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IL GIOCO DEL POLLO DEPRIME I MERCATI
26/08/2019 08:45

Il mese di agosto si sta rivelando anche quest’anno piuttosto volatile per i principali indici azionari globali, che collezionano sedute molto nervose ed in grado di esaltare l’impatto degli eventi con ampi movimenti quotidiani. Tuttavia i grafici non ci indicano ancora una direzionalità ben definita. Infatti, se analizziamo l’indice che guida le danze dell’azionario mondiale, cioè l’americano SP500, notiamo che, dopo una prima settimana di agosto piuttosto negativa, segnata dall’esacerbarsi della guerra commerciale tra USA e Cina, le tre successive sono trascorse all’interno di una figura rettangolare, compresa sostanzialmente tra i massimi ed i minimi della seconda settimana di agosto. I bordi di questo rettangolo sono situati in area 2.940 e 2.820. L’area dei minimi è stata raggiunta la prima volta il 5 agosto, al culmine della scivolata iniziata il 31 luglio, ed è stata successivamente ritestata il 7, il 15 e riavvicinata fortemente anche venerdì scorso, che ha visto una crisi di nervi degli investitori in seguito all’annuncio di una rappresaglia di dazi da parte della Cina.

I massimi del rettangolo sono invece stati testati l’8, il 13, il 19 e, ultimamente, giovedì scorso. Considerato che dal 5 al 23 agosto si sono svolte 15 sedute, constatiamo che oltre metà di esse sono passate a testare i massimi ed i minimi del trading range, che non sono poi così vicini, dato che distano più del 4%. Per poi ritrovarsi in questo momento praticamente dov’era all’inizio di questo zig zag, cioè a quota 2.847.

Questa frenetico agitarsi per non andare da nessuna parte è il risultato di un mese folle, dal punto di vista dell’emotività, pesantemente condizionata dalle notizie e dalle dichiarazioni che hanno riguardato i due fronti caldi che interessano i mercati: la guerra commerciale (che i mercati temono) e la politica monetaria accomodante delle banche centrali (su cui i mercati confidano). Ogni voce o dichiarazione che facesse temere recrudescenze nella guerra commerciale o prudenza della FED nella manovra di abbassamento dei tassi hanno spinto al ribasso le borse. Al contrario ogni elemento che segnalasse possibilità di attenuazione delle ostilità tra USA e Cina, oppure una maggiore predisposizione al taglio dei tassi da parte della FED, ha provocato rimbalzi.

E siccome in agosto speranze e delusioni non sono mancate, ecco spiegata la pendolarità del mercato azionario, che venerdì scorso ha prodotto una nuova accelerazione pessimistica e riportato rapidamente l’indice USA sul supporto, in seguito all’annuncio cinese che il primo settembre, quando entreranno in vigore dazi USA su circa 170 miliardi di dollari di importazioni cinesi, la Cina risponderà con dazi di ritorsione su 75 miliardi di dollari di importazioni USA. La notizia, piombata su mercati che attendevano lumi da Powell sul futuro abbassamento dei tassi, ha creato scompiglio perché non era affatto attesa e perché ha provocato la reazione infuriata di Trump. La pesante chiusura dell’indice americano SP500 (-2,59%) ha perciò ignorato il discorso abbastanza accomodante di Powell a Jackson Hole, che forse senza la tegola dei dazi avrebbe dato un po’ di fiducia ai mercati. A rincarare la dose e costringere gli operatori a riflessioni preoccupate durante il week-end, si è poi aggiunto il tweet di Trump a mercati chiusi, che ha annunciato l’immediato rilancio americano: verranno inasprite di un ulteriore 5% tutte le tariffe sui beni importati dalla Cina. Sia di quelle già in vigore (su 250 mld$) che quelle che entreranno in vigore prossimamente (su 170 mld$ il 1 Settembre e su 130 mld$ il 15 dicembre). Il costo aggiuntivo annuo, che sarà pagato dai consumatori USA, è stato stimato in circa 27 mld$.

E’ appena il caso di specificare che quel che preoccupa i mercati non è tanto l’impatto immediato dei dazi, quanto il fatto che, proprio mentre a parole si raccontavano i passi avanti nel negoziato, nei fatti è avvenuto un altro scambio violento di bordate protezionistiche tra i due avversari, che allontana la fine delle ostilità ed inasprisce nuovamente il clima, con la conseguenza che gli investimenti subiranno una ulteriore frenata, causata dalle incertezze sul futuro. In un momento in cui il mercato obbligazionario ha appena suonato la tromba dell’inversione della curva dei rendimenti ed annuncia l’arrivo della recessione, la continuazione del Chicken Game (il gioco del pollo, diventato famoso nei film degli anni ’60, dove i due sfidanti si lanciano a tutta velocità verso il dirupo e vince chi frena per ultimo) potrebbe effettivamente innescare il meccanismo che concretizzerà la recessione.

La testardaggine di Trump, che ha presentato il rilancio sulle tariffe come “una grande opportunità per gli Stati Uniti”, rischia di essere devastante per il futuro dell’economia USA e del commercio mondiale. Infatti il tema della guerra commerciale nel week-end è balzato prepotentemente in cima ai discorsi del G7 di Biarritz. Oltretutto l’escalation tariffaria andrà a mordere in futuro sempre più sulla carne viva del consumatore medio americano, specialmente quando, dal 15 dicembre, la rete dei dazi catturerà anche i beni di consumo elettronici. Tutti sanno, ad eccezione forse dell’interessato, che una caduta in recessione degli USA alienerà al ricandidato Presidente molte delle simpatie che lo hanno portato all’elezione nel 2016 e minerà in modo sostanziale le sue possibilità di rielezione. Mai, nel dopoguerra, un presidente è stato rieletto con l’economia USA in recessione al momento del voto.

Il Presidente USA pare ormai in un vicolo cieco, che la sua smodata autostima lo ha cacciato. Ha iniziato una guerra credendo di poter “vincere facile” ed ha snobbato tutti gli inviti che il mondo gli ha rivolto per convincerlo alla ritirata strategica prima che fosse troppo tardi. A questo punto, se abbandona la battaglia, dovrà subire sulla sua reputazione le conseguenza di una guerra persa. Se insiste, subirà lo schiaffo della recessione. I cinesi sanno che, se la guerra commerciale porta nel breve termine sofferenze anche per loro, tra poco più di un anno potranno raccogliere i frutti della mancata rielezione di Trump e trovarsi a negoziare con un altro avversario, disposto a cessare le ostilità senza le pretese di Trump. Per quale motivo dovrebbero cedere proprio ora che Trump è all’angolo? Del resto tra un anno a rischiare il posto sarà Trump, non certo Xi Jinping.

In queste condizioni chi è disposto ad investire ancora, dopo un decennio di crescita economica, prospettive di calo degli utili e ulteriori forti riduzioni del commercio globale?

Le politiche accomodanti delle banche centrali tenteranno di alleviare la recessione ma, oggettivamente, hanno pochissime munizioni a disposizione. Mentre nel 2008 i tassi ufficiali da tagliare erano al 5,25% in USA ed al 4,5% in Europa, oggi in USA siamo solo al 2,25% ed in Europa ancora a zero. Mentre allora i titoli nel portafoglio della FED erano 800 mld$ e in quello della BCE 1.400 mld di euro, oggi la FED ne ha già per 3.750 mld$ e la BCE per 4.700.

Mi chiedo, con questi numeri, quanto spazio ci sia per tagliare ulteriormente i tassi e varare nuovi e fantasiosi Quantitative Easing.

Senza considerare che, comunque, se si bloccheranno gli investimenti, come sta già avvenendo, tagliare ancora i tassi già bassi servirà a poco per l’economia globale. Il denaro è già praticamente gratis. Se le imprese smettono di investire non è perché il costo del denaro le dissuade, ma perché non vedono più motivi per aumentare una produzione che già cominciano ad aver difficoltà a vendere. Il denaro gratis non verrà usato, fino a quando non migliorerà la visione del futuro. Tagliare i tassi potrà forse creare sui mercati azionari qualche occasione di effimero rimbalzo, spinto dai media, che ci racconteranno la favola delle banche centrali che salveranno il mondo dalla recessione, mentre produrrà l’ulteriore gonfiamento della già gigantesca bolla sul mercato obbligazionario. Temo che però non riuscirà ad invertire rapidamente il ciclo economico, che è avviato alla cura dimagrante.

La reazione rabbiosa ed impulsiva di Trump ci mostra che per ora le probabilità di avvitamento della situazione superano quelle di un allentamento delle tensioni.

Perciò occorre questa settimana tenere d’occhio i supporti.

Se SP500 violerà in modo chiaro 2.820, il primo obiettivo del ribasso diventeranno i minimi del 3 giugno scorso, a 2.728. Sotto questo livello c’è un baratro che porta ai minimi dello scorso dicembre, a 2.347.

Prepariamoci a soffrire.

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