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IL CONTENTINO FED RIESCE A DELUDERE TUTTI
01/08/2019 08:45

I media ci hanno presentato quello di ieri come l’appuntamento più importante dell’anno per i mercati, quello che avrebbe decretato la svolta della FED verso il ritorno all’espansione monetaria.

Come abbiamo osservato nei giorni scorsi sia Trump che i mercati avevano tirato abbondantemente per la giacchetta Powell e soci del FOMC, pretendendo implicitamente (i mercati) ed esplicitamente (Trump) una forte svolta lassista, che tagliasse i tassi di mezzo punto o, se in misura inferiore, indicasse un percorso chiaro che portasse a numerosi altri tagli nel prossimo futuro. Oltre a questo, che riprendesse  il reinvestimento dei titoli in scadenza in modo da fermare il Tightening del bilancio FED.

I mercati azionari USA hanno atteso l’appuntamento FED fiduciosi ed in modesto rialzo, arrivando quasi a lambire i massimi storici, mentre quelli europei, che il giorno prima erano stati colti da panico ribassista, sono rimasti molto più guardinghi ed hanno limitato il rialzo ad una frazione di punto percentuale, recuperando solo un quarto o anche meno della perdita del giorno precedente.

Arrivate le ore 20, ecco il responso del comunicato ufficiale. Il taglio dei tassi è avvenuto, ma solo per un quarto di punto. Il taglio non è stato presentato come l’inizio di una svolta nel percorso di normalizzazione, ma come un aggiustamento di metà ciclo, come altre volte in passato capitò di fare alla FED. Il motivo del taglio non è la conclamata debolezza dell’economia USA, che invece prosegue una crescita definita ancora robusta, ma la necessità di dare fiducia al mercato e sostenere la prosecuzione della crescita, nonché contrastare qualche rischio di rallentamento che si vede soprattutto nell’inflazione, che si è leggermente allontanata dall’obiettivo del 2% che la FED persegue.

Sebbene non esclusi, eventuali tagli successivi non sono, al momento, previsti e la Fed si pone in attesa di verificare l’evolversi dei dati economici futuri, pronta ad agire nel modo che riterrà migliore possibile.

Il comunicato non è stato propriamente quel che l’ingordigia speculativa di Trump e mercati voleva sentire. Gli indici sono passati in negativo ad attendere le 20,30, per ottenere dalle parole di Powell in Conferenza Stampa qualche indicazione ulteriore.

Debbo dire che sono rimasto abbastanza esterrefatto dall’atteggiamento comunicativo del Presidente FED. L’impressione che ne ho tratto è stata di un board ondivago, senza le idee chiare e, pertanto, in balia del vento che tira.

Il contrario della sicurezza e della capacità di trasmettere una visione del futuro e una politica monetaria coerente ed in grado di orientare i mercati. E’ mancato completamente quell’atteggiamento da pilota esperto, in grado di far sentire gli ascoltatori in buone mani, che molti suoi predecessori avevano e che anche Draghi ha trasmesso per gran parte del suo mandato.

Powell ha motivato la decisione del FOMC con parole contraddittorie, balbettando più volte di essere dispiaciuto di non poter essere più preciso, e mi ha trasmesso la chiara sensazione che, se fosse stato libero di decidere, lui il taglio non lo avrebbe nemmeno fatto. Mi chiedo infatti che senso abbia dedicare parecchi minuti del suo intervento a magnificare la robustezza della crescita economica USA, la solidità del sistema, il fatto che l’America sta crescendo a ritmi entusiasmanti nel momento in cui presenti un taglio dei tassi? E’ come affermare: “Guarda che magnifica giornata estiva, che sole! Aspetta un attimo che metto la giacca a vento”. O non ci sei con la testa, oppure la giacca la metti perché qualcuno ti obbliga.

Powell infatti ha presentato il taglio non come una misura di risposta a debolezze congiunturali, ma solo come provvedimento di “risk management”, cioè di risposta preventiva al fine di evitare che la debolezza mostrata dall’inflazione e le incertezze esterne (guerra commerciale, brexit, geopolitica)

si aggravino. Confermando comunque tutta la fiducia che la solidità della crescita si manterrà in futuro.

Con questo quadro motivazionale, quel che la FED ha attuato è ben più del necessario, ed in tal modo conferma di aver ceduto alle pretese esterne.

Nel lasciare ai dati futuri il compito di indicare se il taglio dovrà essere seguito da altri, dovrà rimanere isolato ed i tassi restare fermi ai livelli attuali per un lungo periodo, o, addirittura, sarà seguito tra qualche mese dalla ripresa della politica di normalizzazione, Powell ha confermato la scarsa capacità previsionale della FED e la sua insipienza politica, che gli impedisce di tratteggiare un percorso. Ufficialmente saranno i dati, ma temo che nella realtà saranno le pressioni di  Trump e dei mercati ad imporre al politica monetaria americana. Del resto il cambiamento di direzione attuato più volte negli ultimi mesi (percorso al rialzo dei tassi fino a fine 2018, sospensione a gennaio, inversione al ribasso ieri), per sua stessa ammissione non dipende dai dati macroeconomici, che non sono molto diversi oggi da come erano a fine 2018. Quel che è cambiata molto è stata l’invadenza di Trump ed i capricci dei mercati, che esprimono la loro pretesa con sfoghi di volatilità. Chi ci garantisce che le prossime evoluzioni dipenderanno dai dati, e non più dai capricci dei suoi “controllori” esterni?

Non stupisce quindi che la performance di Powell abbia scontentato tutti. Quelli come me (pochi) che vorrebbero una FED autorevole e con le idee chiare, che può sbagliare, ma si assume le responsabilità e non si preoccupa di piacere al potere politico o ai mercati.

Trump, che ha ottenuto parte di quel che voleva, sebbene Powell mostrasse tutte le perplessità del caso, ma non ha stravinto, come piace a lui.

Subito ha twittato la sua delusione per il “troppo poco” concesso da Powell, e, con la sua solita umiltà, ha confermato che “stiamo comunque vincendo”, ma solo per merito suo e senza nessun aiuto da Powell.

I mercati, che hanno risposto con il capriccio del bambino obeso che butta nel cestino il cono gelato troppo piccolo per i suoi gusti.

Mentre Powell parlava l’indice SP500 ha accentuato le perdite andando a chiudere la seduta con un risultato chiaramente negativo, accumulato tutto nel “dopo FED”: -1,09% per SP500, che è tornato 20 punti al di sotto di “quota 3.000”  e -1,30% per Nasdaq100.

Si è così realizzato lo scenario che nel commento di martedì scorso avevo classificato come “Caso 2.1” e che riporto di seguito:

“Caso 2.1: Powell sarà molto parco di dettagli sul futuro e consegnerà, come Draghi, il messaggio che il futuro dipenderà dai dati, che la FED è pronta ad agire se necessario, che il taglio è preventivo, ma potrebbe anche bastare, ecc… In questo caso sui mercati, a mio parere, l’euforia potrebbe lasciare spazio alla correzione fin da subito, come è avvenuto in Europa.”

E’ successo esattamente questo.

Pertanto mi attendo, come evento più probabile, l’inizio della fase di ampia correzione che dovrebbe occupare le prossime settimane, che diventerà conclamata quando l’indice SP500 violerà al ribasso quota 2.950, che ieri ha già pericolosamente avvicinato sui minimi di 2.958, mentre Powell balbettava “non sappiamo… dipenderà dai dati… mi spiace di non poter essere più preciso…”.

Mi sa che bisognerà affiggere sul cancello di ingresso della Federal Reserve il classico cartello che si vede sugli autobus: “Non parlate all’autista”, aggiungendo “… e, soprattutto, non fatelo parlare!”.

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