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LO TSUNAMI SUL PETROLIO ERODE L'OTTIMISMO
22/04/2020 09:15

Ho commentato ieri l’evento inaudito dei prezzi del petrolio negativi.

Molti sono rimasti impressionati dal verificarsi di una distorsione apparentemente senza senso.

Non è possibile che un bene reale, che ha una sua utilità concreta e che, in un modo o nell’altro, tutti usano quotidianamente, arrivi a valere zero, o, peggio ancora, che qualcuno ti paghi per potertelo affibbiare. E siccome non può succedere, molti hanno derubricato a stravaganza momentanea il flash crash di lunedì scorso.

I mercati però nella loro storia hanno smentito una lunga serie di “non è possibile” e ci hanno concesso l’ennesima replica. I motivi tecnici del “flash crash” capitato il 20 aprile ho provato a spiegarli ieri. Ieri però, spirato il contratto future con scadenza maggio, buona parte dei problemi che hanno attizzato il crollo di lunedì sera, esacerbato dalla furia venditrice degli algoritmi dell’elefante ETC USO, che “rollavano” le posizioni sul contratto con scadenza giugno, sono rimasti.

Perché il petrolio non è una materia prima come altre.

Se una domanda globale, già eccessiva rispetto alla produzione (ricordo che il prezzo del petrolio, prima della pandemia, era già sceso dai 65 $ dell’Epifania ai 49 $ del 4 febbraio), si blocca di colpo, come è successo per colpa del Covid-19, lo squilibrio si scarica molto facilmente sui prezzi, dato che l’estrazione del petrolio non è regolabile come la temperatura del forno e modificabile a piacere senza problemi. Non lo è per motivi politici, perché per  molti produttori il petrolio è la principale fonte di sostentamento della loro economia, più di quanto lo sia il turismo per quella italiana. Fermare la produzione significa ingoiare una recessione. Non lo è anche per motivi tecnici. Fermare un pozzo è molto costoso e spesso implica danni che ne impediranno la riapertura. Per questo i produttori cercano di evitare il più possibile l’arresto dei pozzi, preferendo abbassare la potenza di pompaggio e stoccare la parte di produzione invenduta. Ma se il blocco della domanda prosegue nel tempo, i siti di stoccaggio si esauriscono ed i costi di conservazione lievitano a dismisura. Arrivati al punto di saturazione non è poi così strano che chi non può fermare i pozzi accetti di regalare il frutto dell’estrazione. O addirittura paghi qualcosa per vedersi ritirato il greggio che, se dovesse stoccare, gli costerebbe parecchi dollari al barile.

Ovviamente col tempo, se il blocco della domanda continuerà, i pozzi si fermeranno, poiché a forza di regalare, o quasi, la produzione, nessuna impresa estrattiva è in grado di sopravvivere.

Ma questo significa fallimenti a ripetizione, per gran parte delle imprese del settore, cioè tutte quelle finanziariamente meno solide. Il tempo è già tiranno per molti produttori medio-piccoli. Lo diventerà ancor più nelle prossime settimane anche per qualche nome importante.

Una misura dell’ecatombe che sta avvenendo nel settore la troviamo in due indicatori, che tastano il polso del settore estrattivo americano.

Il primo è il numero degli impianti di trivellazione attivi in USA. Il dato è pubblicato ogni settimana fin dal 1944 dalla società Baker Hughes. Il massimo numero di piattaforme estrattive fu raggiunto ad ottobre 2014: ben 1609 impianti funzionanti. Merito della crescita della tecnologia estrattiva dalle rocce di scisto, che ha portato gli USA a diventare i maggiori produttori di petrolio al mondo, seguiti da Arabia Saudita e Russia.

In seguito al lungo calo del prezzo che dal 2014 al 2016 portò il greggio da 107 a 26 $, provocò la drastica riduzione delle piattaforme al minimo di 316 nel maggio 2016. Da lì la lenta ripresa dei prezzi rianimò il settore e gli impianti tornarono a crescere fino a 887 alla fine del 2108, quando il prezzo era tornato in area 75 $. Seguì un biennio di stabilizzazione dei prezzi tra 42 e 67 $, in cui gli impianti diminuirono fino a 663 di inizio dicembre 2019 e rimasero stabili fino al 13 marzo di quest’anno (683). Qui cominciò la pandemia e tutto quel che abbiamo descritto sui prezzi del greggio. Ebbene, nelle 5 settimane dopo il 13 marzo gli impianti attivi sono già crollati a 438 (-36%) secondo l’ultima rilevazione di venerdì scorso. Non ho motivi per pensare che gli arresti si fermeranno questa settimana.

Il secondo è il tasso di default del settore petrolifero in USA: è già salito ai primi di aprile al 10% contro il 4% misurato sulla globalità dei settori. Fitch stima che a fine anno arriverà al 17%, contro il 6% della globalità dei settori. Anche qui non ho motivi per pensare che queste previsioni non vengano peggiorate nelle prossime settimane.

Di fronte a queste prospettive ieri abbiamo constatato che il falsh crash di lunedì non è stata una stravaganza momentanea. I prezzi sul contratto giugno, che lunedì avevano chiuso a 21 dollari, ieri sono sprofondati ad un minimo di 6,5 $ per poi risalire a 13. Si tratta comunque di un calo del -38% in un solo giorno. Tutto lascia pensare che se non verranno risolti velocemente i problemi di stoccaggio e la riapertura della vita sociale dopo il lockdown non sarà rapida, alla prossima scadenza, tra 4 settimane, si possano ripetere i prezzi negativi visti lunedì.

E’ abbastanza naturale che questo ennesimo petro-shock abbia frastornato gli indici azionari, che hanno passato la giornata ad inseguire il calo del petrolio ed hanno chiuso sui minimi una seduta da dimenticare.  In Europa: Eurostoxx50 (-4,06%), Dax (-3,53%) e Ftse-Mib (-3,59%). In USA: SP500 (-3,06%), Nasdaq100 (-3,70%).

SP500, il faro per tutti, è tornato ben sotto i 2.800 punti ed ha pure violato la trendline che finora aveva guidato il rimbalzo dai minimi di marzo. Urge un immediato ritorno al di sopra, il che comporta un recupero di tutta la candela realizzata ieri ed il ritorno in area 2800. Se non riuscirà questa impresa, è possibile che venga rotto il supporto di 2.720, che per ora ha tenuto, e inizi un ruzzolone che avrà come obiettivo i minimi di marzo.

Le conseguenze negative per l’azionario globale sarebbero scontate.

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