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FINALE CON THRILLING NELLA SETTIMANA DELLE LITI
19/03/2021 09:15

La settimana delle liti si conclude in modo più turbolento del previsto.

La prima lite della settimana è scoppiata lunedì scorso tra la UE ed Astra Zeneca, con la sospensione in via cautelativa delle inoculazioni di quel vaccino in parecchi paesi della UE. Un evidente bastone tra le ruote europee nella corsa all’immunizzazione di massa, che già vedeva il vecchio continente gravemente in ritardo nei confronti di Gran Bretagna ed USA. La causa, come sappiamo, è stata la comparsa di un certo numero di rare, ma gravi e misteriose trombosi, in concomitanza con le vaccinazioni. Misteriose perché, sebbene il vaccino Astra Zeneca sia somministrato in tutta Europa, questo tipo di trombosi si è palesata solo in Norvegia e Germania. Lo stop “cautelativo” ha investito l’Agenzia Europea del Farmaco (EMA) del compito di dare entro ieri una risposta definitiva sulla sicurezza del vaccino. L’EMA ha risposto ieri sera come era logico ed inevitabile che rispondesse: il vaccino è sicuro ed efficace, le normali trombosi sono inferiori tra i vaccinati che tra quelli che ancora non lo sono. Proseguono le indagini sui casi segnalati di un particolare tipo di “trombosi con trombocitopenia”, che sono stati comunque “estremamente rari”. Il vaccino pertanto si può usare perché “i benefici sono nettamente superiori ai rischi”.

Oggi pertanto riprenderanno le vaccinazioni, anche se questa lite, a mio parere affrettata da motivi politici tedeschi e che avrebbe dovuto essere evitata, ha già causato almeno 4 giorni di ritardo nelle vaccinazioni e una perdita di fiducia che da oggi si potrà misurare col numero di persone che non si presenteranno all’appuntamento vaccinale. E’ impossibile stimare la perdita di vite umane per Covid che causerà questa stupida sospensione, ma certamente saranno enormemente di più dei pochi morti per “trombosi con trombocitopenia”.

La seconda lite che è scoppiata improvvisamente a metà settimana è diplomatica, dopo il durissimo attacco di Biden al dittatore russo Putin, definito in un’intervista tv “assassino”.

La reazione è stata altrettanto dura, con il richiamo dell’ambasciatore russo e la sprezzante e sarcastica risposta di Putin “chi lo dice sa di esserlo. Auguro a Biden tanta salute”. Quel che ha colpito e sorpreso non è tanto la definizione di assassino. Tutti sanno che c’è l’ordine di Putin dietro diverse “strane” uccisioni di oppositori al suo regime.  A scuotere è stato piuttosto l’attacco esplicito alla persona, che non ci si aspettava da un Presidente educato e “felpato” come Biden.

Le diplomazie stanno comunque lavorando per moderare la crisi. Una nuova guerra fredda in piena pandemia non è proprio quel che dovrebbe desiderare chi ha un po’ di sale in zucca.

Queste due liti non hanno impressionato più di tanto i mercati, che hanno proseguito per gran parte della settimana la loro inerzia rialzista, indifferenti alle liti politico-sanitarie, ritenute non un grado di spostare la parabola ascendente dei principali indici.

Mercati tranquilli fino all’ambiguo comunicato FED di mercoledì sera, che a caldo è stato di difficile interpretazione, anche se il recupero post-FED da parte di Wall Street, modesto e senza entusiasmo, ha messo in testa a qualche gufo del calibro del sottoscritto l’impressione che qualcosa non quadrasse.

Mentre i commenti della stampa finanziaria specializzata “main stream”, come “ilSole24ore” ieri presentavano le (in)decisioni FED come favorevoli ai mercati, ieri ho proposto una lettura assai meno piacevole di quella che andava di moda e che ha condizionato anche la seduta europea, chiusasi con un ottimistico rialzo di Eurostoxx50 di +0,46% e con il raggiungimento del nuovo massimo di 3.875 punti, un valore che non si vedeva più dal lontanissimo mese di maggio del 2008, quasi 13 anni fa.

Quel che non mi ha convinto del messaggio di Powell l’ho descritto nell’ultima parte del mio commento di ieri, che riporto integralmente, non perché voglia autocompiacermi, citando me stesso, ma perché esprime il motivo che spiega quel che è successo ieri a Wall Street.

Dopo aver ricordato che i mercati obbligazionari temono l’inflazione e che la FED nel suo comunicato che riportava le previsioni per il 2021 aveva alzato le stime di inflazione dal 1,8%, previsto a dicembre, all’attuale previsione di 2,4%, commentai:

A prima vista la FED sembrerebbe voler dar ragione ai timori del mercato. Invece no, perché, come già nei mesi scorsi, la FED si ostina a considerare questo aumento una fiammata passeggera, destinata a riassorbirsi in fretta e a rientrare intorno al 2%, che è l’obiettivo FED, negli anni successivi.

Come sia possibile che la grande immissione di bonus fiscali e le condizioni espansive del credito che la FED vuole ancora garantire a lungo, la ripresa delle attività sociali e di massa, la ritrovata possibilità di spendere quel che si è accantonato durante i lockdown, possano produrre solo una fiammata passeggera di incremento dei prezzi, né il comunicato, né le parole di Powell in conferenza stampa ce lo hanno spiegato. Powell si è limitato a dire “questi aumenti una tantum dei prezzi avranno verosimilmente solo effetti transitori sull’inflazione”. La chiave sta tutta lì, nell’avverbio “verosimilmente”. Per Powell è verosimile che l’inflazione ci faccia una visitina, un salutino e poi se ne vada. Per i mercati invece è verosimile che torni per restarci, specialmente se la FED continuerà ad ignorare le pressioni al rialzo dei prezzi. Il mercato ricorda gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, quando la spirale inflazionistica, sottovalutata dalle autorità monetarie del tempo, strangolò le economie e rimase strutturalmente tra noi per parecchi anni. Powell se lo è dimenticato, oppure pensa che la struttura produttiva sia così capace di adeguare in fretta l’offerta alla domanda ed abbia la capacità di sviluppare aumenti di produttività di tale portata da assorbire anche le pulsioni inflazionistiche più spinte, come quelle generate da un aumento del deficit USA che nel biennio 2020-2021 sarà di circa il 25% del PIL.

La differenza è tutta qui e lo show di Powell ieri non ha chiarito come la FED pensa di fronteggiare l’imprevisto di un’inflazione che potrebbe scappare di mano. O meglio, lo ha chiarito dicendo che non è “verosimile”. Il che significa che la FED non farà nulla e lo sottovaluterà, rincorrendolo poi in ritardo e con affanno. E’ un film che abbiamo già visto lo scorso anno col Coronavirus, con i governi occidentali protagonisti principali.

Perciò i mercati obbligazionari, a caldo, hanno ridimensionato leggermente i rendimenti, specialmente sulla parte corta della curva, ma meno su quella lunga, mentre quelli azionari sono tornati lievemente in positivo. Hanno preso atto che la FED non è preoccupata.

Ma a mente fredda, oggi o nei prossimi giorni, non mi stupirei se l’insoddisfazione per le mancate risposte della FED facesse perdere anche più di quel che ieri è stato recuperato a caldo.”

E’ successo proprio questo. L’obbligazionario, invece che sentirsi rassicurato, ha ricominciato ieri ad estendere il rialzo dei rendimenti sul Treasury decennale fino ad oltre 1,75% (parliamo di 75 punti base in più rispetto al 28 gennaio scorso).

L’azionario USA ha passato tutta la seduta in ribasso ed ha appesantito la scivolata nelle ultime due ore, perdendo cifre che non si vedevano dal 25 febbraio: l’indice principale SP500 -1,48%, il Russell2000 delle small cap -2,88%, il  tecnologico Nasdaq100 -3,13%. E, per chiudere il cerchio, non è mancata la scivolata del prezzo del petrolio, che ha lasciato sul terreno un calo del -10% circa in meno di 9 ore.

Direi che questi numeri dimostrano quanto la litigata tra l’ambigua FED ed il risoluto mercato si sia fatta esplicita.

Segno che siamo alla vigilia di un crollo?

Non direi. A me pare più un comportamento simile a quello di un drogato in crisi di astinenza, che minaccia il pusher di spaccare tutto se non gli aumenta la fornitura di “sostanza”.

Il mercato ieri ha parlato chiaro a Powell. Ora vedremo quanto tempo ci metterà Powell a capire l’antifona. Un’antifona che Lagarde sembra aver già compreso, dato che la BCE ha già riaperto i rubinetti monetari.

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