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IL DOMINIO DI WALL STREET
01/09/2020 09:38

I mercati si sono lasciati alle spalle un mese di agosto che è stato positivo per tutti i principali indici azionari (uniche eccezioni quelli di Brasile e Turchia), ma che ha dato il meglio di sé alle borse americane, i cui indici svettano ai primi posti nella classifica del risultato mensile.

Al top della performance si trova, tanto per cambiare, l’indice tecnologico Nasdaq100, che in agosto ha ritoccato più volte i suoi massimi storici, superato ampiamente anche quota 12.000 punti ed aggiunto nel mese un altro +11% alla sua performance, arrivata a +38,6% da inizio anno, alla faccia di Coronavirus e recessione globale. Ma anche SP500 (+7% mensile e +8,34% da inizio anno) ha migliorato i suoi massimi storici e chiuso il mese esattamente a quota 3.500, mentre il DowJones (+7,6% mensile e -0,38% da inizio anno) deve salire ancora per poco più di 1.000 punti per migliorare il suo record storico di 29.568.

L’Europa ha portato a casa anch’essa un mese positivo, anche se le performance degli indici europei sono state meno della metà di quelle ottenute dalle borse USA: +3,1% mensile per Eurostoxx50 e +2,84% per il nostro FtseMib; solo il Dax si è avvicinato ai risultati americani con +5,13%.

Superfluo ricordare che gli indici europei sono ancora tutti più o meno abbondantemente al di sotto dei livelli di inizio anno ed ancor più dei massimi di febbraio. La chiusura di agosto ha fermato il recupero di Eurostoxx50 al 62% della scivolata pandemica attuata in febbraio e marzo, mentre SP500 e Nasdaq hanno recuperato tutto e di più. A dimostrazione che la forza dell’azionario USA continua ad essere enormemente superiore a quella della vecchia Europa.

Che cosa abbia spinto le borse USA a segnare il quinto mese consecutivo di rialzo e ripristinare in pieno  e molto in fretta la tendenza rialzista ultradecennale, che sei mesi fa sembrava definitivamente abbandonata, non è molto difficile da indovinare. Non è certo la forza dell’economia reale, da cui ogni giorno arrivano dati definitivi sul PIL del secondo trimestre generalmente orribili e indicatori sull’andamento del terzo trimestre, ora in corso, che non inducono certo a fare affidamento sulla tanto attesa, prevista e scontata inversione a V dell’economia.

Nemmeno il clima sociale americano, turbato da scontri razziali e con la polizia che reprime la protesta dei neri con le stesse scene che si sono viste ad Hong Kong ed in questi giorni si vedono in Bielorussia, ad opera di regimi dittatoriali. Né la fiducia nella rielezione di Trump, sebbene la parola d’ordine ”Legge ed Ordine”, che ultimamente sta urlando ogni volta che parla, gli abbia fatto recuperare parte del distacco da Biden.

La vita reale non abita a Wall Street. Lì nei prezzi si mettono le aspettative e le manipolazioni del mercato. Perciò il merito del rally sta tutto in quel che i mercati hanno cominciato a scontare quando la durezza del lockdown ha spinto il governo USA e la FED allo stato di emergenza. Il primo ha varato massicce manovre di spesa pubblica in deficit e la FED ha praticato enormi iniezioni monetarie per finanziarlo e salvare il sistema messo in pericolo dalla caduta del PIL.

Tutto ciò ha causato il violento rimbalzo dei mercati ed il recupero delle forti perdite accusate in febbraio e marzo dai listini. Ma il rally di agosto è dovuto ad un ulteriore passo avanti(?) attuato dalla FED, che ha addirittura reso ordinario e prolungato per un tempo indefinito, ma comunque pluriennale, quel che si pensava fosse un intervento emergenziale temporaneo.

E’ il regalo di Powell ai mercati e a Trump, che ha vagato nell’aria per tutto il mese ed è stato recapitato ufficialmente giovedì 27 agosto, durante il solenne simposio di Jackson Hole.

In quella sede Powell ha tratteggiato, dopo 8 anni dall’ultima revisione del 2012, la nuova impostazione ufficiale della politica monetaria della Federal Reserve, che dovrebbe durare alcuni anni.

Le novità sono parecchie e tutte nella direzione di stabilizzare nel tempo, ed addirittura estendere ancora, la generosità monetaria e la manipolazione legale dei mercati, che vediamo da tempo.

Si tratta di 4 modifiche sostanziali rispetto al precedente “manuale del perfetto banchiere centrale USA”.

La prima riguarda l’inversione delle priorità sui due obiettivi principali che deve perseguire la FED: il controllo dell’inflazione ed il controllo dell’occupazione. Fino a ieri l’obiettivo numero uno era il controllo della stabilità dei prezzi, mentre favorire l’occupazione era un obiettivo secondario e subordinato alla stabilità dei prezzi. Ora l’ordine di importanza è ribaltato. Prima si punta all’occupazione, anche a scapito dell’inflazione.

Inoltre è stata aggiunta all’elenco degli obiettivi la stabilità finanziaria, che prima non figurava.

Fino a ieri la FED ufficialmente non doveva preoccuparsi dei mercati, che avrebbero potuto salire e scendere liberamente, come un termometro che misura la temperatura dell’economia mediante la libera fluttuazione dei prezzi, in base alla legge della domanda e dell’offerta. Ora Powell ha esplicitamente dichiarato che l’andamento dei mercati interessa la FED, che si prende la briga di indirizzarli e manipolarli ogni volta che il loro andamento mette a rischio la tendenza rialzista di lungo periodo.

La terza novità riguarda il mitico 2% di inflazione, che finora veniva considerato un obiettivo puntuale da raggiungere. Quando raggiunto, la politica monetaria, da accomodante, avrebbe dovuto tornare neutrale.  Ora il 2% è diventato un livello medio pluriennale a cui tendere. Powell non ha specificato quale tipo di media la FED seguirà, ma sostanzialmente il significato è che si potrà continuare ad essere accomodanti anche se l’inflazione dovesse portarsi significativamente e per parecchio tempo al di sopra del 2%. In sostanza viene affermato che sono più pericolose le minacce deflazionistiche che quelle inflazionistiche e che la FED si preoccupa più di un’inflazione bassa che di una troppo alta.

Quarta novità è l’ampliamento del ventaglio di strumenti “non convenzionali” ora utilizzabili, in aggiunta al tradizionale tasso ufficiale di interesse sui Fed Fund. Non viene ancora rotto il tabù che i tassi ufficiali sotto zero non possono andare. Viene però aggiunta ufficialmente la possibilità di utilizzare l’intera gamma di strumenti non convenzionali. Ciò implica la possibilità di intervento diretto su tutti i mercati e su tutti gli strumenti finanziari, per manipolarne l’andamento. E’ una sorta di “QE per sempre e su tutto”. Un’estensione notevole rispetto alle modalità finora attuate, che non sono andate oltre l’acquisto di titoli obbligazionari e di qualche ETF sui corporate bond. In futuro nulla è più vietato alla manipolazione della FED: né l’acquisto diretto di strumenti azionari, né la manipolazione dei cambi, né altre diavolerie che si inventeranno se i tassi a zero non basteranno ad inflazionare l’economia, o anche solo a tenere le borse al rialzo.

Più di così la FED non può fare. Ma quel che ha dichiarato di poter fare è moltissimo. Ha sancito la distruzione della funzione principale dei mercati finanziari (misurare liberamente il valore degli strumenti che si scambiano), e si è messa al servizio della speculazione rialzista e delle esigenze politiche del Presidente di turno.

Quel che vedremo nei prossimi anni sarà il terreno inesplorato (finora) della manipolazione a 360 gradi, il prolungamento sine die della repressione finanziaria e la rinuncia all’indipendenza della banca centrale, asservita a Wall Street ed al potere politico del momento.

Le conseguenze saranno enormi. Mi sa che ne riparleremo ancora.

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Pierluigi Gerbino - P. Iva 02806030041
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