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MERCATI IMMOBILI, SALVO INTESE
17/10/2019 08:30

Nelle ultime sedute i mercati occidentali hanno alternato impulsi rialzisti e fermate riflessive. Segno che la voglia di salire c’è, e si attua andando a scontare aspettative di rapida soluzione positiva dei due grandi nodi che occupano l’orizzonte da anni: la guerra dei dazi e la Brexit.

Ma, dopo l’entusiasmo, la realtà riporta subito alla moderazione, dato che spesso i rumor non trovano immediata conferma, facendo scattare subito le prese di beneficio di chi vive alla giornata e magari preferisce l’operatività intraday, con cui riesce a sfruttare le giornate impulsive, portando subito a casa i guadagni, mentre tira i remi in barca quando l’incertezza prevale.

All’esuberante rialzo di martedì, che ha beneficiato dei rumors che ipotizzavano una rapida intesa tra UE e Regno Unito per una Brexit ordinata, è seguita ieri una pausa di riflessione, come successe già lunedì dopo il rally del venerdì precedente. Il motivo è dovuto alla constatazione che la trattativa sta ancora proseguendo e che, qualora sia raggiunto l’accordo, la ratifica parlamentare non sarà una passeggiata. Alla Camera dei Comuni londinesi, che in passato per tre volte ha bocciato l’accordo raggiunto tra la UE e Theresa May, sono molti i deputati, anche conservatori, che non aspettano altro che restituire al grossolano premier Boris Johnson l’affronto subito in settembre, quando venne sospesa l’attività del Parlamento.

Perciò, complice anche la perplessità degli indici cinesi, la giornata di ieri è scivolata senza emozioni intorno alle posizioni raggiunte il giorno precedente dagli indici occidentali. Non è nemmeno il caso di riportare le variazioni ottenute, poiché sono state generalmente irrisorie. Intanto la fase di recupero dei mercati, che dura ormai da parecchie sedute, ha portato un clima di marcata tranquillità.

In coincidenza con il riavvicinamento dei massimi dell’anno da parte dell’indice USA SP500, possiamo notare anche la flessione dell’indice della paura Vix, che misura la volatilità implicita che il mercato mette nel prezzo delle opzioni sull’indice SP500. Questo indice, dal valore superiore a 20 del 8 ottobre, ha inanellato 5 sedute di forte flessione e ieri si è stabilizzato intorno a quota 13,50, proprio sui livelli di supporto realizzati a settembre, quando l’indice delle 500 principali società di Wall Street tentò l’attacco ai massimi storici dei 3.028 punti, ma lo fallì. Ora siamo di nuovo nella medesima condizione e SP500 ha una nuova occasione di compiere l’impresa che non gli riuscì un mese fa. Statisticamente ogni volta che il mercato torna a testare un livello che l’ha respinto in precedenza, aumentano le probabilità di superamento dell’ostacolo.

Serve però un catalizzatore che dia la spinta necessaria. La soluzione della Brexit potrebbe fornire questa spinta, come anche l’arrivo di trimestrali molto convincenti. Tra quelle che ieri hanno presentato i rendiconti le banche hanno in genere fatto meglio delle previsioni, mentre sia Netflix che IBM hanno battuto le stime sugli utili, ma un po’ deluso sulle vendite.  Per ora le trimestrali appaiono senza infamia, ma anche senza particolare lode. Ma siamo ancora alle prime battute ed il campione è limitato.

Del resto non si può vivere in eterno di sole aspettative, se queste, meglio prima che poi, non diventano realtà.

La valutazione espressa dai prezzi azionari è così elevata che eventuali significative delusioni potrebbero causare arretramenti repentini e significativi.

Il FMI, proprio ieri, presentando il rapporto sulla stabilità finanziaria, ci ha avvisato che il debito globale continua inesorabilmente a salire ed a deteriorarsi nella qualità, anche per colpa delle politiche delle banche centrali che, trascinando sotto zero i rendimenti di oltre 15.000 miliardi di dollari di debito più solido, spingono gli investitori a puntare sempre più sull’investimento rischioso, l’unico che ancora rende qualcosa. In Cina e USA quasi il 50% del debito emesso dalle imprese non bancarie è di tipo “speculativo”, cioè con un rating BB o inferiore, mentre in Italia, Spagna e Gran Bretagna lo è addirittura la maggioranza.

In caso di recessione pare piuttosto evidente il rischio che una simile montagna di spazzatura, emessa da soggetti non più in grado di pagare gli interessi, coinvolga il sistema finanziario in una crisi paragonabile a quella del 2008.

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