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NON C'E' FRETTA
08/06/2021 09:15

Il comportamento degli ultimi giorni dei mercati azionari del mondo occidentale pare piuttosto laterale e svogliato. A parte qualche eccezione, come l’indice italiano FtseMib, che sale ininterrottamente da 8 sedute consecutive ed ha ormai ampiamente scavalcato il massimo pre-pandemia di 25.483 punti del 19 febbraio 2020.

Ma, a parte il bel paese, c’è poco altro che si muova. Una delle caratteristiche che più ricorrono in questa prima parte di giugno pare essere infatti la scarsa volatilità intraday, cioè la vicinanza tra il minimo ed il massimo segnato nelle varie sedute.

Cito solo due esempi, che riguardano l’indice di riferimento per gli USA SP500 e quello che esprime l’azionario dell’area Euro, cioè Eurostoxx50.

Il primo in ben 5 delle ultime 8 sedute ha avuto un range di oscillazione intraday (differenza tra il  massimo ed il minimo di seduta) compresso al di sotto del mezzo punto percentuale. L’indice europeo nelle ultime 12 sedute una sola volta è riuscito ad oscillare tra il minimo ed il massimo per una distanza superiore al punto percentuale.

Non sto certo descrivendo situazioni di sonno mai viste prima, ma indubbiamente una tale bonaccia non si vede molto di frequente.

La seduta di ieri sul mercato americano ha mostrato un indice SP500 incerto ed ingessato come raramente si è visto: con solo 17 punti scarsi di oscillazione tra il minimo ed il massimo di giornata, ha disegnato una candela doji, cioè con apertura e chiusura quasi allo stesso livello, cosicché la candela assume la classica forma a croce, poiché priva di corpo. E, per finire, ha pure evidenziato un modello “inside”, cioè con la candela di ieri tutta compresa tra il minimo ed il massimo di quella precedente.

I modelli di indecisione doji + inside non sono infrequenti. Ma sono rarissimi a contatto con resistenze o supporti importanti. Non dimentichiamo che SP500 distava meno di una manciata di punti dal massimo storico quando ha iniziato la seduta di ieri.

Mi aspettavo una candela molto più direzionale, che si aprisse col tentativo di realizzare il nuovo massimo storico, portando a termine un lavoro che era stato lasciato incompiuto già due volte la scorsa settimana: il primo ed il 4 giugno. Poi pensavo che la battaglia sui massimi avrebbe decretato la vittoria del toro oppure dell’orso, e che il finale di seduta sarebbe stato distante dalla resistenza.

Invece… sonno e noia per tutta la seduta.

I mercati sembrano aver perso la bussola e, in attesa di ritrovarla, non si muovono.

Del resto non è facile raccapezzarsi in un momento in cui non mancano messaggi contradditori.

L’accordo al G7 per varare la supertassa globale in grado di accalappiare i big della tecnologia è stato presentato come evento storico, ma intanto deve essere ancora approvato dal G20 e poi, per essere efficace, dovrà essere attuato, con provvedimenti fiscali simili, in tutti i paesi del mondo, compresi quelli che ora sono i paradisi fiscali in cui le grandi multinazionali hanno stabilito le loro sedi per “ottimizzare” il loro carico fiscale. Non credo che sarà molto facile convincere a varare in fretta  la supertassa paesi come Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Malta, Cipro, per citare quelli europei, per non parlare dei numerosi staterelli che prosperano con le briciole fiscali lasciate dai colossi che ufficialmente li “abitano”. Per cui, nella migliore delle ipotesi, dovrà passare ancora molta acqua sotto i ponti prima che il processo si possa compiere.

Non stupisce quindi che i grandi big del Nasdaq ieri, invece che terrorizzarsi, non si siano nemmeno accorti della trappola in cui dovrebbero cadere.

L’altro grande rebus riguarda l’inflazione. Sotto due aspetti. Il primo è l’ansia di capire se a maggio i prezzi sono ancora saliti, e quanto. Per saperlo occorre attendere giovedì prossimo, quando uscirà l’Indice dei Prezzi al Consumo USA di maggio. Il dato “core”, cioè quello calcolato senza i prezzi di energia e alimentari freschi, ritenuti destabilizzanti, perché troppo volatili, è previsto ancora in salita del +0,4% mensile, dopo il +0,9% di aprile.

Il secondo elemento di incertezza riguarda la reazione che avranno le autorità monetarie. Finora le parole dei vari membri della FED hanno confermato la visione precedente, cioè che i prezzi salgono e saliranno ancora un po’, ma poi si calmeranno. Pertanto non c’è motivo di allarmarsi, né di affrettarsi a cambiare la politica monetaria.

A parte il fatto che le motivazioni per cui dovrebbero calmarsi non sono mai esplicitate, a mettere qualche dubbio ulteriore sono arrivate ieri le parole di nonna Yellen, che dal suo ufficio di Segretario al Tesoro Federale (in Europa si chiama Ministero del Economia) ha invitato ad attuare speditamente il maxi piano infrastrutturale Build Back Better, che farà bene alla crescita futura e, se causerà un po’ di aumento dei tassi di interesse, le imprese trarranno dalla maggior crescita benefici più che compensativi. Yellen quindi sembra dare per scontato che i tassi saliranno e cerca di convincere che sarà un bene.

Personalmente, sarò tardo, ma non mi risulta affatto chiaro il motivo per cui con migliaia di miliardi di spesa pubblica aggiuntiva del Piano Biden e quasi il raddoppio dei salario minimo legale, che fa parte anch’esso del programma di Biden, i prezzi in futuro debbano calmarsi.Forse non è molto chiaro neppure ai mercati.

Comunque, se i mercati non hanno trovato la convinzione per rompere il massimo storico, ieri non si sono nemmeno  lasciati impaurire dalla vicinanza della vetta. Sono rimasti fermi ad attendere.

Il messaggio sembra essere: il movimento direzionale arriverà, ma senza fretta.

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Pierluigi Gerbino - P. Iva 02806030041
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