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INFLAZIONE E GIOCO DEL POLLO
11/06/2021 09:15

I nostalgici della volatilità, che per alcune sedute ha dormito alla grande, in attesa dell’inflazione USA di maggio, ieri sono stati serviti, ma solo dopo le 14,30, quando è finalmente uscito il dato tanto atteso. Allora si è vista una significativa, anche se non memorabile scarica di adrenalina su operatori che si sono trattenuti da venerdì della scorsa settimana.

Cominciamo subito col dire che il dato è stato peggiore delle attese. Non clamorosamente, ma chiaramente peggiore: la variazione mensile è stata +0,6% per l’Indice dei Prezzi al Consumo, meno del balzo da +0,8% registrato ad aprile, ma più delle previsioni degli analisti di +0,4%.

Il dato “core”, cioè depurato dai prodotti energetici e dagli alimentari freschi, è salito a maggio del +0,7%  mese su mese, anche qui meno del +0,9% di aprile, ma quasi il doppio rispetto al +0,4% atteso. Il ritmo annuale dell’inflazione ufficiale raggiunge perciò il 5% tondo, mentre quello core    sale al 3,8%. Se consideriamo che il 2021 è iniziato con l’inflazione USA al ritmo del 1,4% annuale, sia per la misurazione ufficiale che per quella “core”, i valori raggiunti a maggio sono oggettivamente impressionanti e, a mio umile parere, un po’ troppo alti per sottovalutarli.

Ma se non vogliamo fare solo discussioni accademiche, bensì cercare di capire il comportamento dei mercati, la mia percezione non conta nulla, perché quella che conta è la percezione di massa. E la percezione della massa degli operatori non deriva da una lettura oggettiva e “asettica” di quel l’economia ci comunica, ma è modellata sull’impatto che il dato provocherà in casa FED. Conta la percezione della FED, condizionata dagli obiettivi politici della Banca Centrale e dalla necessità di mostrarsi credibile. E la FED, per arrivare a cambiarne l’orientamento annunciato, deve essere “violentata” da dati clamorosamente peggiori delle attese.

Il mercato si è perciò trovato a dover interpretare con la testa della FED un dato brutto ma non terribile. Classificherei così un ritmo mensile di crescita ancora forte e superiore alle previsioni, ma pur sempre di intensità inferiore al mese precedente. La FED ha “messo la faccia” da tempo su una previsione di inflazione transitoria. E’ l’unica previsione che le consente di proseguire la politica accomodante, necessaria a monetizzare l’ingentissimo deficit di bilancio del governo federale e tenere in piedi listini obbligazionari dai rendimenti reali pesantemente negativi e borse azionarie che esprimono valutazioni talmente gonfiate da far impallidire quelle della bolla “new economy” del 2000.

E’ una sorta di gigantesco “gioco del pollo”. Avete presente la scena del film “Gioventù bruciata” con James Dean, in cui due ragazzi fanno una corsa automobilistica lanciando simultaneamente le auto verso un dirupo, e vince chi sterza per ultimo? Per vincere bisogna essere credibili e la FED, per non perdere credibilità, è molto probabile che valuterà questo dato come non sufficiente a cambiare idea. Potrà percepire che il focolaio di inflazione è ancora ben attivo, ma che non si è ancora trasformato in incendio incontrollabile. Avrà quindi la possibilità, nella prossima riunione del FOMC, che avverrà martedì e mercoledì della prossima settimana, di rimanere nell’attuale posizione di “wait and see” ancora per un mese o due, se il ritmo di aumento dei prezzi continuerà a questi livelli. Magari anche di più, se ci sarà un po’ più di stabilità, almeno momentanea, in attesa che la nuttata inflattiva passi ed i prezzi rallentino da soli, senza bisogno di restringere le condizioni creditizie.

Perciò, dopo una reazione istintiva a caldo che ha comportato una scivolata di qualche decimale di punto percentuale sul futures di SP500  e sui listini europei, il mercato ha avuto la bella idea di osservare la reazione al dato da parte di Christine Lagarde, Presidente BCE, che ha cominciato la sua conferenza stampa proprio quando è uscito il dato sull’inflazione americana. Un dato che probabilmente conosceva già. Infatti i principali indicatori macroeconomici, su cui i mercati possono reagire in modo molto volatile, vengono comunicati alla FED con un giorno di anticipo rispetto alla pubblicazione ufficiale. Penso che Powell abbia avvisato Lagarde per tempo, per evitarle la sorpresa in diretta tv ed in piena conferenza stampa.

Ebbene, se già il comunicato BCE delle 13,30 aveva confermato la politica monetaria accomodante attualmente praticata ed assicurato l’intensificazione degli acquisti di titoli di stato del piano PEPP per il prossimo trimestre, Madame Lagarde a voce, invece di preoccuparsi del contagio inflazionistico proveniente dall’America, ha addirittura lamentato un’inflazione core europea troppo bassa (sì, troppo bassa, non ho sbagliato a scrivere) ed ancora inferiore agli obiettivi della BCE. E, tanto per fugare voci di dissenso interno da parte dei falchi, ha affermato che tutto il consiglio direttivo, all’unanimità, ritiene prematuro e non necessario pensare ora a modifiche della politica monetaria.

E allora, se la BCE la vede così, volete che la FED mostri la faccia truce?

Perciò i rendimenti obbligazionari hanno addirittura cominciato a scendere, il che appare del tutto privo di senso, e possibile solo perché le banche centrali vogliono portare ancora avanti il gioco del pollo e spingere i rendimenti reali non solo in cantina, ma anche più sotto. Il rendimento del Treasury decennale USA, che sulla notizia dell’inflazione era salito a 1,52%, ha avuto subito un ripensamento ed è piombato a 1,44%. Faccio notare che il 5% di inflazione porta il rendimento reale al -3,56%. Non ricordo situazioni simili di repressione finanziaria e mi chiedo, senza avere risposta,  fin dove potrà arrivare e fino a quando potrà durare.

L’azionario USA ha iniziato subito baldanzoso con un gap rialzista dell’indice SP500 e l’immediato superamento del suo massimo storico, portato a quota 4.250 con un guadagno provvisorio di 0,7%. Poi però ha pensato bene di chiudere il gap, ed ha restituito rapidamente tutti i guadagni, creando un po’ di perplessità negli indici europei, che hanno chiuso anche ieri intorno alla parità.

Ma in USA, chiuso il gap, sono tornati i compratori ed hanno riportato l’indice SP500 al di sopra del precedente massimo storico. La chiusura di seduta è stata a 4.239 (+0,47%). Meglio ha fatto il tecnologico Nasdaq100 (+1,05%), che si è portato a poco più di 100 punti dal suo massimo storico di 14.073, realizzato il 29 aprile.

Lo strappo rialzista rimette così in marcia il rialzo dei mercati verso gli obiettivi di area 4.400 punti di SP500 e dimostra che per cambiare l’inerzia del trend, pilotata dalla manipolazione monetaria delle banche centrali, non basta neanche l’inflazione al 5%.

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