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LA FALSA RIPARTENZA UE
20/07/2020 09:15

La scorsa settimana i mercati sono rimasti ingessati in un fazzoletto di punti percentuali a contatto con i massimi di giugno, incapaci di decodificare il futuro dell’economia globale.

Non mancano le speranze di ripresa, più per i mercati che per l’economia, grazie soprattutto alla benzina monetaria che le banche centrali continuano a fornire al sistema e che per gran parte finisce nella speculazione rialzista. In questo modo l’inflazione che non vediamo sui prezzi dei beni e servizi viene garantita sui prezzi degli strumenti finanziari.

Ma non mancano nemmeno le incertezze sull’economia reale, costretta in tre grandi stati (USA, Brasile e India) a fare i conti con un virus che non ha alcuna volontà di cedere e, anzi, realizza ogni giorno nuovi record di contagi. Torna pertanto in alcuni stati americani lo spettro dei lockdown, che magari non saranno più totali, ma che molto probabilmente affievoliranno la ripresa avviata a giugno e la renderanno più lunga e travagliata.

La settimana scorsa ha portato anche un accenno di perplessità sul settore tecnologico e sugli indici azionari cinesi, che nelle settimane precedenti si erano messi in mostra con la realizzazione di massimi storici (il Nasdaq USA) o pluriennali (l’azionario cinese). Negli ultimi giorni hanno invece accusato un po’ di correzione e ora faticano a ritornare sui livelli raggiunti nella prima settimana di luglio.

In aggiunta a queste incertezze il week-end ha portato quello che per ora è ancora un dramma europeo ma che potrebbe volgere in tragedia. Mi riferisco al vertice sul Recovery Fund in corso di svolgimento da venerdì scorso a Bruxelles e che oggi entrerà nel quarto giorno consecutivo di trattativa, stabilendo il record storico di durata per la UE. Ormai assomiglia sempre più ad un conclave, con i “cardinali” in ostaggio fino a quando non si raggiungerà quell’unanimità che permetta la classica fumata bianca. Finora abbiamo avuto solo fumate nere, mentre ad ogni giro di riunioni l’ambizioso (forse troppo?) progetto presentato da Ursula Von der Leyen su stimolo franco-tedesco viene tagliuzzato e ingarbugliato. Ma, nonostante ciò, nemmeno l’autorevolezza della signora Merkel, che lo presiede, riesce a fermare la lite di condominio tra due gruppi di stati, che i giornalisti hanno ribattezzato come “frugali avari”, capitanati dall’Olanda e “inaffidabili”, guidati dall’Italia.

I leader di questi schieramenti si stanno fronteggiando a suon di insulti e minacce, in una lotta che rischia di avere come vincitore solo chi punta alla distruzione del progetto europeo.

Perché la posta in gioco pare essere ormai questa. La pandemia ha esacerbato gli animi di leader che nei loro paesi sono tutti in difficoltà, assediati dallo scontento popolare e da una recessione che morde in Europa più che in ogni altra area del mondo. L’impressione è che tutti vogliano ottenere risultati da bottega sovranista da sbandierare in patria all’elettorato come prova di abilità nella mungitura della vacca di Bruxelles.

Il risultato è una penosa lite intorno ad una manciata di miliardi di dotazione del fondo e sulle norme per controllare come verranno spese le sovvenzioni. Più o meno quel che capita nelle assemblee di condominio.

E’ assolutamente inutile, oltre che difficile, poiché le riunioni sono a porte chiuse e trapelano solo indiscrezioni non si sa quanto affidabili, fare la cronaca degli eventi del week-end ed anche riportare lo stato dell’arte della trattativa, poiché di consolidato c’è poco e tutto può cambiare.

Mi limito ad alcune rapide osservazioni:

- A me pare che il vertice fornisca l’ennesima conferma che l’ideale di “casa comune europea”, che i padri fondatori volevano perseguire, sia ormai irraggiungibile da questa congerie di statisti da bar, che vedono l’Europa come un club da sfruttare pagando la tessera più bassa possibile, ognuno con lo sguardo rivolto alla propria sopravvivenza politica in patria e con un’opinione pubblica nei vari stati che di europeista non ha nemmeno più una parvenza.

- La regola dell’unanimità è diventata la regola dello status quo, poiché mettersi d’accordo in 27, senza concedere sottobanco privilegi o regalie all’immancabile recalcitrate, è impossibile.

- Credo che possa partire il conto alla rovescia per la dissoluzione del progetto europeo, per implosione da immobilismo, di cui il vertice mostra perfettamente i primi chiari sintomi.

- Venendo al concreto spicciolo dei risultati, è probabile che si rinvierà ancora, per ridimensionare ulteriormente le ambizioni del progetto franco-tedesco, oppure che si trovi un compromesso politico per andare a casa e lasciare gli sherpa a scannarsi sui dettagli, che saranno comunque interpretabili da ciascuno come meglio vorrà.

- L’Italia sarà bene che si prepari ad avere molto meno di quel che prometteva il Piano Next Generation UE e con parecchi vincoli di serietà attuativa da rispettare. Sarà bene attivare al più presto la task force promessa da Conte per la stesura dettagliata del “Recovery Plan de noantri” da presentare a Bruxelles per avere i tanti  (difficile) o pochi soldi gratis nel 2021, e sperare che almeno qualcuno degli esperti capisca di progettualità e rendicontazione, perché il rischio è che le sovvenzioni vengano date sulla carta ma non vengano incassate se non in minima parte, come ora succede ai “progetti europei  di coesione”.

- Darei per certa, a questo punto, l’attivazione del MES, perché altrimenti il rischio è che nel 2020 non arrivino altri soldi dalla UE.

Insomma. L’Italia esce con le ossa rotte da questo vertice, su cui la narrazione governativa forse aveva riposto aspettative un po’ eccessive. Ma ne esce ancor peggio l’Unione Europea, ed i principi di solidarietà e di coesione, che nei trattati campeggiano come parole ormai morte. Dopo la fallimentare gestione dei migranti ora ne abbiamo una ulteriore tragica conferma anche nella gestione della ripartenza dopo la tragedia del Coronavirus.

Una falsa ripartenza.

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