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I MERCATI DOMANO POWELL, MA NON TRUMP
02/08/2019 08:45

Quella di ieri, sui mercati americani, è stata una giornata di quelle destinate a rimanere per un po’ di tempo nella memoria degli operatori e, forse, in grado di decretare la fine del lungo rialzo del 2019 e l’inizio di una profonda correzione dell’euforia che i mercati hanno mostrato nei primi 7 mesi dell’anno.

La mattinata di ieri doveva metabolizzare la delusione per il semplice contentino della FED, che la sera di mercoledì ha decretato un taglio dei tassi controvoglia e solo a scopo preventivo, lasciando intendere che non è l’inizio di un percorso di alleggerimento, ma solo un aiutino alla fiducia degli operatori ed un contributo al mantenimento in salute dell’economia USA, che peraltro, a parere di Powell, rimane in ottima forma.

Avevo fatto notare, nel commento di ieri, l’atteggiamento piuttosto superficiale e il linguaggio incerto e svogliato di Powell, che sembrava fornire la conferma implicita che il taglio, che in fondo reputa inutile, sia stato concesso per soddisfare l’ansia della speculazione e per assecondare almeno in parte le ripetute ed insistite richieste di Trump. Mi si perdoni la cruda sintesi che certe parole consentono: un taglio “paraculo”.

L’atteggiamento a caldo di delusione dei mercati, che mercoledì hanno reagito con una chiusura di seduta in marcato calo, sembrava aver lasciato il posto a ragionamenti ben differenti ieri mattina. Già l’Asia ha reagito in modo assai più composto dei trader americani, forse anche grazie a dati incoraggianti arrivati dal PMI manifatturiero cinese, che ha segnalato una certa ripresa di fiducia. Anche gli indici europei hanno rapidamente smaltito quel po’ di negatività iniziale e si sono portati quasi subito in rialzo, anticipando la robusta ripresa che anche Wall Street ha attuato nelle prime due ore di seduta, che hanno permesso a SP500 di recuperare interamente il calo accusato per colpa di Powell e di riportarsi a quota 3.013, esattamente dov’era quando è stato pubblicato il comunicato FED che lo ha frastornato.

Il miracolo di cancellare Powell sembrava compiuto e permetteva alle borse europee di mettere a segno una discreta chiusura sui massimi, superiore al mezzo punto percentuale, anche se la brutta candela accusata martedì 30 rimaneva lungi dall’essere recuperata.

Sembrava che i mercati avessero preso coscienza che l’immagine da mezzo falco, che Powell ha lasciato, fosse un espediente per nascondere la sua completa remissività ai voleri dei mercati e del padrone politico. Come se gli volessero rispondere: “Ok, Jay. Dì pure quel che ti pare. Noi (e Trump) sappiamo bene come ottenere i futuri tagli”.

Il gioco del “tanto peggio, tanto meglio”, quello che contraddistingue il mondo rovesciato, che ha come regola di festeggiare i dati brutti in arrivo dall’economia, perché forniscono il pretesto per futuri tagli dei tassi, sembrava ricominciato. L’arrivo di due dati macroeconomici negativi (l’ISM manifatturiero in calo a 51,2, ai minimi da agosto 2016 e sempre più vicino al burrone recessivo dei 50 punti; le spese per costruzioni edili in calo per il secondo mese consecutivo) hanno consentito ai mercati di festeggiare. Assurdo, ma è così che funzionano in questo 2019.

Ma intorno alle ore 19, dopo un’oretta di lateralità, ecco irrompere sulla scena l’ospite inatteso. Chi pensa a Trump indovina sempre.

Invidioso forse del fatto che da un paio di giorni Powell gli ha rubato le luci della ribalta, irritato dal fallimento dei colloqui con la Cina per fare la pace commerciale, ripresi in settimana ma durati pochissimo e subito rinviati a settembre, ansioso di distogliere l’attenzione dei media dalla campagna per le primarie del partito democratico, ecco che il Presidente meno prevedibile della storia americana se ne esce con una serie di tweet al veleno contro i cinesi e, soprattutto, per invogliare la Cina a trattare sul serio, annuncia dal prossimo primo settembre nuovi dazi del 10% su ben 300 miliardi di importazioni cinesi di beni di largo consumo, che finora erano rimasti fuori dalla zavorra tariffaria proprio perché potevano far male all’economia americana. Infatti, benché Trump presenti i dazi come una punizione alla Cina, in realtà questi sovraprezzi tariffari sono pagati dai compratori, che sono i cittadini americani, quando acquistano prodotti in arrivo dalla Cina. E, tra questi, moltissimi sono beni di multinazionali americane che li producono in Cina, per cui, se  calerà la domanda di questi beni, saranno anche le imprese USA a pagarne lo scotto.

Dopo lo sforzo di ottimismo mostrato per abbattere il falco Powell, pretendere che i mercati avessero ancora le forze per contrastare questo fulmine a ciel sereno era certamente troppo.

I nervi dei mercati hanno ceduto e sono partite istantaneamente bordate di vendite, che hanno portato l’indice SP500 a perdere in meno di mezz’ora tutto quel che aveva recuperato nella prima parte di seduta, e proseguire il ribasso fino a rompere i minimi del giorno precedente ed anche  quota 2.950 (minimo di seduta a 2.944). Il crollo provocato da Trump ha segnato i grafici intraday come una scossa di terremoto fa sui sismografi: 66 punti persi (-2,2%) in meno di due ore, dopo un guadagno di 32 punti nelle prime due ore di seduta.  Un rimbalzino dell’ultima ora ha poi riportato l’indice a chiudere a 2.953, ma la candela giornaliera prodotta è inequivocabilmente una conferma che la correzione è partita.

Stamane l’incendio si è già propagato ai mercati asiatici (Tokio ha chiuso a -2,25%, gli indici cinesi stanno perdendo nel momento in cui scrivo intorno al punto e mezzo percentuale.

L’Europa avrà un duro risveglio e tutto lascia pensare che il rimbalzo di ieri sia un episodio che sarà cancellato dal gap ribassista iniziale.

Si sta delineando uno scenario che, se sarà confermato dalla chiusura della giornata odierna (e della settimana!) dell’indice SP500 sotto 2.950, lascia veramente poche speranze rialziste per il mese che è appena iniziato.

A meno che la follia, che regna sovrana, riesca ancora una volta a fare il miracolo e smentisca anche questo segnale. A mio parere non è probabile, ma per gli incoscienti tutto è sempre possibile. Trump insegna.

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