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MORALE DELLA FAVOLA: CONTA SOLO LA FED
10/01/2020 08:45

I mercati hanno già dimenticato lo spettacolo di wrestling messo in scena per una settimana da Trump ed Iran. Peccato che sia costato un po’ di milioni di $ di danni e soprattutto più di 200 morti, di cui una decina (il generale iraniano Soleimani e la sua scorta) pianificati da Trump, e tutti gli altri tra la popolazione civile a causa di due “effetti collaterali” indesiderati: circa 50 schiacciati dalla calca della folla ai funerali del generale e 176 nell’aereo civile ucraino, che (ormai è emerso) è stato abbattuto per sbaglio da un missile iraniano mentre decollava da Teheran.

Che cosa sono 236 morti in cambio dei benefici elettorali e politici che la fiction della “quasi guerra” ha portato alle due parti in causa? Trump ha provocato l’incidente, ha raccontato, senza mostrare lo straccio di una prova, di aver sventato chissà quali attentati che il generale ucciso stava preparando contro l’America (ricordate Bush, che invase l’Iraq per cercare le armi chimiche di Saddam Hussein che non esistevano?). In questo modo ha mostrato i muscoli e galvanizzato i guerrafondai piuttosto numerosi tra i suoi elettori. Inoltre ha consumato  un po’ di missili che saranno ricomprati a spese del contribuente USA e per la gioia dell’industria degli armamenti. Ha oscurato per una settimana la vicenda dell’impeachment e soprattutto ha incassato sondaggi che hanno mostrato, come al solito, la maggioranza degli americani favorevole al Presidente quando bombarda in trasferta. E per finire ha pure recitato la parte del pacifista, rinunciando a rispondere alla finta reazione degli iraniani e prendendoli in giro con l’invito a tornare a trattare con lui un accordo di denuclearizzazione.

Il regime iraniano, che era in cattive acque quanto a consenso, per colpa della crisi economica provocata dalle sanzioni americane, ha potuto recitare la parte della vittima davanti all’ONU ed al mondo musulmano, rinnovare la retorica ostile al “grande Satana” americano ed intensificare ancora un po’ la repressione del dissenso, che ora può essere bollato come filo-americano.

Ci hanno guadagnato tutti, tranne i morti e la verità. Ovviamente è stato un guadagno di breve periodo, poiché l’avventurismo opportunistico prima o poi presenta i suoi conti, come avvenne per la falsa “missione compiuta” di Bush contro Saddam Hussein (migliaia di soldati morti in Iraq e centinaia di miliardi di dollari spesi per una occupazione militare che dura da quasi 17 anni).

Ci hanno guadagnato anche i mercati azionari USA, che dopo una settimana dall’attacco di Trump si trovano più in alto di prima.

Ieri l’indice principale USA SP500, grazie alla de-escalation arrivata dopo la finta escalation, ha proseguito la sua corsa rialzista, interrotta brevemente mentre piovevano i missili, ed ha realizzato  l’ennesimo record storico a quota 3.275 (+0,67%) e vede ormai a portata di mano l’obiettivo di raggiungere la cifra tonda dei 3.300 punti, che un anno fa nessuno osava ipotizzare. Non è stato certo da meno il tecnologico Nasdaq100 (+0,87%), che è riuscito per un attimo a superare anche la soglia psicologica dei 9.000 punti.

Anche le borse europee si sono allineate all’entusiasmo di quelle americane. Eurostoxx50 (+0,67%) ha rimesso il naso sopra quota 3.800, il nostro Ftse-Mib (+0,77%) è tornato sopra i 24.000 punti, ma è stato soprattutto l’indice tedesco Dax (+1,31%) a volare ben al di là dei massimi del 2019 e mettere nel mirino il suo massimo storico del 23 gennaio 2018 a quota 13.597, che dista ormai meno di 100 punti, e potrebbe essere attaccato magari oggi stesso.  

Dopo il violento dietrofront del giorno precedente, si sono stabilizzati nei pressi dei minimi di mercoledì il petrolio, sotto i 60 dollari al barile, e l’oro, a circa 1.550 dollari l’oncia, mentre il rendimento del Treasury decennale USA veleggia a 1,86%.

La ritrovata tranquillità degli investitori, per la verità mai persa del tutto neanche nei momenti peggiori della fiction del Golfo, è sancita anche dal Vix, l’indice che misura la paura di ribasso prezzata sul mercato delle opzioni sull’indice SP500. Dopo un paio di rapide ed effimere puntate in zona 16, quando i media raccontavano la favola della guerra imminente, ieri è tornato ad adagiarsi in area 12,5, dove ha trascorso placidamente la seconda metà di dicembre, ed accompagnato sonnecchiando il rally di fine anno.

Tiriamo allora qualche rapida somma sulla situazione dei mercati, al termine della settimana del wrestling e prescindendo da quel che succede, o vogliono farci credere che succeda, sul fronte geopolitico.

L’economia USA mostra segni di rallentamento: l’ISM manifatturiero è a 47,2, valore più basso segnato dopo l’agosto 2009 e da 5 mesi sotto il livello 50, che divide la crescita dal rallentamento.

Gli utili delle società dell’indice SP500 sono stati in calo nel 2019 e la stima per il quarto trimestre 2019 continua ad essere rivista al ribasso dagli analisti. La prossima settimana inizierà la stagione delle trimestrali ed arriveranno i primi risultati dal settore bancario.

Mercoledì prossimo dovrebbe essere firmato il fenomenale accordo commerciale di Fase 1 tra USA e Cina, il cui testo nessuno ha mai visto. Dalla Cina tutto tace e anche dalla Casa Bianca non arrivano notizie. Erano troppo occupati nel wrestling? Salgono i dubbi che sia finito nel dimenticatoio.

Anche una sola di queste 3 fotografie dovrebbe bastare a calmare l’euforia dei mercati. Invece gli indici continuano a festeggiare sempre nuovi record storici.

Il motivo è che nel frattempo la FED sta facendo girare a pieno regime le rotative che stampano i dollari. In 4 mesi, da settembre 2019 al 30 dicembre scorso (ultimo dato disponibile) ha già acquistato titoli sul mercato per 414 miliardi di dollari, che significa in media oltre 100 miliardi al mese. In 4 mesi ha rimesso in circolo  circa due terzi della liquidità (696 miliardi) che drenò in due anni, durante la manovra di Tightening che avrebbe dovuto “normalizzare” il bilancio FED.

E’ un ritmo di produzione di moneta che non si è mai visto prima, nemmeno durante le 3 manovre di Quantitative Easing attuate dal 2008 al 2014.

Non sappiamo perché lo stanno facendo. Powell ha balbettato che si tratta di motivazioni tecniche transitorie. Quel che è certo è che la caterva di dollari fornisce la benzina che alimenta il motore speculativo dei mercati.

La logica però ci porta alla seguente riflessione. La FED è sincera oppure mente. Se mente significa che i soldi pompati nel sistema non sono dovuti a cause tecniche transitorie, ma servono a coprire qualche falla piuttosto grossa (qualche grossa banca sta fallendo?). Se è sincera tra poche settimane (per ora la manovra è confermata fino a fine mese) il pompaggio dovrebbe terminare e magari la liquidità dovrebbe tornare a scendere.

In entrambi i casi il rialzo ha i giorni contati.

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