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BALZO DI FINE SETTIMANA
07/06/2021 09:15

Chi si è preso la briga di confrontare le performance della scorsa settimana dei principali indici azionari, avrà notato che quelli americani hanno mostrato un risultato settimanale inferiore a quello della sola seduta di venerdì scorso. Quelli europei, a parte l’italiano FtseMib, che ha sovraperformato abbastanza costantemente, hanno fatto poco di più.

Questo dato ci indica che la settimana è stata salvata dalla seduta di venerdì.

Le sedute precedenti hanno visto mercati svogliati ed anche un po’ in calo, dopo il fallito tentativo di testare i massimi storici di SP500, effettuato nella prima seduta di giugno.

Ma venerdì l’indice americano, con una giornata di deciso rimbalzo è riuscito a riportarsi laddove il martedì precedente era stato respinto.

Perché questa strana tendenza a dormire per poi risvegliarsi di colpo l’ultimo giorno della settimana?

Probabilmente perché venerdì era atteso il dato sulla creazione di posti di lavoro nel mese di maggio da parte dell’economia USA.

E’ un dato che esce sempre il primo venerdì di ogni mese e contiene la stima di quanta nuova occupazione è stata creata da tutti i settori, eccetto quello agricolo.

Perché è così atteso e così considerato dal mercato? Perché è forse il principale indicatore in grado di condizionare la politica monetaria della FED. Lo statuto della FED indica infatti che l’obiettivo della banca centrale USA è quello di favorire crescita economica e la piena occupazione dei lavoratori, compatibilmente con la stabilità monetaria. La crescita e l’occupazione sono un obiettivo, la stabilità monetaria è un vincolo di lungo periodo.

Powell e tutti gli altri membri del FOMC, l’organo direttivo della Federal Reserve USA, lo hanno ribadito fino alla noia nei mesi scorsi, quando i focolai di aumento dei prezzi hanno cominciato a mostrare fiamme vivaci.

Hanno insistito che la politica monetaria non cambierà dall’attuale mood estremamente accomodante fino a quando non arriveranno indicazioni permanenti (cioè per alcuni mesi consecutivi) che la ripresa economica viaggia a buon ritmo e che il mercato del lavoro ha riassorbito gran parte dell’attuale disoccupazione.

Perciò il mercato ritiene che il miglior modo per ipotizzare le future mosse della FED sia guardare quel che succede nel mercato del lavoro. Così il dato mensile sulle nuove buste paga non agricole riceve sempre enorme considerazione.

Per di più, il dato di venerdì scorso doveva fare un po’ di chiarezza dopo il pessimo dato, totalmente imprevisto, uscito un mese prima, quando il 7 maggio arrivò l’annuncio che in aprile la grande riapertura dell’economia in seguito alla campagna vaccinale aveva prodotto “solo” 266.000 nuovi posti di lavoro, rispetto ai 978.000 previsti dagli analisti ed attesi dal mercato.

Il mercato festeggiò il brutto dato con una reazione euforica a caldo, che segnò il nuovo massimo storico di SP500, quei 4.238 punti che restano ancora oggi da superare.

Allora il ragionamento, decisamente contro intuitivo per chi non è abituato alle elucubrazioni autoreferenziali dei mercati, fu il seguente: se l’economia non crea lavoro la FED continuerà a pompare denaro. Perciò anche se l’inflazione sale,  non saliranno i rendimenti effettivi di mercato, perché la Fed continuerà a tenerli artificiosamente bassi con il suo QE. Il che significa rendimenti reali sempre più negativi sull’obbligazionario. Il migliore dei mondi possibile per l’azionario.

Poi però nel week-end del 8-9 maggio i mercati rifletterono che un dato così brutto, se non fosse frutto di qualche anomalia statistica, potrebbe anche rivelare qualche sasso negli ingranaggi della ripresa americana. Partì allora fin dal lunedì seguente una serie di tre pesanti sedute che allontanarono gli indici azionari USA dai loro massimi storici e rinviarono al dato del mese successivo la soluzione del rebus.

Venerdì scorso gli analisti si aspettavano che il mercato del lavoro comunicasse una corposa ripresa di assunzioni, in modo da archiviare come un incidente di percorso statistico il dato del mese prima.

Si aspettavano 650.000 nuove buste paga.

Alle 14,30 è uscito un dato di 559.000 nuovi posti di lavoro a maggio. Un dato senza dubbio migliore di aprile, ma nuovamente peggiore delle attese, anche se non in modo clamoroso come capitò il mese precedente.

A caldo i mercati hanno perciò avuto la stessa reazione del 7 maggio scorso, perché il messaggio è sembrato rassicurante sulla capacità di crescita dell’economia, magari non con il turbo che si è visto in primavera, ma pur sempre a buona velocità. Essendo comunque inferiore alle attese metterà la FED nelle condizioni di attendere ancora qualche mese prima di varare il cambio di polarità nella sua politica monetaria, cioè il passaggio da condizioni espansive (easing) ad una impostazione timidamente restrittiva (tapering).  L’estate dovrebbe perciò passare senza cambiamenti di politica.

Perciò SP500, con un bel +0,88% è tornato a baciare i massimi storici, fermandosi a soli 4 punti, mentre il Nasdaq100 (+1,78%), che dai massimi storici è ancora lontano, si è riportato sulla resistenza di 13.780, da cui ad inizio della scorsa settimana era stato respinto. Praticamente i mercati sono tornati dove erano un mese prima, e potrebbero ora cancellarlo dalla memoria storica.

Tutto pare pronto per il breakout dei massimi, che potrebbe essere tentato oggi.

A meno che arrivino altre perplessità, questa volta magari provocate dall’accordo al G7 per la Global Minimum Tax del 15% a carico di tutti i big tecnologici, che ora in tasse pagano solo poche briciole dei lauti guadagni che accumulano nella rete.

Il cammino della tassa universale sembra ancora lungo. Ora occorre farla approvare dal G20 (e sarà l’Italia, pensate un po’, a dover dirigere le danze, quale presidente di turno) e poi bisognerà che i vari paesi varino norme compatibili. Ma la strada sembra ormai aperta, e vede ora d’accordo le grandi potenze occidentali. Le grandi Big-Tech certamente lo sono assai meno.

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Pierluigi Gerbino - P. Iva 02806030041
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