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AGOSTO HA BALLATO AL RITMO DEL TWEET
02/09/2019 07:45

La scorsa settimana ho segnalato lo “strano” comportamento agostano del mercato azionario americano, espresso dall’indice SP500, che fa da guida a tutti gli altri indici mondiali.

Infatti, dopo la scivolata profonda delle prime sedute di agosto, causata dall’improvvisa ed inattesa decisione di Trump di aumentare, a partire da settembre, i dazi sulle importazioni cinesi, il resto del mese ha oscillato ripetutamente e molto nervosamente tra due aree, 2.940 e 2.820, che sono state testate più volte senza che le idee degli investitori si chiarissero in misura sufficiente da consentire una direzionalità convinta. L’ultima settimana del mese, conclusasi venerdì scorso, ha rispettato il copione e, se quella precedente aveva mostrato il calo dell’indice verso il supporto di 2.820, quest’ultima ha riportato il mercato verso la resistenza di 2.940, testata per la quinta volta proprio venerdì, ad inizio seduta. Questo estenuante ping-pong tra il supporto e la resistenza ha prodotto in pratica un nulla di fatto in agosto, dato che l’ultimo giorno del mese l’indice è fotografato a meno di un punto percentuale di distanza dal valore del 31 luglio.

Venerdì scorso, dopo il fallito tentativo iniziale, è mancata la convinzione per uscire dalla scatola in cui l’indice è intrappolato. La chiusura di seduta e di settimana a quota 2.926 non ci consente di aggiungere nulla di nuovo alle considerazioni grafiche fatte la scorsa settimana. Ovvero che, fino a quando l’indice rimarrà all’interno del trading range, la cosa migliore da fare è attendere. Quando deciderà di sfondare il supporto oppure la resistenza, ci presenterà l’ambizione di percorrere un movimento direzionale all’incirca di altri 120 punti. Se la rottura sarà rialzista dovrebbe essere ritoccato ancora una volta il massimo storico, ora situato a 3.028 punti, mentre, se verrà sfondato il supporto di 2.820, l’indice dovrebbe dirigersi a testare i minimi del 3 giugno scorso, a 2.728.

Credo che la direzione verrà presa quando cesserà la schizofrenica alternanza di aggressività e disponibilità al dialogo da parte di Trump nei confronti della Cina. Sebbene l’estroso presidente americano racconti da mesi che la vittoria è vicina, che la controparte cinese è ormai alle corde e disperatamente alla ricerca di un accordo, la mia personale impressione è che sia invece lui ad aver fretta di trovare appigli per ridimensionare in fretta la guerra dei dazi, che comincia a far male all’economia americana nella stessa misura in cui  nuoce a quella cinese. Comincia a comprendere che con l’economia in recessione e senza che sia riuscito a portare a casa nessuno dei trofei negoziali in cui si è impegnato (l’accordo con la Cina e l’accordo con la Corea del Nord) la conferma alla Presidenza diventa una chimera. La crisi di astinenza da risultati comincia a manifestarsi. Ma il bullo della Casa Bianca conosce solo l’arte (?) del dare ceffoni per poi tendere la mano al nemico, credendo in questo modo di piegarlo facilmente. Ma non si rende conto che i suoi nemici non debbono guadagnarsi la riconferma col voto, mentre lui sì. Pertanto le dittature possono permettersi una strategia di lungo periodo, che può essere fatta digerire con la forza ad un popolo oppresso, mentre le democrazie occidentali, se non constatano risultati di breve termine, cambiano col voto i loro leader. Come ho già scritto, le democrazie liberali sono il regime più efficiente in tempo di pace, come ha dimostrato la storia degli ultimi 70 anni, ma le dittature sono più efficienti in periodo di guerra.

Il problema è che la fretta di Trump è nota anche ai cinesi, che sanno di potersi permettere di soffrire ancora un anno per cogliere un accordo assai migliore con un nuovo presidente USA, che gli americani eleggeranno dopo il fallimento di Trump. Per questo la favola dei cinesi ansiosi di inginocchiarsi a Trump comincia a non fare più tanto effetto, e benché sia stata ripetuta più volte in agosto, è stata poi sempre smentita dai fatti.

Dichiarazioni ed aspettative sulla guerra commerciale in agosto sono bastate a creare oscillazioni di qualche giorno, ma non a convincere i mercati ad intraprendere un movimento deciso, anche perché nel risiko è entrata anche l’aspettativa sulle mosse future delle banche centrali sui tassi di interesse.

Questi due elementi sono stati i market mover di agosto, mentre i mercati hanno ignorato del tutto quel che arriva dall’economia reale, che fotografa un rallentamento economico globale sempre più evidente. E’ paradossale, ma in questi giorni un tweet vale più di mille dati macroeconomici.

Per questo motivo non è possibile lanciarsi in previsioni affidabili, che potrebbero essere smentite dalla assoluta impossibilità di prevedere quel che frulla nel cervello di Trump. Non c’è nulla di più sbagliato che usare la logica per prevedere il comportamento dei pazzi. E, purtroppo, come insegna quel che sta succedendo in Gran Bretagna, oggi pare che molti dei posti chiave delle istituzioni politiche mondiali siano occupati da personaggi quantomeno “stravaganti” e difficilmente prevedibili.

Con tutte le precedenti avvertenze, proviamo comunque a fare qualche ipotesi per la settimana corrente, ricordando innanzitutto che oggi in USA i mercati sono chiusi per il Labour Day.

Molto importante sarà la reazione dei mercati alla notizia che Trump sabato scorso ha confermato l’entrata in vigore dei dazi, per cui da oggi cresce di circa 125 miliardi di dollari l’ammontare di importazioni cinesi su cui gli americani pagheranno una tariffa del 15% e di 75 miliardi di dollari l’ammontare di importazioni dagli USA su cui i cinesi pagheranno una tariffa compresa tra il 5 e il 10%. La voglia di trattare sarà anche tanta, ma per il momento quel che cresce è la spinta recessiva dei provvedimenti che entrano in vigore.

E pensare che nella seconda parte della scorsa settimana sono circolate con insistenza soffiate e dichiarazioni su non meglio specificati “segnali distensivi” tra USA e Cina, con mercati che hanno scontato addirittura un rinvio in extremis dei previsti dazi da parte di Trump, in segno di buona volontà. Queste voci, che ora possiamo archiviare come illusioni, hanno causato il rabbioso rimbalzo di SP500 dai minimi di inizio settimana fino al test della resistenza di 2.940.

Siccome però Trump non ha fatto il regalo atteso, la logica vuole che l’indice azionario USA questa settimana paghi anch’esso dazio, scendendo nuovamente sul supporto dalle parti di 2.820.

Dovrebbero infatti essere un po’ più considerate le notizie che arrivano dall’economia reale, che non fanno altro che segnalare rallentamento dell’economia globale, soprattutto in Europa, ma anche in USA. Si tratta di notizie che i mercati obbligazionari hanno invece adeguatamente considerato, proseguendo nella continua caduta dei rendimenti e nell’inversione completa della curva su tutte le scadenze. E’ arrivato, forte e chiaro, quel segnale che ha sempre anticipato le recessioni del dopoguerra.

Se anche stavolta succederà, non c’è dubbio che i valori attuali di SP500 sopravvalutino enormemente le possibilità future di produrre utili da parte delle 500 maggiori società USA.

A fare da contraltare ad una realtà grigia resta l’attesa di magnanimità da parte delle banche centrali.

I mercati confidano molto, forse troppo, che le prossime riunioni BCE (12 settembre) e FED (18 settembre) regalino corpose misure di allentamento monetario. Per la BCE l’attesa è per un significativo taglio dei tassi sui depositi bancari presso la BCE, che attualmente è già ampiamente negativo (-0,4%) e per la riapertura del Quantitative Easing, fermato lo scorso dicembre.

Dalla Fed si gradirebbe un taglio di mezzo punto, sebbene Trump, che ha la grazia di un elefante in una cristalleria, pretenda a gran voce un impossibile taglio di un punto percentuale.

Siccome le riunioni non sono ancora imminenti, la settimana trascorrerà a sondare i dati macroeconomici per ipotizzare quale influsso avranno sulla magnanimità dei banchieri centrali e a radiografare le dichiarazioni che nei prossimi giorni faranno i vari membri votanti dei due organismi direttivi.

Personalmente ritengo che i mercati obbligazionari si siano portati un po’ troppo avanti. Credo che Powell sia disposto ad organizzare un taglio da -0,25% per settembre, ma per farne un altro entro fine anno vorrà vedere segnali più significativi di cedimento congiunturale.

Anche nei confronti della BCE la confidenza dei mercati pare eccessiva. Se non ci sono dubbi sulla propensione ai regali monetari da parte di Draghi, e se Madame Lagarde ha già dichiarato il suo appiattimento sulla linea che traccerà Draghi, si percepiscono resistenze di non poco conto da parte dei falchi della BCE (i rappresentanti di Germania e Olanda soprattutto), poco propensi ad riprendere il QE. Del resto per farlo la BCE dovrebbe estendere la gamma di strumenti acquistabili ben oltre le semplici obbligazioni sovrane che offrono un rendimento positivo. Con i criteri utilizzati fino a dicembre il QE ora non sarebbe più attuabile, per carenza di titoli acquistabili, dato che tutte le obbligazioni tedesche sul mercato oggi offrono rendimenti a scadenza negativi. Occorrerà abbassare i criteri di affidabilità richiesti dalla BCE, rivolgersi ai corporate bond, andando così a favorire spudoratamente società private, che potranno finanziarsi quasi gratis grazie alla BCE. O addirittura (si è sentito anche questo) imitare la Bank of Japan che acquista persino ETF azionari. Insomma: occorrerà rompere qualche tabù, finora mai oltrepassato, e non sarà facile, neanche per Draghi vestito in anticipo da Babbo Natale.

Per questi motivi mi aspetto una settimana negativa, ben cosciente che basterà comunque un tweet mansueto di Trump per stravolgere ogni logica.

Qualche parola la merita infine la nostra crisi di governo, che assume, a seconda dei momenti, i caratteri della tragedia o della farsa.  

L’incredibile altalena di tira e molla tra i due futuri coniugi (PD e 5Stelle, proprio quelli che solo un mese fa si odiavano) dovrebbe risolversi in settimana, grazie all’opera del sensale prof. Conte, Giuseppi per gli amici americani, che ha completato a tempo di record la metamorfosi da inconsistente maggiordomo dei due sovranetti ad indispensabile “grande statista”, da notaio dei sovranisti a difensore dell’unità della UE. Sull’onda dell’autorevolezza guadagnata quando, nell’aula del Senato, ha trattato Salvini da scolaretto impertinente, dovrebbe riuscire a trovare per Di Maio un posto di prestigio sufficiente a fargli dimenticare la sirena Salvini (“ti farò premier se torni con me”) ed impedirne la rottamazione da parte della Casaleggio e Associati.

Nel breve i mercati dovrebbero pertanto proseguire la festa italiana, intavolata la scorsa settimana, che ha premiato il suicidio politico di Salvini con una caduta dello spread sotto i 170 punti, dov’era prima del governo Conte-Salvini-Di Maio, e quella del rendimento del BTP decennale al di sotto dell’1%, cioè il più basso livello di tutti i tempi. Grazie al recupero delle banche il nostro Ftse-Mib è stato il migliore indice mondiale della settimana, con un +4,15% di rialzo. Vedo ancora un po’ di spazio per continuare la festa, anche il grosso dovrebbe essere già dietro le spalle.

Nel medio periodo però verranno al pettine i grossi nodi del programma, che le anticipazioni ci presentano come un contenitore di sogni da realizzare senza soldi. Fare la manovra ad ottobre, nonostante il calo dei rendimenti che darebbe qualche risparmio regalato dai mercati, non sarà affatto semplice, anche perché mi paiono molto fantasiose le ipotesi che circolano, che l’amica Ursula conceda a Conte di portare il deficit al 3% del PIL, dopo che Juncker lo scorso anno gli ha impedito di superare il 2%.

Il rischio è quello di rovinarsi la faccia davanti agli italiani, che è proprio quel che Salvini ha voluto evitare facendo cadere il governo in agosto.

Nel lungo periodo poi dovrebbero emergere le incompatibilità tra le due anime del Governo, che non sono minori di quelle che esistevano tra 5Stelle e Lega. Ci penserà Renzi a presentare il conto con fragore, staccando la spina non appena avrà fondato il suo nuovo partito e smembrato, ancora una volta, il PD.

Insomma: se dovessi scommettere sulla nascita del governo lo farei senza pensarci due volte, ma se dovessi puntare sulla possibilità che arrivi indenne all’elezione del capo dello Stato tra 3 anni, non me la sentirei.

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