vede, anzi. In passato l’inizio delle manovre restrittive, che hanno poi portato alla recessione, ha sempre spaventato assai prima l’obbligazionario che l’azionario. Quest’ultimo ha spesso accompagnato con un rialzo le prime mosse da falco della FED, spaventandosi solo quando la manovra restrittiva si avvicinava al termine.

Potrebbe essere così anche stavolta e magari potremmo assistere di nuovo a massimi storici a Wall Street, proprio quando la recessione arriverà all’orizzonte.

Intanto per la giornata odierna osserviamo se la sosta i box di ieri è stata sufficiente a rifornire di carburante la voglia degli indici azionari di dimenticare la lunga correzione.

In tal caso dovremmo vedere un nuovo impulso dell’indice SP500 verso quota 4.600.

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