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OGGI SI FIRMA. PUO' PARTIRE LA CORREZIONE DEL RALLY
15/01/2020 08:45

Finalmente, dopo che nei giorni scorsi ci hanno comunicato la data della “probabile” firma alla Casa Bianca dell’accordo di Fase 1 sui dazi tra USA e Cina, ieri è apparsa su Bloomberg anche l’ora. Sarà oggi alle 17,30 italiane. L’evento è stato preceduto da una mossa distensiva della Casa Bianca, che ha rimosso ufficialmente la Cina dall’elenco dei paesi cattivi, classificati come “manipolatori valutari” dal Governo USA. Rimarrà però sotto osservazione, entrando nella lista dei paesi da monitorare, accanto alla new entry Svizzera ed altri importanti paesi già presenti da tempo (Giappone, Corea, Germania, Italia, per citare solo i principali). Sarei curioso di sapere in base a quale fine ragionamento è stato inserito il nostro paese tra i possibili manipolatori dei cambi, dato che da oltre 20 anni, con l’ingresso nell’euro, abbiamo  ceduto la nostra sovranità monetaria alla BCE. Così come sarebbe interessante misurare la credibilità nel distribuire le pagelle di correttezza monetaria da parte di un paese, gli USA, il cui Presidente ha più volte invitato pubblicamente il Governatore della sua banca centrale ad abbassare i tassi per svalutare il dollaro. Misteri della geopolitica. E purtroppo non sono i soli…

Torniamo all’accordo “fenomenale”. Sembra quindi ormai certo che qualcosa si firmerà, anche se nulla di ufficiale è stato divulgato prima della firma. Intanto ieri si è intensificata la fiera delle soffiate. Nulla arriva da parte dei cinesi, ma mi sarei stupito del contrario. Più ciarliere sono le “gole profonde” dell’Amministrazione Trump. E’ emerso che l’accordo dovrebbe prevedere un aumento delle importazioni di beni e servizi USA da parte dei cinesi per un ammontare piuttosto significativo, 200 miliardi di $ nei prossimi due anni, tra cui 40 mld $ di beni agricoli. La cifra fa molto effetto, anche se su base annua è un po’ meno impressionante (100 mld $ l’anno in totale e 20 di prodotti agricoli). Considerando però che le esportazioni USA verso la Cina nel 2019 sono state di poco superiori ai 100 miliardi, l’impegno cinese equivale quasi al raddoppio del proprio import dagli USA per due anni. E’ vero che l’impegno sui due anni lascia ai cinesi molto margine di manovra nello scaglionare gli acquisti con gradualità. Resta comunque l’enormità dello sforzo, che lo rende poco verosimile. Ma intanto questa cifra sarà sbandierata per tutta la campagna elettorale come il grande successo della politica commerciale di Trump. Ovviamente per il resto del mondo le cose, rispetto ad oggi, peggioreranno. Infatti, dato che non possiamo pensare che i cinesi comprino tutta quella roba per buttarla nella spazzatura, è evidente che per fare spazio alle importazioni dagli USA dovranno ridurre le importazioni dal resto del mondo. L’accordo perciò, se verrà applicato, causerà una redistribuzione del commercio globale a vantaggio degli USA e a svantaggio del resto del mondo e, a livello globale, non dovrebbe cambiare nulla rispetto ad oggi.

I numeri sono comunque così elevati e favorevoli agli USA che i mercati azionari americani ieri hanno esteso ancora l’euforia per tutta la prima parte della seduta e tutti gli indici azionari principali (SP500, Nasdaq100 e Dow Jones) hanno realizzato il quotidiano massimo storico.

Però, dopo l’entusiasmo, ha cominciato ad emergere qualche diffidenza, perché per i cinesi non sarà affatto facile adempiere ad impegni così gravosi, ed i tentativi di aggirarli non sono affatto da escludere.

Alle 19,30, a mercati europei chiusi, sono così arrivati altri sussurri a confermare che anche l’Amministrazione USA è diffidente. Infatti notizie d’agenzia hanno ribadito che l’accordo prevede solo la sospensione dei dazi che avrebbero dovuto entrare in vigore il 15 dicembre scorso e non la riduzione di quelli oggi in vigore. Anzi. Non si prevede di abbassarli prima delle elezioni americane e ogni riduzione dipenderà dal comportamento della Cina e dall’andamento delle trattative per la Fase 2, che dovrebbero iniziare dopo la firma e che si prevedono piuttosto complesse.

Con queste soffiate abbiamo la certificazione di quel che ho scritto più volte nelle scorse settimane. L’accordo è solo di facciata e serve alla campagna elettorale di Trump. Fermerà l’escalation, ma non abbasserà i dazi esistenti, che stanno deprimendo la crescita globale. Perciò la sua portata è assai minore di quanto i mercati abbiano scontato col maestoso rally che li vede impegnati ad arrampicarsi verso l’infinito da ottobre dello scorso anno.

Le carte, quelle vere, oggi saranno calate e finirà la narrazione del poker d’assi in mano a Trump.

Già ieri sera, nella parte finale della seduta americana, sono partite le prime prese di beneficio, che hanno riportato un po’ di volatilità, a lungo assente, e fatto chiudere in lieve ribasso SP500 e Nasdaq100.

Data la situazione di forte eccesso accumulato dagli indici USA, sarei sorpreso se non partisse entro questa settimana una correzione un po’ più significativa di quella che la finta Guerra del Golfo ci ha fatto vedere e subito nascosto.

Sulla guerra dei dazi la speculazione rialzista dovrebbe finire, data la pochezza dei risultati e le difficoltà di una nuova trattativa per la fase 2.

Per impedire lo storno di breve periodo ci vorrebbero trimestrali entusiasmanti, che per ora non possiamo dare certo per scontate. Ieri le prime banche hanno presentato conti in chiaroscuro. Sopra le attese JP Morgan (molto, a causa dei profitti per il trading sull’obbligazionario) e Citigroup (abbastanza, per lo stesso motivo). Ma Wells Fargo, banca più tradizionale, ha deluso, dimezzando gli utili per azione rispetto alle stime degli analisti.

Senza le bufale a cui credere e le trimestrali su cui brindare, la corsa verso l’infinito deve prendersi una pausa. Ed allora, dopo tanto “buy the rumors” potrebbe arrivare un po’ di “Sell the news”.

Sempre che la FED lo consenta, ovviamente.

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