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SE L'ECONOMIA SI INCEPPA IL PERICOLO E' LA STAGFLAZIONE
06/09/2021 08:45

L’inizio di settembre dell’azionario mondiale ha provato a proseguire il cammino rialzista dei 7 mesi precedenti, sebbene sul finire della settimana gli indici principali abbiano mostrato un po’ di fiato grosso,  per cui i saldi settimanali non sono stati uniformemente positivi come nell’ultima settimana di ottobre. Se si osserva il tabellone con la performance settimanale dei principali indici mondiali si nota alternanza di segni positivi e negativi, a macchia di leopardo. E chi ha mantenuto il segno + lo fa seguire da percentuali di crescita piuttosto basse.

Chi ha performato meglio, mostrando qualche segno di ripresa, sono gli indici asiatici (ma non la tecnologia cinese, vessata dalle restrizioni normative imposte dal governo), mentre in USA è proprio la tecnologa a sostenere gli altri indici. In Europa Eurostoxx50 mostra un lieve rialzo settimanale (+0,22%), ma realizzato con contributo negativo degli indici tedesco e spagnolo.

Insomma, una settimana non negativa, ma meno limpida della precedente, con incertezze dovute alla fatica degli indici occidentali a dover nuotare controcorrente, cioè al rialzo, con un’economia che in USA mostra segni evidenti di rallentamento, mentre in Europa continua a presentare ritmi di crescita robusti.

In realtà ciò che insinua qualche dubbio negli investitori non è tanto il susseguirsi di segnali di rallentamento dell’economia USA, ma il fatto che questo rallentamento non riesce a moderare l’inflazione.

In settimana si sono susseguiti dati macroeconomici USA di agosto prevalentemente deboli, generalmente in calo rispetto agli analoghi di luglio e spesso inferiori alle stime degli analisti: dai PMI alle vendite al dettaglio, fino alla creazione di posti d lavoro, che venerdì ha presentato numeri di agosto fortemente deludenti. Poche assunzioni nonostante le paghe orarie medie siano salite. Preoccupa il

Questo apparente paradosso rivela che la recrudescenza delle infezioni da variante Delta in USA sta creando difficoltà nella normalizzazione produttiva, con strozzature anche sul mercato del lavoro, oltre che su alcune materie prime e sui semilavorati tecnologici. Tutto ciò, se da u n lato frena la crescita, dall’altro non riesce a fermare le spinte inflazionistiche, alimentate dall’aumento dei costi di produzione. Comincia a farsi sempre meno improponibile l’ipotesi che prenda avvio una fase di “stagflazione”, cioè la paradossale quanto rara fase di convivenza di due fenomeni teoricamente incompatibili: la stagnazione produttiva e l’aumento dei prezzi.

Gli economisti ci raccontano che una fase di rallentamento economico si ripercuote normalmente sui prezzi al consumo, smorzandoli. Questo perché la crisi diminuisce la domanda e quindi i prezzi scendono.

Il ragionamento ha un senso in caso di funzionamento regolare del sistema economico, in cui l’offerta riesca ad adattarsi in fretta e in modo adeguato alle variazioni della domanda ed in cui la politica monetaria sia neutrale, cioè senza eccessi o restrizioni nella quantità di moneta a disposizione.

Ma i dati ci mostrano che in USA il funzionamento del sistema sta mostrando evidenti anomalie:  non si trova tutta la manodopera che le imprese vorrebbero e si vedono problemi che non accennano a diminuire nella catena degli approvvigionamenti di materie prime e semilavorati. Tutto ciò fa salire i costi e comprime i margini di guadagno delle imprese, a meno che esse non riescano agevolmente a trasferire questi aumenti sui loro prezzi di vendita. Se ci fosse poca moneta a disposizione questa traslazione dei costi sui prezzi sarebbe difficile da attuare, poiché ogni aumento dei prezzi verrebbe compensato da minori vendite. Però viviamo in un momento in cui la politica monetaria non è mai stata accomodante come oggi. L’enorme quantità di moneta a disposizione, creata dal nulla dalle lunghe ed abbondanti politiche di Quantitative Easing della FED e di tutte le altre banche centrali, fornisce assai più della liquidità necessaria per il regolare finanziamento dell’economia e rende i consumatori meno propensi a resistere agli aumenti dei prezzi. Il rischio è perciò che la spirale inflazionistica venga alimentata dalla testarda convinzione che l’aumento dei prezzi sia transitorio. Un prova di questo rischio si vede nel fatto che anche in agosto i prezzi al consumo si siano mantenuti ancora una volta più propensi alla salita che alla stabilizzazione voluta e prevista, per ora invano, dalla FED.

Perciò pochi giorni dopo le rassicurazioni di Powell, che hanno aiutato la chiusura di agosto sui massimi storici, torna d’attualità il timore che la FED venga costretta dagli eventi a varare il Tapering, tanto temuto dai mercati, più prima che dopo, mentre in settimana i dati piuttosto robusti del ciclo economico europeo, uniti all’aumento dell’inflazione nel vecchio continente, spingono addirittura a scommettere su chi, tra la FED e la BCE, varerà per primo la riduzione del proprio Quantitative Easing.

Ecco perché venerdì, dopo i dati sul mercato del lavoro USA, si è vista l’evaporazione quasi completa del rialzo prodotto nei primi giorni di settembre dall’indice europeo Eurostoxx50, mentre in USA, dove comunque i nervi si mantengono più saldi e non è mancato un piccolo rialzo del’asticella del massimo storico di SP500 e soprattutto del Nasdaq100,  si nota sempre più fatica ad estendere questo trend rialzista euforico.

Se questo lo consideriamo un campanello d’allarme, dobbiamo però aggiungere che sui grafici sta suonando ancora ad un volume piuttosto basso. Infatti, se guardiamo l’indice che tutti gli altri guida, cioè l’americano SP500, notiamo che sul grafico giornaliero si nota appena un rallentamento della spinta, ma non ancora la rottura del supporto chiave di 4.515. Anzi, finché regge la tenuta di questo supporto, l’evento più probabile per i prossimi giorni è la continuazione del rialzo con un’ultima spinta verso l’obiettivo dei 4.600 punti.

Solo un chiaro ed impulsivo passaggio sotto 4.515 sarebbe forse in grado di alzare il livello di allarme e chiamare ad un più corposa correzione.

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Pierluigi Gerbino - P. Iva 02806030041
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