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PRONTI AL TAGLIO NON NECESSARIO
29/07/2019 08:45

La quarta settimana di luglio ci ha consegnato indici azionari americani più vispi che mai, in grado di segnare nuovi massimi storici. Quelli europei hanno tentato di seguirli, e ci sono riusciti per la prima parte della settimana, per poi uscire un po’ frastornati dalla performance comunicativa di Draghi, che nella conferenza stampa di giovedì pomeriggio non è stato affatto convincente. Il mese di luglio dovrebbe chiudersi comunque con saldo mensile positivo anche in Europa, a meno di sorprese piuttosto eclatanti nelle ultime tre sedute.

Meno entusiasmante è la performance dei mercati asiatici, che, specialmente negli ultimi giorni, hanno perso terreno e in qualche caso volto in negativo il saldo mensile provvisorio.

Questa situazione, che ho riassunto molto sinteticamente, rivela una certa divergenza di sentiment tra le varie aree che compongono la finanza globale. Il motivo pare essere la difficoltà nel prevedere quel che farà la FED nella seduta di mercoledì.

La Banca Centrale USA è da tempo tirata per la giacchetta dai mercati e da Trump, che pretendono un taglio dei tassi che aiuti le rispettive speculazioni rialziste. Speculazioni finanziarie per i mercati, che continuano a volare “verso l’infinito ed oltre”. Speculazioni politiche (solo?) per il magnate Presidente, che ha bisogno di mostrare all’elettorato economia forte e Banca Centrale accondiscendente per fare il pieno di voti, battere il prossimo anno l’avversario democratico che uscirà nei prossimi mesi dalle primarie, e regalarci altri 4 anni al cardiopalma.

Ma anche i dati macroeconomici tirano la FED per la giacchetta, e nel senso inverso rispetto a mercati e Trump.

Infatti continuano ad uscire dati dall’economia reale che smentiscono le fosche prospettive di recessione con minaccia addirittura di deflazione, che i mercati obbligazionari stanno da tempo presentando come lo scenario dietro l’angolo.

Il deterioramento della congiuntura futura si sta ormai affermando in tutti gli indici leading, cioè quelli ottenuti dai sondaggi fatti sulle aspettative degli operatori economici.

Ma gli indicatori che fotografano le condizioni presenti dell’economia non sono affatto brutti e non lasciano pensare a recessione dietro l’angolo, anzi.

Ne abbiamo avuto prova all’inizio del mese quando il mercato del lavoro è stato fotografato molto robusto, in grado di creare ancora oltre 200.000 posti di lavoro in giugno, che non è propriamente un risultato da economia in rallentamento.

Venerdì scorso un’impressione simile ci è stata fornita dalla prima rilevazione “advanced” del PIL USA del 2° trimestre, cresciuto del +2,1% annualizzato, che è un punto in meno della crescita boom avuta nel primo trimestre (+3,1%), ma è significativamente superiore al +1,8% che gli analisti attendevano. Se poi andiamo a guardarci dentro, vediamo che i consumi privati continuano a farla da padrone, con una crescita superiore al ritmo del 4,3% annuo e compensano alla grande il lieve calo degli investimenti (-0,6%), mentre la spesa pubblica, grazie alle mani bucate di Trump, ha fornito un contributo aggiuntivo assai robusto, (+5%) che ha consolidato il risultato ed assorbito la flessione del -5,2% dell’export, su cui i dazi si fanno sentire.

Anche lo spauracchio dell’inflazione che scende pare essersi assai ridimensionato, dato che l’indice dei prezzi implicito del PIL è stato misurato a +2,5% annuo, ben oltre il precedente 0,8%, l’1,8% atteso dagli analisti ed il 2% che rappresenta il target di inflazione della FED (lo stesso obiettivo che la BCE non riesce mai a raggiungere).

Con questa economia, dov’è tutta questa urgenza di tagliare i tassi?

Una volta i banchieri centrali si preoccupavano di controllare la stabilità dei prezzi e contribuire ad una crescita economica sostenibile ed equilibrata in un’ottica di lungo periodo. Il comportamento ortodosso di un banchiere centrale in questa situazione sarebbe stato quello di proseguire nella normalizzazione dei rendimenti fino a quando l’economia reale non dia segni di difficoltà conclamata.

Ma oggi, così come non ci sono più le stagioni di una volta, neanche ci sono più i banchieri centrali di una volta.

Ora sono schiavi dei mercati e del potere politico. Soprattutto la FED, che si ritrova un Powell ondivago e decisamente non all’altezza dei suoi predecessori ed un FOMC ormai sbilanciato da una maggioranza di membri di rigida fede trumpiana.

Pertanto il taglio dei tassi avverrà, per il semplice motivo che è stato annunciato in tutte le salse, Trump lo pretende e i mercati se non arriva farebbero le bizze. Probabilmente la solidità mostrata dalla crescita e dall’inflazione USA lo limiterà ad un quarto di punto. Ma i mercati e Trump l’avranno vinta anche stavolta.

Anche se non escludo affatto che il grado di dipendenza dei mercati dalla coca-money sia così elevato che mercoledì sera neanche un taglio (non necessario) di 0,25% basti a sedare la crisi di astinenza, e magari quel che è un enorme regalo speculativo venga scambiato per avarizia.

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