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TIMORI DI RECESSIONE. SI SPERA NELLE BANCHE CENTRALI
19/08/2019 08:45

I segnali che annunciano una futura recessione globale continuano ad accumularsi, fornendo occasione di vendita a chi crede che in caso di recessione gli indici azionari debbano inevitabilmente ripiegare dai livelli raggiunti in 10 anni di salita.

La settimana passata ne ha presentati alcuni piuttosto significativi. La prima stima del PIL tedesco, che ha registrato una variazione negativa nel secondo trimestre e pare avviato a cadere presto in recessione tecnica, poiché anche quello in corso, il terzo, non appare in grado di rovesciare la tendenza in atto. La produzione industriale cinese di luglio ha mancato largamente le attese degli analisti e dimostrato quanto la guerra commerciale stia danneggiando l’economia globale, peraltro scossa anche dal terremoto politico argentino, che lunedì scorso ha causato un crollo del -38% sull’indice azionario Merval di Buenos Aires e scaraventato il paese nuovamente sull’orlo del default.

In USA, nella giornata prima di ferragosto, si è compiuta anche la completa inversione della curva dei rendimenti con il passaggio in negativo dell’ultimo differenziale che ancora mancava all’appello, quello tra il rendimento dei Treasury decennali e quello della scadenza a 2 anni. Ora possiamo dire che si sia avverata anche la condizione che ha anticipato praticamente tutte le recessioni americane degli ultimi 50 anni. L’evento è stato “festeggiato” con una seduta da -3% a Wall Street, e con il rendimento del decennale che ha testato il livello di 1,50%, vicinissimo al minimo storico del luglio 2016.

Le notizie allarmanti sull’economia globale hanno però anche intensificato l’opera dei pompieri, che hanno cercato di mitigare l’impeto ribassista con messaggi rassicuranti. Dapprima Trump ha rinviato al 15 dicembre i dazi su parecchi prodotti cinesi della lunga lista che doveva essere soggetta a partire da settembre alla tariffa del 10%. Si tratta dei principali prodotti di elettronica di consumo e dei giocattoli, quel genere di beni che avrebbe certamente provocato grosse sofferenze nelle vendite natalizie in cui si genera il 70% del fatturato del grande commercio al dettaglio americano. Ma, siccome Trump cambia idea quasi ogni giorno, c’è stato bisogno anche degli interventi di autorevoli rappresentanti delle banche centrali per consentire agli indici azionari di lenire il risultato settimanale. Il membro del Direttorio BCE Olli Rehn ha anticipato che a settembre la banca centrale europea varerà un super-bazooka per fronteggiare i venti di recessione, un pacchetto di stimoli al di sopra delle aspettative dei mercati.

Le promesse riuscite a stimolare le fantasie dei qualche compratore ed hanno consentito agli indici occidentali di recuperare venerdì scorso gran parte delle perdite accumulate nella prima parte della settimana. Sia l’indice azionario principale, l’americano SP500, che l’europeo Eurostoxx50 non hanno evitato la terza settimana consecutiva di calo, ma hanno sviluppato una reazione che lascia sperare nella possibilità di inversione. Infatti entrambi gli indici sono riusciti, nel momento peggiore della settimana, a rimanere aggrappati ai minimi di fine maggio, da cui sono poi rimbalzati tra giovedì e venerdì. La tenuta di questo supporto ripropone nell’immediato il tentativo, che dovrebbe essere sviluppato fin da oggi, di testare le resistenze, rappresentate dai massimi della prima e seconda settimana di agosto, che si trovano a quota 2.943 per SP500 e a 3.380 per Eurostoxx50.

Il superamento di questo livello potrebbe favorire il ritorno ai massimi dell’anno (storici per SP500).

Affinché questo avvenga e permetta di archiviare senza danni il mese di agosto, tradizionalmente pericoloso per la forte volatilità che quasi sempre esprime, gli ottimisti confidano in nuove esternazioni da parte dei banchieri centrali, che rafforzino le speranze di tagli cospicui dei tassi e misure di accompagnamento accomodanti. Questa settimana cade a fagiolo proprio il Simposio di Jackson Hole, tra le montagne del Wyoming, a cui parteciperanno i più importanti banchieri centrali del pianeta, che potranno orientare i mercati sulle loro mosse future.

Restano comunque ben presenti alcuni ostacoli da aggirare, che in questo momento costituiscono i principali focolai di instabilità: la guerra dei dazi, che dipende sempre più dai Tweet impulsivi di Trump; l’Argentina, la cui tenuta dipenderà dall’evolversi della crisi politica che ha azzoppato il presidente Macri; Hong Kong, dove ieri una manifestazione imponente e pacifica ha rafforzato l’opposizione al dominio cinese; la nostra crisi di governo, che sta sempre più assumendo i toni della farsa e sembra evolversi in direzione opposta a quella che Salvini desiderava.

Riguardo a quest’ultima questione, che riguarda direttamente il nostro paese, la settimana scorsa ha platealmente rivelato il suicidio politico di Salvini, che ha completamente sbagliato tutte le mosse attuate in agosto. Dapprima quella di suscitare dalle spiagge una crisi di governo senza considerare che le elezioni immediate non dipendevano da lui, ma da Mattarella. Poi quella di fare una penosa marcia indietro e riproporre agli ex-alleati, appena insultati, di riprendere il menage come se niente fosse, ricevendosi la porta in faccia dai 5Stelle e segnali di incomprensione dal suo elettorato e da parte dei dirigenti della Lega.

La sarabanda politica si è giocata finora sui media, nell’assoluto silenzio di Mattarella, ma troverà domani un punto fermo nelle dichiarazioni di Conte e nella successiva mossa che il presidente del Consiglio farà. Pare scontato che si dimetta, anche per non rischiare che Salvini ritiri la mozione di sfiducia pur di non andarsene dal Viminale.

Solo allora la palla passerà a Mattarella, che dovrà verificare l’esistenza di una maggioranza “Ursula”, composta dagli anti-Salvini, che hanno votato in Europa a favore della neo-presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen.

Al momento pare molto probabile che un qualche governo senza Salvini si possa formare. La necessità di evitare elezioni che vedrebbero Salvini vincitore è più forte delle ostilità che dividono PD e 5Stelle. Questa eventualità darà sollievo nel breve ai nostri titoli di stato e dovrebbe ridurre lo spread. Poi però i mercati valuteranno le basi programmatiche del nuovo governo e la reale capacità di trovare soluzioni condivise per la pesante manovra che dovrà essere fatta a fine anno. Non dimentichiamo la difficoltà che si presenterà nello stilare il contratto di governo che dovrà legare le componenti del futuro governo (PD, 5Stelle, gruppi di sinistra), che si sono insultate per molti anni e che ora debbono collaborare, avendo come unico punto di contatto l’esigenza di soffocare le mire sovraniste ed autoritarie di Salvini. Non sarà facile.

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