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CAOTICA RITIRATA
23/08/2021 07:15

I mercati finanziari ci hanno abituato a vederli scontare in anticipo i fatti che possono influire sulle quotazioni. Almeno quelli prevedibili.

Però questa volta non sono riusciti a prevedere la figuraccia, politica e morale, degli Stati Uniti, che hanno abbandonato in fretta e furia al destino di una nuova dittatura talebana la popolazione afghana, prima illusa dalle promesse di  libertà e democrazia e poi scaricata dopo 20 anni di “quasi occupazione” tramite due governi fantoccio, portati al potere con elezioni truccate, e guidati da personaggi discutibili ed inclini alla corruzione. Si è così ufficialmente capito, come del resto ha candidamente ammesso Biden, che il vero scopo della campagna bellica afgana era vendicare l’attentato alle Torri Gemelle, attuato da Al Qaeda sotto la protezione talebana. Ed ovviamente esportare armi per ingrassare l’industria degli armamenti americana.

L’umiliazione inflitta dai guerriglieri talebani alle forze della coalizione NATO ed allo sprovveduto, ma testardo, Presidente Biden è stata cocente. Appena Biden ha confermato il rimpatrio delle truppe USA, in pochi giorni i talebani si sono ripresi quasi tutto il territorio afgano ed in poche ore, a Ferragosto, hanno occupato Kabul, senza la minima resistenza da parte dell’esercito regolare afgano, che si è subito arreso mentre il capo del Governo ufficiale Ghani fuggiva in Qatar con le valigie imbottite di soldi.

Tutto ciò nell’imbarazzo dell’amministrazione  USA, che solo la settimana prima scommetteva che Kabul avrebbe resistito mesi, costringendo i talebani ad un governo di salute pubblica con tutte le etnie rappresentate e permettendo l’evacuazione ordinata dei soldati e dei collaboratori degli occidentali.

Per tutta la scorsa settimana abbiamo invece assistito al caos totale a Kabul, con scorribande dei talebani alla ricerca dei “collaborazionisti” degli infedeli, l’assalto all’aeroporto da parte di migliaia di afgani terrorizzati dal pericolo di essere puniti per aver creduto agli infedeli, le donne “invitate” a ripiegare la testa, rinunciare alle libertà concesse dai miscredenti, sottomettersi alla legge islamica e tornare nel Burqa.

Neanche i mercati, che vedono lungo, sono riusciti a prevedere un disastro così profondo e, a frittata fatta, hanno dovuto prezzarlo in qualche modo, riducendo decisamente l’euforia che imperversava.

Precisiamo subito che ai mercati finanziari della perdita della democrazia e della libertà degli afgani importa meno di nulla. Importa qualcosa, ma non molto, del possibile ritorno del terrorismo internazionale e del fondamentalismo islamico, che da questa  vittoria talebana trarrà nuova linfa vitale. Importa un po’ di più del mutamento repentino dello scenario geopolitico, con Russia e soprattutto Cina, nemici degli USA, che gongolano per la sconfitta americana e si preparano a riconoscere i talebani per estendere la loro sfera di influenza ed occupare lo spazio politico abbandonato dagli USA.

Ma importa tantissimo della perdita fulminea di consenso da parte di Biden, messo alla berlina, come ovvio, dagli avversari repubblicani, tra cui è ricomparso Trump, ma attaccato anche dal “fuoco amico” di una gran parte di opinione pubblica e politici “liberal”.

La perdita di consenso rende ora assai più complesso far approvare al Congresso e poi portare avanti il suo progetto di rinascita dalla pandemia chiamato “Build Back Better”, che prevede  di spendere ancora oltre 4.000 mld $ per l’ammodernamento infrastrutturale, l’energia pulita e per la riduzione delle disuguaglianze sociali. Se questo maxi piano non marcerà spedito potrebbero esserci conseguenze negative sulla crescita futura, che i mercati hanno già ottimisticamente scontato come acquisita con il rally rialzista che dura da quasi 10 mesi.

Lo shock geopolitico ha perciò costretto i mercati a cambiare gli occhiali con cui si giudicano gli eventi e si formano le aspettative.

Con occhiali un po’ più scuri si sono viste crescere le probabilità che la ripresa abbia già raggiunto il suo culmine  e stia assumendo un profilo più basso. Del resto nelle ultime settimane sono arrivati segnali che i consumi in USA stanno già diminuendo dai picchi primaverili. A preoccupare molto negli ultimi giorni sono anche i contagi dovuti alla variante Delta, che in USA stanno salendo in modo molto preoccupante verso i livelli visti in precedenza solo al culmine dell’ondata record dei contagi dello scorso autunno. Di pari passo aumentano anche le ospedalizzazioni e diversi stati cominciano ad esaurire i posti in terapia intensiva. Perciò le probabilità di nuovi e diffusi lockdown tornano a farsi consistenti.

E, come se non bastasse, l’inflazione ha continuato anche a luglio a presentare numeri persistentemente elevati (+5,4% è il ritmo annuo dell’inflazione ufficiale, +4,3% quello dell’inflazione “core”, cioè senza i prezzi di alimentari freschi ed energia). Sono decisamente superiori alle previsioni fatte dalla FED ad inizio anno e ormai da 4 mesi assai oltre il livello dell’inflazione “desiderata”, che è il 2%.

Molti temono perciò che al simposio di Jackson Cole, a fine mese, la FED annunci ufficialmente la riduzione del QE dall’attuale livello mensile di 120 MLD $, e l’inizio della fase di “normalizzazione” (Tapering) della politica monetaria, ora ultra accomodante.

Tutti questi “fastidi” hanno provocato una settimana negativa per tutti i principali indici azionari del globo, salvo pochissime e trascurabili eccezioni. Per molti la negatività settimanale ha cancellato più della salita di quella precedente. Drammatica pare la situazione degli indici in estremo oriente, dove quelli di Giappone, Cina (sia Shanghai che Shenzhen) ed Hong Kong hanno una performance da inizio anno addirittura negativa. In Giappone sembra preoccupare l’impennata di contagi Covid a livelli mai visti prima, mentre in Cina è la politica aggressiva sulla privacy del governo cinese a penalizzare le grandi corporation tecnologiche.

Il focus sugli indici occidentali ci mostra che l’estrema euforia degli ultimi mesi sembra aver lasciato il passo ad un sentiment almeno momentaneamente correttivo.

Ritengo che si sia trattato di una reazione in buona parte di tipo emotivo, tipico delle fasi correttive dopo lunghi rialzi, quando si prende la scusa di qualche evento non previsto per incassare i guadagni e mettersi in attesa di poter ricomprare a prezzi più favorevoli.

A sostegno di questa ipotesi vi è la tipica rotazione settoriale, con prese di beneficio abbastanza marcate a danno dei settori che hanno corso di più nei mesi di rally, mentre i settori considerati difensivi (sanitario e utility) hanno tenuto assai meglio.

Inoltre abbiamo assistito al tipico comportamento intermarket delle prese di profitto: si vende l’azionario e si compra l’obbligazionario. In tal modo il rendimento sul Treasury decennale è sceso ampiamente sotto il livello 1,30% ed ha confermato il trend discendente partito da 1,77% a fine marzo scorso. Se pensiamo che allora l’inflazione misurava 1,6%, mentre ora è al 5,4% comprendiamo facilmente quanto quello di comprare Bond sia un comportamento che può avere senso soltanto in ottica di parcheggio temporaneo della liquidità, ma non per investimento di medio-lungo termine. Se la FED irrigidisse la politica monetaria, i rendimenti sarebbero destinati a decollare ben oltre il livello del marzo scorso e le obbligazioni subirebbero pesanti cali nei prossimi mesi.

Comprare Bond avrebbe senso solo se ipotizzassimo che la FED nei prossimi mesi renderà la politica monetaria ancora più accomodante, spingendo il rendimento del decennale verso lo zero (come avviene in Giappone) oppure addirittura sotto lo zero, come sta succedendo sul Bund tedesco.

Ma una ipotesi del genere starebbe in piedi solo se si ripetesse il disastro dello scorso anno, con  lockdown lunghi, rigidi e generalizzati, in grado di provocare forti blocchi produttivi. Cosa che, nonostante la variante Delta, non sembra all’ordine del giorno.

Le perdite sull’azionario sono state evidenti, ma non ancora in grado di far morire il trend rialzista. I due principali indici dell’Occidente (l’americano SP500 e l’europeo Eurstoxx50) si sono allontanati dai recenti massimi, ma sono ancora entrambi al di sopra della media mobile a 50 sedute.

E’ una situazione graficamente simile a quella che a maggio, giugno e luglio ha attirato i compratori ad esibirsi con successo nello sport più diffuso sui mercati americani: il Buy the Dip, cioè l’acquisto su una momentanea debolezza con la certezza che il toro tornerà subito.

Non è un caso che venerdì scorso SP500 abbia tentato già un rimbalzo abbastanza significativo, fino a quota 4.442, dai minimi di giovedì scorso di 4.368.

Avremo anche stavolta la digestione rapida della debolezza e lo sfondamento del massimo storico per effettuare l’ennesima estensione del rally?

E’ possibile, anche se al momento ritengo più probabile che questa correzione si estenda verso il basso più delle precedenti.

Il motivo principale è che con l’ultimo allungo di inizio agosto, fermatosi sul massimo storico di 4.480, SP500 ha raggiunto e persino superato l’obiettivo minimo dell’onda (3), che era quota 4.440, mentre il calo partito la scorsa settimana ha sfondato il supporto statico di 4.373. Pertanto tecnicamente l’onda (3) sembra terminata e quella in atto dovrebbe essere la (4). L’onda 4 è sempre correttiva e potrebbe portare l’indice a testare almeno il supporto di 4.233.

Pertanto, fino a prova contraria (cioè il superamento dei massimi storici, che ci direbbe che in realtà l’onda 3 non è ancora conclusa), mi aspetto ancora per qualche giorno la continuazione della correzione, che completi l’onda 4 e porti l’indice dalle parti di 4.233. La rottura di 4.407, il minimo di venerdì scorso, ci darebbe la conferma che è proprio questa la mappa da seguire.

Solo alla fine dell’onda (4) penseremo all’onda (5), che sarà nuovamente rialzista ed impulsiva e dovrebbe portare il mercato verso fine anno vicino ai 5.000 punti.  

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