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LA CORREZIONE POTREBBE PARTIRE DA DAVOS
21/01/2020 08:45

Ieri i mercati mondiali, come capita spesso quando le borse americane sono chiuse per una festività locale, si sono fermati ad attendere la riapertura di Wall Street. I movimenti su tutte le categorie di strumenti finanziari sono stati molto timidi e possiamo liquidare la seduta di ieri notando che il nostro Ftse-Mib ha fatto un po’ peggio degli altri indici europei (-0,57% contro il -0,24% di Eurostoxx50), ma solo per colpa dello stacco cedole di alcuni titoli, tra cui Enel e Snam, che ha pesato -0,39% sull’indice delle blue chips.

La timidezza dei mercati azionari mondiali esprime una certa difficoltà a “tenere il ritmo” a cui li ha sottoposti il rally americano, che nel commento di ieri ho fotografato con il +16,6% di performance dal 3 ottobre 2019 da parte dell’indice SP500 (+22,9% per il tecnologico Nasdaq100). Se consideriamo il poco tempo in cui questo rialzo si è manifestato e l’assenza di significative correzioni intermedie, si comprende la difficoltà progressivamente crescente a salire ulteriormente.

Gli investitori sono alla ricerca del pretesto per prendere un po’ di profitto, anche se, per colpa del tipico effetto di auto-alimentazione dell’euforia prodotto dalla realizzazione di sempre nuovi record, sembra che niente possa fermare la corsa del toro.

Però non dobbiamo dimenticare che venerdì scorso si sono compiute le scadenze tecniche di gennaio, e, oggettivamente, dopo tutto il rally che si è manifestato, non è poi così probabile che le mani forti vogliano rimettere in piedi fin da subito pesanti scommesse di continuazione rialzista immediata.

Il week-end però non ha portato molto più di qualche sassolino nell’ingranaggio rialzista, sempre ben oliato dalla liquidità fornita dalla Fed e dalle altre banche centrali.

La crisi libica non è stata risolta dalla tardiva Conferenza di Berlino, che non è riuscita a mettere intorno al tavolo, organizzato da Merkel e Macron, i due contendenti Serraj ed Haftar. Tuttavia la tregua è stata accettata, anche se pare appesa ad un filo piuttosto tenue, mentre continua il blocco di gran parte della produzione libica di petrolio, attuato dalle milizie di Haftar.

Intanto in Cina, dopo i dati economici che hanno sancito la crescita economica del 2019 come la minore da 30 anni, torna ad attizzarsi il fuoco delle proteste ad Hong Kong e soprattutto cresce drammaticamente il numero dei contagiati dal misterioso virus polmonare, che comincia a provocare un certo allarme anche nell’Organizzazione Mondiale della Sanità ed evoca l’incubo dell’epidemia SARS del 2002. La borsa di Shanghai, stamattina subisce un secco stormo, superiore al punto percentuale, dopo che anche l’indice Nikkei giapponese ha chiuso la seduta a -1% circa.

Forse, a calmare un po’ gli animi euforici degli operatori, dovrà una volta tanto pensarci il tradizionale World Economic Forum di Davos. Questo appuntamento annuale, che si apre oggi tra le montagne svizzere e durerà fino a venerdì, raduna l’esercito dei vip del mondo della politica ed i top manager del mondo degli affari (che pagano biglietti di ingresso da 60.000 ad alcune centinaia di migliaia di dollari, dipende dalla fila in cui si vuole essere seduti) per discutere del futuro del mondo e del business.

A dispetto del tradizionale stile fiducioso e “collaborativo” che di solito si respira in questa “fiera della vanità dei potenti”, quest’anno il tema è di quelli destinati a mettere un bel po’ di ansia e pessimismo di lungo periodo nella testa dei partecipanti. Si parlerà soprattutto dei cambiamenti climatici, con numerose e drammatiche relazioni sugli effetti che avrà sull’organizzazione della vita umana e sull’economia mondiale il riscaldamento del nostro pianeta, qualora la battaglia per mantenere sotto i 2 gradi l’aumento della temperatura media dovesse essere persa, come è molto probabile.

Parteciperanno anche Donald Trump e Greta Thumberg, ovvero il diavolo e l’acquasanta, in tema di politiche a difesa del clima. La presenza di Trump è sempre uno spettacolo nello spettacolo, ma questa volta si troverà impegnato su un terreno per lui piuttosto scosceso e ricco di trappole mediatiche, con di fronte una platea probabilmente poco disposta a perdonargli le sue politiche di progressivo boicottaggio di tutti gli impegni per attenuare in tempo utile i cambiamenti climatici.

Certo, verranno trattati argomenti di lungo periodo, non tali da influire più di tanto gli scenari che tradizionalmente scontano i mercati finanziari, che non superano i pochi mesi di visibilità.

Però a furia di ascoltare visioni apocalittiche, a qualcuno verrà forse in mente di alzare un attimo il piede dall’acceleratore dell’entusiasmo, e magari i mercati ne approfitteranno per imbastire un accenno di correzione che digerisca almeno un po’ degli eccessi che si sono accumulati in oltre tre mesi di rialzo furibondo.

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