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DOPO LA FINTA PACE USA-CINA SERVE UN ALTRO SOGNO
16/01/2020 08:45

I media oggi ci rintroneranno con l’annuncio della firma della pace commerciale tra USA e Cina. La Cerimonia Ufficiale, avvenuta alla Casa Bianca, ha consentito a Trump di pronunciare un interminabile comizio elettorale per mostrare al mondo quanto è stato bravo a trattare con i cinesi.

Possiamo così voltare pagina, dopo mesi di annunci, soffiate, segreti e rinvii, e constatare che il contenuto ufficiale dell’accordo corrisponde abbastanza alle soffiate che lo hanno anticipato negli ultimi giorni di suspance.

Pertanto rimangono valide le valutazioni scritte nel commento di ieri, che riassumo e preciso brevemente, alla luce degli ulteriori dettagli:

- La cifra prevista (200 mld $ in due anni) di importazioni aggiuntive in Cina di beni e servizi USA è troppo alta per dare sicurezza che verrà rispettata. Il rischio di future frizioni per il mancato rispetto degli impegni non è basso. Comunque i cinesi saranno costretti a compensare questi acquisti sottraendoli alle importazioni da altri paesi. Perciò, nella migliore delle ipotesi, per l’economia mondiale non cambierà l’interscambio aggregato, ma si avrà una redistribuzione del commercio a vantaggio degli USA e a danno del resto del mondo.

- La distribuzione dei maggiori acquisti cinesi è tesa a favorire i settori (in particolare quello agricolo) dove maggiore è il feeling elettorale con Trump. Inoltre esiste un allegato che è stato mantenuto segreto, e riguarda la tempistica e le modalità con cui i cinesi dovranno effettuare l’aumento delle importazioni di beni USA. Siccome il lupo perde il pelo ma non il vizio, viene il sospetto che miri a dirigere gli acquisti e la loro tempistica a vantaggio degli interessi elettorali di Trump.

- E’ emerso ieri che l’accordo prevede un controllo minuzioso del cambio Dollaro-Yuan, per impedire svalutazioni competitive da parte della Cina. E’ paradossale che mentre lo comunicava Trump abbia attaccato ancora una volta la FED per i tassi troppo alti ed il dollaro troppo forte, come a dire: “Vi impedisco di manipolare i cambi, ma vorrei farlo io”.

- Questo accordo di Fase 1 ferma gli aumenti dei dazi, ma lascia immutata la situazione su quasi tutte le tariffe attualmente in vigore. Rimarranno ferme ben oltre le elezioni USA, fino a quando non sarà firmato l’accordo di Fase 2, che dovrà risolvere tutti gli argomenti più spinosi e complessi (tutela della proprietà intellettuale in Cina, norme severe contro i furti di tecnologia, sanzioni contro alcuni grossi Big cinesi, come Huawei e ZTE), che sono stati rinviati. A questo proposito ieri è circolata l’intenzione dell’Amministrazione USA di inasprire le sanzioni contro Huawei.

In sintesi, la portata dell’accordo è assai meno eclatante della cerimonia ufficiale, raggiunge soprattutto obiettivi di tipo elettorale, oscurando sui media la procedura di impeachment e le primarie democratiche. In questo mondo che crede più alle favole che alla realtà, oggi verrà presentato come un successo di Trump.

Ma intanto toglie di mezzo un potente afrodisiaco alle aspettative dei mercati, che per qualche mese non potranno più fantasticare sulla riduzione dei dazi.

Siccome i principali indici USA, a partire da ottobre, di strada rialzista ne hanno fatta veramente molta, oserei dire troppa, se la mettiamo in relazione con le prospettive che questo mini-accordo fornisce all’economia mondiale per i prossimi mesi, dobbiamo chiederci se i tempi siano maturi per una correzione.

Direi proprio di sì, a mio giudizio. Infatti l’indice SP500 ieri, nell’euforia che ha preceduto la cerimonia della firma, ha ritoccato al rialzo per l’ennesima volta il suo massimo storico e, portandolo a 3.298,6 ha praticamente raggiunto la soglia psicologica di 3.300, che gli ottimisti avevano qualche mese fa indicato come l’obiettivo per il 2020. Dato che la missione è compiuta nel corso del primo mese dell’anno, le prese di beneficio, che un pochino si sono manifestate nella parte finale della seduta di ieri, potrebbero intensificarsi. Non dimentichiamo che l’indice di forza relativa RSI(14) sul grafico settimanale sta segnando un valore di 77, in pieno ipercomprato e ad un livello che fu superato solo nella fase finale del super-rally di fine 2017, che precedette la forte correzione dei primi mesi 2018. Sul grafico giornaliero invece, dal massimo del 27 dicembre scorso ha cominciato ad evidenziare una chiara divergenza ribassista, mostrando un indebolimento della spinta dei compratori.

Se guardiamo altri indicatori, come, ad esempio, quelli che rivelano la percezione del rischio da parte degli operatori, constatiamo che il rapporto Put-Call Ratio, cioè la percentuale di opzioni protettive rispetto a quelle speculative è al 44%, un livello estremamente basso, raggiunto solo in pochi picchi euforici del passato. L’indice Vix, che segnala la percezione del rischio di ribasso sul mercato delle opzioni è adagiato da 4 giorni nuovamente poco sopra il livello 12, un valore da cui in passato sono spesso partite correzioni.

Tutto ciò significa che la correzione deve avvenire subito?

No. Indica solo che ogni giorno che passa con l’indice che staziona ai massimi le probabilità di correzione aumentano.

O, se preferite, che per alimentare ulteriori significative e non effimere salite del mercato azionario USA occorrerà sostituire rapidamente la narrazione ormai scaduta del fenomenale accordo con un’altra in grado di solleticare l’avidità degli operatori.

Dalle poche trimestrali bancarie che sono arrivate nei primi due giorni della stagione relativa al 4° trimestre 2019 sono arrivate indicazioni contrastanti, con equilibrio tra sorprese e delusioni. Ricordo che il trimestre scorso il settore bancario performò benissimo nelle trimestrali. Perciò da questo fronte al momento non arrivano indicazioni in grado di suscitare euforia. Occorre altro.

Non è un caso che già ieri sia cominciata la ridda delle ipotesi sui fuochi artificiali che Trump organizzerà in campagna elettorale. E’ circolata la “notizia” che Trump stia valutando un cospicuo taglio alle tasse, per oliare ulteriormente la macchina del consenso. Se i democratici non si sono completamente bevuti il cervello, è un progetto che non ha alcuna possibilità di passare, dato che alla Camera Trump non ha la maggioranza. Oltretutto, con un deficit federale che già ora è di circa 1.000 miliardi di dollari l’anno, in crescita esponenziale, è un’idea semplicemente demenziale. Però,  

conoscendo il personaggio, è molto realistico che venga buttata nell’arena elettorale, per solleticare l’avidità degli elettori e degli investitori di Wall Street.

E al diavolo gli equilibri di bilancio. Tanto Powell compra i Treasury…

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