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GLI APPRENDISTI STREGONI STUDIANO
10/09/2019 08:45

Si è aperta con poche novità sui mercati finanziari la settimana dedicata ai primi passi del nuovo governo italiano, impegnato a verificare la fiducia del Parlamento prima di entrare nella pienezza dei suoi poteri, ed alla tanto attesa riunione della BCE, che invece la fiducia dei mercati (forse troppa?) l’ha già acquisita con il forte calo dei rendimenti di tutti i titoli di stato dell’area euro che si è verificato in estate. Un calo che ha raggiunto dimensioni mai viste prima, ed ha portato alla situazione assolutamente inedita e fortemente anomala di un intero ventaglio di emissioni sovrane, quelle del governo tedesco, che offre rendimenti negativi su tutte le scadenze. A partire dal 5 di agosto anche la serie di Bund tedeschi di durata più lunga, i trentennali, sono passati a rendimento negativo e in questo purgatorio stazionano ancora oggi. Oggi nessuno può più comprare titoli di stato tedeschi pensando di avere un rendimento, ma deve considerare i bund come una cassetta di sicurezza in cui depositare le proprie banconote, accettando di pagarne un canone annuo per l’utilizzo. Per le durate più brevi (dai 3 mesi ai 3 anni) il costo per la sicurezza di riavere i propri denari varia ora dallo 0,7% allo 0,9%, ma qualche giorno fa ammontava quasi all’1%. Per la classica durata decennale si spende ora lo 0,58% per avere l’onore di farsi custodire i risparmi dalla Merkel e da chi la sostituirà. Il 3 settembre scorso è stato toccato il minimo storico assoluto di rendimento al -0,743%, che dà al risparmiatore che compra questi Bund, dato che oggi l’inflazione in Germania viaggia intorno al 1,3% annuo, la certezza di impoverirsi del 2% l’anno per 10 anni.

Una follia che neppure il mitico Giappone ha mai vissuto, sebbene, dopo i fasti degli anni ’80 del secolo scorso, in cui si pensava che avrebbe dominato il mondo, abbia attraversato poi un trentennio di decrescita infelice alle prese con la deflazione.

Quel che vediamo ora ci ammonisce sul destino che potrebbe attendere l’intero occidente nei prossimi anni. Una “japanification” che sta già colpendo l’Europa, ormai cronicamente incapace di crescere ai ritmi del passato e, come il Giappone, in via di rapido invecchiamento della popolazione, gravata da sistemi pensionistici che freneranno ulteriormente la crescita futura e con un debito pubblico destinato gonfiarsi sempre più e ad essere monetizzato in eterno dagli acquisti della Banca Centrale, come avviene da tempo in Giappone, mentre il risparmio viene penalizzato da rendimenti che diventano una sorta di tassa patrimoniale che si paga al debitore, invece di percepirne un interesse. Il rovesciamento del mondo della finanza potrebbe poi estendersi agli USA, che oggi ancora forniscono un rendimento a chi investe sui Treasury Bond. Infatti la FED è pressata da tutte le parti a seguire l’esempio della BCE e portare i tassi a zero o sotto zero.

E’ lo scenario a cui spingono i mercati finanziari, interessati ai profitti di breve periodo (quelli azionari) o terrorizzati dalla recessione e dalla possibile deflazione che cominciano ad intravedere (quelli obbligazionari). Sperano che il continuo taglio dei rendimenti continui a gonfiare le quotazioni sui listini. Ma anche i politici fanno altrettanto, a partire da Trump, che pretende da Powell un taglio corposo dei tassi per fermare la forza del dollaro e combattere la guerra dei dazi con l’aiuto della svalutazione competitiva. Però anche quelli europei e quelli italiani non sono da meno. Dopo aver dormito per anni sugli allori delle manovre stupidamente (mi si permetta il termine senza invocare la lesa maestà di sua santità superMario Draghi) espansive anche quando un po’ di crescita in Europa c’era, ed aver continuato a far debito confidando che tanto la BCE avrebbe tenuto i tassi a zero per sempre, ora che arriva la recessione invocano dosi da cavallo della stessa medicina inutile che per tutti gli 8 anni di regno di Draghi, l’unico banchiere centrale che non ha mai alzato i tassi, non è riuscita nemmeno ad avvicinare l’obiettivo dichiarato del 2% di inflazione.

Tutto il mese di agosto è passato a sognare tagli ulteriori e riaperture del Quantitative Easing, fermato  9 mesi fa perché ormai inutile e difficilmente applicabile.

La realtà è che le armi della BCE sono sostanzialmente esaurite, almeno quelle convenzionali.

Il rischio è che si inventino strumenti inediti, mai sperimentati prima e pertanto dagli effetti che conosceremo solo a posteriori.

Posso sbagliare, ma non credo che giovedì superMario anticiperà molto. Probabilmente si limiterà a tagliare da -0,4% a -0,5% il tasso che la BCE paga (ma, essendo negativo, in realtà percepisce) alle banche sui soldi inutilizzati e depositati presso la BCE. Non credo ch farà anticipazioni sostanziali su altre manovre, limitandosi a dire che sono allo studio. Il fatto che, nell’imminenza della riunione BCE, venerdì scorso e ieri siano scattate prese di beneficio sulle obbligazioni europee (ma anche su Treasury americani), mi fa pensare che la fiducia dei mercati si sta un po’ raffreddando.  

Sarà la salottiera madame Lagarde, che salirà a novembre sul trono monetario europeo, lasciato da Draghi, a vestire i panni dell’apprendista stregone.

Dio ci protegga.

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