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TRUMP INQUINA I POZZI DELLA FED
23/11/2020 09:15

Sta diventando un po’ più lunga del dovuto quella che abbiamo classificato nei giorni scorsi come una pausa di consolidamento da parte dei mercati, dopo le fatiche rialziste della prima metà di novembre che hanno messo nei prezzi, forse un po’ troppo in anticipo, un futuro roseo senza Trump e senza Covid.

Quando le pause di consolidamento durano troppo tendono a “perdere momentum”, cioè annullare lo squilibrio di forze tra i due lati del mercato. Nella fase dell’impulso i compratori sovrastano alla grande i venditori ed è proprio questo squilibrio tra i due eserciti che porta i prezzi alle stelle. Il consolidamento è la sosta ai box da parte dei compratori per recuperare le forze e cambiare le gomme. Ma se la sosta dura troppo viene a molti il sospetto che non ci siano solo le gomme da cambiare, ma anche qualcos’altro nel motore da registrare. I compratori cominciano allora ad essere assaliti dal dubbio che forse si sia esagerato con l’ottimismo, i pessimisti escono dalla terra di nessuno del mero scetticismo e si arruolano tra i venditori. Il predominio tende a ribaltarsi a favore dei venditori e magari quel che inizia come consolidamento si trasforma in più grave correzione.

E’ proprio un consolidamento che si allunga un po’ troppo quel che ci mostrano ora gli indici occidentali principali. Tuttavia non hanno tutti la stessa cera.

Un esame spassionato ci mostra quelli europei piuttosto tirati ed affaticati, ma ancora al di sopra dei valori massimi raggiunti nel fatidico “Giorno del Vaccino”, quel 9 novembre in cui Pfizer sfidò tutta la concorrenza nella corsa ad ottenere la fatidica registrazione di efficacia anti Covid del proprio prodotto sperimentale.

Eurostoxx50 la scorsa settimana ha rallentato la folle corsa al rialzo, ma ha comunque ancora aggiunto un altro +1,04% alla propria performance di Novembre. Ancor meglio hanno fatto gli indici francese e spagnolo con oltre il +2% di rialzo settimanale e soprattutto l’italiano Ftse-Mib, in cima al podio settimanale europeo con +3,84%. Questi indici più periferici hanno più che compensato il passo lento del Dax tedesco, riuscito a malapena a mantenere il segno positivo settimanale (+0,46%).

Maggiori perplessità provengono dagli indici americani, anche se laggiù la situazione è abbastanza variegata a seconda di quale indice si guarda. Quello che presenta la faccia più fresca è, senza dubbio, il Russell2000 delle small cap, che anche la scorsa settimana è riuscito a salire di oltre due punti percentuali ed è l’unico, tra i 4 che seguiamo, a trovarsi al di sopra del massimo del 9.11. SP500, Nasdaq100 e Dow Jones la scorsa settimana hanno marcato visita, con performance non drammatiche, ma comunque negative. Inoltre tutti e 3 questi indici sono ora la di sotto del massimo raggiunto nel giorno del vaccino. Nasdaq100 ha anche il primato negativo di non essere più riuscito, dopo il 2 settembre, a migliorare il suo massimo storico.

Comincia perciò a farsi strada l’ipotesi che prima del rally di fine anno i principali indici USA vogliano ancora togliersi qualche sassolino ribassista dalla scarpa.

Del resto, anche se non conta nulla per i mercati, guidati ormai soltanto dal flusso di liquidità gratis offerta dalle banche centrali, i fondamentali sanitari, economici e politici americani sono tutt’altro che rosei.

Il Covid impazza e prosegue la sua progressione esponenziale di contagi, mostrando l’incapacità dell’attuale politica sanitaria americana di arginarlo, mentre in Europa le misure restrittive stanno invece cominciando ad ottenere l’inversione della curva.

L’economia, mantenuta a galla dall’enorme deficit estivo per evitare il fallimento di migliaia di imprese e milioni di cittadini, comincia a perdere nuovamente colpi e pretende il rinnovo del piano di sostegno che il Congresso, diviso e bloccato dai capricci di Trump, non riesce a varare, col risultato che a fine anno, in assenza di accordo sul filo di lana, potrebbe arrivare la paralisi completa.

La politica è ostaggio di Trump, che continua a fare ricorsi che regolarmente perde, promette ai leader del G20, nell’imbarazzo generale, di voler lavorare ancora a lungo con loro, trama per cercare vie inesplorate nel labirinto delle lacunose normative elettorali americane che gli consentano di ottenere in alcuni stati chiave i grandi elettori che il voto popolare ha assegnato a Biden.

Quel che appare certo è che non ha alcuna intenzione, al momento, di accettare la sconfitta e favorire il passaggio di consegne al nuovo Presidente.

Ce ne sarebbe abbastanza per suscitare più di una perplessità. Ma ai mercati tutto ciò interessa poco, se viene compensato dai fiumi di denaro immessi dalla FED.

Però il fatto nuovo, emerso negli ultimi giorni, è che Trump, per bocca del Segretario al Tesoro Mnuchin, non si è limitato a fare terra bruciata di ogni regola democratica, ma ha cominciato ad inquinare anche i pozzi della FED. Mnuchin ha comunicato che alcuni programmi di sostegno che erano stati approntati in primavera ed erogati dalla FED non saranno più rinnovati, perché ormai superflui. A nulla è servita la nota della FED che ha chiesto la proroga.

Trump smantella così quelle reti di protezione che hanno rassicurato i mercati in primavera e favorito il prodigioso recupero. In un momento di grave stallo politico, colpire l’autonomia della FED e forzare una chiusura dei suoi rubinetti pare esattamente il contrario di quel che i mercati desiderano per continuare a salire.

Non è forse un caso che venerdì la seduta si sia chiusa in ribasso di circa -0,7% per tutti e tre i principali indici e sia stato proprio questo ribasso dell’ultima seduta della settimana a portare il loro saldo settimanale in negativo.

La settimana che si apre, corta in America per via della Festa del Ringraziamento di giovedì 26 e della semifestività di venerdì 27, dedicato al Black Friday, ha così  il compito di fugare le importanti perplessità che stanno emergendo.

Riusciranno gli indici USA ad evitare una correzione più significativa di quel che hanno mostrato finora in questa seconda parte di novembre?

E, se l’America cedesse, riuscirà l’Europa ad evitare il solito riflesso condizionato che la porta a seguirla sempre quando scende?

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