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FUGA DAL VIRUS, MA NON SOLO
28/01/2020 09:00

Come era troppo facile immaginare, la seduta di ieri, dopo un week-end segnato dal progredire impetuoso del contagio in Cina e dal propagarsi del coronavirus anche fuori dai confini cinesi, ha mostrato mercati mondiali soggiogati dalle vendite di investitori in fuga dal rischio. Mercati che per mesi hanno percorso un rally rialzista che pareva inossidabile, ostinatamente intenti a comprare ogni accenno di perplessità e inclini a sottovalutare qualsiasi rischio, hanno dovuto fare i conti con il classico “cigno nero”, cioè quell’evento imprevedibile, raro, ma potenzialmente devastante, in grado di produrre un ribaltamento rapido ed incisivo sul sentiment emotivo.

Il coronavirus si candida ed essere classificato in questo modo dagli storici dei mercati finanziari.

Ovviamente verrà riconosciuto come “cigno nero” solo se riuscirà a produrre un calo molto significativo dei mercati azionari globali, il che non può essere escluso, ma nemmeno dato per scontato.

Ci hanno comunicato che il virus, battezzato 2019-nCoV, assomiglia a quello che dal novembre 2002 all’estate 2003 causò l’epidemia di SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome), che iniziò in Cina, nella regione del Guandong e poi si sviluppò ad Hong Kong e in altri 24 paesi, colpì circa 8.000 persone è causò 774 morti, con un tasso di mortalità di quasi il 10%. Va detto che allora la Cina nascose al mondo per qualche tempo l’epidemia ed ebbe una reazione scarsamente efficace nella prevenzione del contagio. Non dimentichiamo che allora la Cina era un paese emergente, ma ancor largamente sottosviluppato e con un regime restio a comunicare con la comunità internazionale. Allora la SARS provocò un calo sull’indice americano SP500, dal dicembre 2002 al marzo 2003 di circa il -17%.

Va detto però che il mercato azionario era reduce da quasi due anni di calo, in seguito allo scoppio  nel marzo 2000 della bolla della new economy. La SARS non fu classificata come un cigno nero, poiché non causò un ribaltamento del sentiment emotivo, che era già fiaccato dalla recessione e da una negatività che durava da molti mesi.

Oggi la situazione è molto diversa.

Intanto questo virus, rispetto a quello di 17 anni fa, pur assomigliandoci, si sta dimostrando meno letale, ma più aggressivo, poiché la sua diffusione pare decisamente più rapida. La cosa pare complessivamente positiva sotto l’aspetto sanitario, poiché al momento porta alla morte solo circa 3 contagiati su 100, ma potenzialmente piuttosto negativa sotto l’aspetto economico. Infatti, dato che una mortalità del 3% è comunque una situazione che fa scattare l’emergenza sanitaria, gli sforzi per impedirne la diffusione debbono essere massicci e su vasta scala, specialmente se la diffusione ha già acquisito un certo vantaggio rispetto alla macchina organizzativa messa in piedi per controllarla.

Questa volta la Cina è stata molto più rapida e collaborativa con le autorità sanitarie mondiali, però sta faticando a fronteggiare la duplice necessità di assistere i contagiati con la costruzione di ospedali a tempo di record, e isolare i focolai di infezione, ormai piuttosto vasti.

Questo secondo aspetto provoca la messa in quarantena di popolazioni enormi, pari ormai a quelle di una grossa nazione europea, ed il blocco per parecchi giorni dell’attività produttiva di interi distretti industriali, oltre all’ovvia paralisi delle attività turistiche. Ieri la Cina ha addirittura concesso 3 giorni supplementari di festività per limitare i contatti interpersonali.

Pare già che la stima dell’impatto sul PIL cinese che è circolata nel week-end (poco più dell’1%) debba essere decisamente aumentata.

Un’altra diversità rispetto al 2002 è la situazione relativa dei mercati al momento dell’impatto sui mercati dell’imprevisto virus. Mentre nel 2002 i mercati erano al termine di un’accentuata fase di negatività, in seguito allo scoppio della bolla .com e nel pieno di una breve recessione, oggi si trovano con la testa fra le nuvole dopo una salita di quasi 11 anni ed in piena euforia.

La situazione è decisamente ambigua. Da un lato l’euforia è destinata a svanire, e questo deterioramento pare in pieno svolgimento, dopo l’improvviso aumento di volatilità e la reazione uniformemente improntata al ritorno alla percezione del rischio da parte delle varie categorie di asset (azioni e petrolio in calo, beni rifugio come oro e bond in rialzo). Per questo ci sono pochi dubbi che la correzione sia iniziata e che richiederà un movimento ribassista di breve periodo, provocato dall’uscita dal mercato dei trader più veloci, alcuni dei quali passeranno dal cavalcare il rialzo al cercare di sfruttare il ribasso.

Ma non dobbiamo dimenticare che l’inerzia positiva di fondo dei mercati, acquisita con il rialzo impetuoso attuato nel 2019 e proseguito nella prima parte di gennaio, si è prodotta grazie ai massicci posizionamenti rialzisti delle mani forti, che hanno un’ottica di medio-lungo periodo. Questa inerzia non svanisce in un attimo e potrebbe ancora una volta limitare l’entità della correzione ed esaurirla sui primi supporti significativi.

Ieri SP500 (-1,57%) con un forte gap ribassista, ha sfondato anche la trendline di medio periodo, dirigendosi verso l’area 3.210, dove è presente un forte supporto e transita la media mobile a 50 sedute. Non penso che quest’area venga sfondata senza prima tentare un rimbalzo.

Eurostoxx50 (-2,68%) e tutti i mercati europei ieri hanno restituito con gli interessi l’estemporaneo rialzo di venerdì, segnando tonfi di tutto rispetto, che non si vedevano da inizio ottobre.

Anche il nostro Ftse-Mib si è adeguato, sebbene nella prima parte della seduta abbia tentato di capitalizzare positivamente l’esito del voto in Emilia favorevole al governo.

Con i mercati cinesi chiusi, una misura del sentiment sulla Cina l’hanno data gli ETF sull’azionario cinese, che hanno perso intorno al -6%.

Oggi il ribasso potrà proseguire a questo ritmo solo se la situazione del contagio si dovesse drammatizzare ulteriormente, oppure se nella valutazione degli operatori emergessero altri elementi di debolezza, che facciano pensare ad una colonia di piccoli cigni neri. Ne cito un paio, di cui in questi giorni si sono viste le prime tracce, ma che sono stato sovrastati dalle notizie sul virus. Il primo è la ripresa della guerra dei dazi, di cui non si sentiva certo il bisogno, e che Trump, invece di terminare, ha rinfocolato, andando a mettere dazi dal 10 al 25% sui prodotti derivati dell’acciaio e dell’alluminio. Entreranno in vigore l’8 febbraio e colpiranno più l’Europa che la Cina.

Il secondo è il “tradimento” di Bolton, ex consigliere di Trump, che sta pubblicando un libro in cui rivela particolari piuttosto imbarazzanti sul Presidente. Forse non basteranno a convincere il Senato a votare l’impeachment, ma certo non giovano alla popolarità di Trump, in campagna elettorale.

E’ vero però che esiste anche un paio di altri fattori che potrebbero supportare il mercato ed impedire scivolate troppo violente, o addirittura imbastire già un tentativo di rimbalzo. Il primo è il tradizionale “paracadute FED”. Non c’è miglior pretesto di una epidemia per allargare ancora i cordoni della borsa e proseguire la fornitura di doping monetario ai mercati. Domani avremo la tradizionale riunione mensile del FOMC della Federal Reserve USA e potrebbe essere recapitato un messaggio rassicurante ai mercati.

Il secondo fattore supportivo sono le trimestrali, che questa settimana vedono sulla scena molte società tecnologiche (solo oggi avremo Apple, Facebook, Microsoft). Le attese sono per trimestrali molto buone, e se questo avvenisse, i mercati riceverebbe un gradito anti-virus di breve periodo.

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