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NE' TRIMESTRALI NE' FMI FERMANO WALL STREET
15/04/2020 09:15

Dopo la smagliante settimana santa, che ha regalato un rally del +12% al principale indice americano SP500, ed il piccolo consolidamento di Pasquetta, l’entusiasmo è tornato ieri a regnare sui listini americani, che hanno esteso ancora il rialzo oltre le resistenze congiunte, costituite dalla media mobile a 50 periodi e dal 50% del recupero del precedente crollo.

Se il risultato di seduta (SP500 +3,06% e Nasdaq100 +4,31%) non basta a meravigliare, posso aggiungere un altro po’ di segnalazioni, che rendono incredibile ai nostri occhi quel che è successo ieri. Nel pieno di una pandemia che in USA sta dando qualche segno di rallentamento nel ritmo di crescita dei numeri, ma certo non mostra ancora l’appiattimento delle curve dei contagi, SP500 è ora a -11,9% e Nasdaq100 è quasi in pari (-0,5%) rispetto ai valori di inizio anno, quando il virus ufficialmente non esisteva ed in Cina un medico aveva appena dato l’allarme, per poi essere zittito e minacciato dalla Polizia.

Non solo. Wall Street ha proseguito il suo ostinato recupero nel giorno in cui le prime due trimestrali di banche (Jp Morgan e Wells Fargo), peraltro relative ad un primo trimestre in cui il virus ha colpito solo nel mese finale, hanno catapultato sugli osservatori un calo di utili per azione rispettivamente del -67% e -99%, di gran lunga peggiore delle attese degli analisti. Se non basta ancora, ieri è anche arrivato il report di primavera del Fondo Monetario Internazionale, che ha rivisto le precedenti stime sulla crescita mondiale del 2020, fatte a gennaio, aggiornandole alla luce dello tsunami virale. Dal +3,3% previsto a gennaio per il PIL mondiale 2020 si passa al -3% ipotizzato ora. Una revisione negativa da -6,3%. Per dare un’idea della globalizzazione della recessione, la capo-economista del FMI Gita Gopinath scrive che il PIL pro-capite scenderà in 170 paesi del mondo e che la perdita cumulata potrebbe ammontare a circa 9.000 miliardi, cinque volte il PIL dell’Italia. Andando nel dettaglio delle singole aree economiche, osserviamo che gli USA passano dal +2% previsto a gennaio al -5,9%. L’area euro da +1,3% a -7,5% e l’Italia da +0,5% ad un devastante -9,1%, praticamente il peggior risultato previsto tra i paesi avanzati. Le brutte previsioni sull’Italia ieri hanno indebolito il nostro indice Ftse-Mib, che ha chiuso in modesto calo, mentre il resto dei mercati ha avuto performance positive. Completo il quadro delle previsioni FMI con i paesi emergenti, che usciranno anch’essi indeboliti. Dal +4,4% previsto a gennaio, vanno anch’essi in recessione a -1%. Solo Cina ed India, pur ridimensionando decisamente la loro crescita, dovrebbero riuscire a mantenere il segno positivo (rispettivamente +1,2% e +1,9%).

Insomma, un disastro. Se il FMI ci azzecca, sarà il peggior risultato annuo dopo la grande recessione del ’29, ben peggio delle perdite di PIL che si ebbero nella fase acuta della recessione del 2008-2009.

Con questo quadro di natura morta, che cosa fanno gli indici azionari USA?

Se ne fregano e continuano a recuperare terreno. Forse, da inguaribili ottimisti, gli operatori USA hanno visto che il FMI nella colonna delle previsioni 2021 ha indicato ripresa per tutti, a partire dagli emergenti, che vanteranno tassi di crescita che andranno a recuperare più di quel che perderanno quest’anno, trascinando in quel senso anche il dato globale. I paesi più sviluppati invece metteranno a segno il prossimo anno, secondo il FMI, una crescita significativa, ma insufficiente a recuperare la batosta di questo 2020.

Il FMI ha comunque  avvisato che queste previsioni, soprattutto quelle per il 2021, vanno prese con le molle, poiché ipotizzano una rapida fuoriuscita dal tunnel, cioè che la pandemia cessi del tutto nella seconda parte del 2020. Il che non è affatto garantito. Anzi, il rapporto avvisa che se le misure di contenimento dovessero prolungarsi, lo stress finanziario si intensificasse e si manifestassero fallimenti e disoccupazione, le previsioni saranno pesantemente riviste al ribasso.

Personalmente, se il quadro è questo, non vedo alcuna motivazione sensata a proseguire la festa.

E’ vero che l’emotività spinge alla frenesia di comprare, come un mese fa spingeva alla frenesia di vendere. E’ la cosiddetta sindrome FOMO, cioè la paura di perdere il treno dei guadagni.

O, se vogliamo, è il lato B della volatilità, che viene generata dal panico ribassista, ma che aumenta l’intensità anche delle correzioni rialziste. Insomma una serie di accoppiate crollo-rally che manda nel pallone quelli che cercano la ragione nei movimenti delle borse, o che pensano ancora che le borse misurino i movimenti dell’economia.

In realtà le borse misurano soprattutto i movimenti dell’emotività. Ma chi lo afferma viene bollato per incompetente. I sapienti, che cercano nei dati le motivazioni delle oscillazioni, ora non sanno che pesci pigliare.

E’ l’emotività che guida. Finché le banche centrali continuano a pompare benzina monetaria nel motore della speculazione rialzista, i governi si indebitano come scapestrati dalle mani bucate, pur di tenere in piedi un tessuto produttivo devastato, Trump continua a promettere che ormai siamo fuori da tunnel, è impaziente di allentare le restrizioni e che la colpa di tutto è dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, a cui stamane ha sospeso i finanziamenti USA… la frenesia non si ferma. Magari ci vorrà ancora qualche altra brutta trimestrale per riportare un po’ di realismo sui mercati.

Ma forse in quel caso il pendolo tornerà a segnare ribasso e magari ci ritroveremo tra un mese a commentare come mai un mese prima i mercati recuperavano ed ora sono di nuovo sui minimi.

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