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FED E PETROLIO TENGONO I MERCATI COL FIATO SOSPESO
16/09/2019 08:55

La settimana scorsa è stata influenzata dalle attese speranzose per il regalo monetario di Draghi e dal miglioramento del clima del lungo negoziato tra USA e Cina, con un inatteso scambio di cortesie tra i due contendenti. Ciò ha permesso ai mercati azionari europei ed americani di tornare a lambire i massimi realizzati a luglio. Per l’indice USA SP500 si tratta del massimo storico di 3.028, che è stato sfiorato giovedì scorso a 3.021, mentre Eurostoxx50 è riuscito addirittura a segnale la più alta chiusura settimanale dell’anno, a quota 3.550. Entrambi gli indici hanno realizzato la terza settimana consecutiva di rialzo e si presentano all’appuntamento con resistenze importanti.

I mercati obbligazionari e valutari hanno invece avuto un andamento questa volta decisamente non correlato a quello dell’azionario,e, se vogliamo, abbastanza sorprendente rispetto alla narrazione che i media ci hanno consegnato sui provvedimenti di Draghi.

Infatti, se c’è stata unanimità nel descrivere la riunione della BCE come quella che ha ricaricato il super Bazooka monetario della BCE, per continuare senza limiti la politica dei tassi sotto zero e favorire il recupero dell’inflazione nell’Eurozona, fino al raggiungimento del noto obiettivo del 2%, la reazione dei mercati è stata opposta a quella che i manuali ci avrebbero fatto attendere. O meglio, è stata da manuale nell’immediatezza dell’annuncio, ma seguita da un deciso ripensamento quando le misure hanno cominciato ad essere analizzate ed è filtrato qualche spiffero sul clima reale che si è respirato della riunione BCE, non proprio unanime con Draghi.

E pensare che la reazione a caldo rifletteva il favorevole accoglimento dei regali di Draghi, al di sopra delle attese, che ho descritti e commentati nell’articolo che si può leggere al seguente link: https://www.borsaprof.it/commenti_analisi.asp?id=2711

Infatti sia il rendimento del Bund che la quotazione dell’Euro rispetto al Dollaro hanno ripiegato in modo significativo all’annuncio delle misure BCE ed anche durante la Conferenza Stampa di Draghi. Ma a mente più fredda i rendimenti e l’euro hanno messo a segno un corposo quanto contro intuitivo rimbalzo, che è proseguito nella seduta di venerdì ed obbliga a fornire qualche tentativo di interpretazione.

La motivazione principale, a mio parere, è il classico “buy the rumors, sell the news”, che i mercati hanno effettuato comprando bund e dollaro quasi fino alla riunione BCE, proprio per scontare in anticipo l’ultimo regalo di Draghi.  Verificato che Draghi ha prosciugato l’arsenale in suo possesso, sono scattate prese di beneficio per monetizzare i guadagni.

Se osserviamo il grafico, notiamo che il rendimento sul Bund decennale è ostinatamente sceso da meta luglio (-0,25%) fino al 3 settembre (-0,743%). Da lì è cominciata qualche presa di beneficio, che si è poi intensificata dopo l’annuncio di Draghi, riportando ora il rendimento a -0,44%.

Stessa cosa è capitata ad EUR-USD, che ha fatto il suo mino il 3 settembre a 1,093 ed è rimbalzato un po’ nei giorni seguenti. Giovedì a caldo è ridisceso al minimi di 1,093, ma poi le ricoperture lo hanno riportato intorno a 1,11.

Oltre a queste prese di beneficio su Bund e dollaro vi è poi un ulteriore fattore tecnico che ha spinto a vendere i bund, anziché a comprarli ancora. Si trova nel meccanismo del Tiering, introdotto giovedì da Draghi per proteggere i bilanci bancari dall’ulteriore taglio da -0,4% a -0,5% dell’interesse sui depositi presso la BCE della liquidità inutilizzata.

Si tratta di un costo non indifferente, che le banche hanno digerito con fatica quando era -0,4% e si fa più indigesto a -0,5%. Molte banche, temendo il ribasso che c’è stato, nei mesi scorsi hanno preferito comprare Bund a tassi un po’ meno negativi, piuttosto depositare la liquidità alla BCE, che ora rende -0,5%. Ma Draghi, a sorpresa, col Tiering ha esentato una fetta di liquidità dal pagamento dell’interesse, e pertanto ha di fatto neutralizzato quasi del tutto, con questa sanatoria parziale, il taglio del tasso pomposamente annunciato. E’ venuta meno perciò la necessità di comprare Bund e diventa un po’ meno penalizzante versare la liquidità sul conto BCE. Pertanto sono aumentate le vendite di Bund e diminuiti gli acquisti.

Un terzo motivo del rimbalzo degli interessi europei lo possiamo trovare nel forte recupero che hanno avuto i rendimenti dei Treasury americani, dopo lo scambio di cortesie tra Trump e Xi, che potrebbe favorire un clima migliore nelle trattative che si svolgeranno ad ottobre per cercare un accordo che fermi la guerra commerciale. Trump, in occasione dell’anniversario della fondazione della Repubblica Cinese, che cade il 1 Ottobre prossimo, proprio il giorno in cui avrebbe dovuto entrare in vigore l’aumento dei dazi dal 25 al 30% su un ammontare di circa 250 miliardi di dollari di importazioni cinesi, ha magnanimamente concesso il rinvio di 15 giorni. In cambio i cinesi hanno aumentato un po’ le importazioni dagli USA di carne di maiale.

Questi segnali di fumo, uniti al fatto che gli indicatori macroeconomici lasciano ancora speranze che la recessione in USA non avvenga, hanno portato a rivalutare la possibilità che il taglio dei tassi di Powell, che questa settimana avverrà, non sia seguito da molti altri, come si tendeva a prevedere in agosto. Il rendimento del Treasury decennale USA, dal 1,43% realizzato il 3 settembre, è così tornato venerdì a 1,90%, trascinando verso l’alto anche i rendimenti dei “competitor”.

La settimana entrante vede perciò alcuni elementi di incertezza affacciarsi all’orizzonte. Il primo è ovviamente la solita domanda su quale messaggio la FED vorrà dare ai mercati. Powell non è Draghi e la FED è molto meno compatta della BCE. I mercati, che hanno letto molto bene nella mente di Draghi, hanno più difficoltà a crearsi aspettative su Powell, che oltretutto è condizionato dalle pressioni di Trump, che pretende un taglio corposo dei tassi, ma in questo modo impone alla FED di dimostrare la sua autonomia del potere politico.

Un altro elemento di incertezza è capire se la mossa di Draghi ha effettivamente alle spalle un largo consenso, oppure se la fronda di Germania, Olanda e altri paesi nordici ha morso il freno questa volta, sapendo che Draghi ha le valigie in mano, ma si prepara all’assalto di Lagarde.

Oltre a tutto ciò, nel week-end è scoppiato un grosso bubbone geopolitico, con l’attacco missilistico a due impianti petroliferi strategici arabi, con il conseguente dimezzamento della produzione, pari a circa 5 milioni di barili al giorno. Dato che questa cifra ammonta a circa il 7% della produzione mondiale, la strozzatura oggi farà schizzare il prezzo del petrolio. Alcuni analisti  ipotizzano che se il danno non  verrà riparato in fretta il petrolio potrebbe andare anche a 100 dollari, cioè quasi raddoppiare rispetto ai 55 circa di venerdì scorso. Può un’economia mondiale in rallentamento subire il raddoppio del costo dell’energia come se niente fosse?

A questo occorre aggiungere l’aumento della tensione tra USA ed Iran, accusato di aver aiutato i terroristi nell’attacco dal cielo, che potrebbe destabilizzare ulteriormente i fragili equilibri mediorientali.

Insomma: dopo tre settimane di rialzo ed il raggiungimento dei massimi questa potrebbe essere una settimana di correzione. Sicuramente sarà una settimana incerta.

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